venerdì, 31 agosto 2007

Cristiano Armati e Jesse James a Nuova Spazio Radio

Nuova Spazio RadioIn diretta dagli fm 88.150 di Nuova Spazio Radio, sabato 1 agosto a partire dalle 12,30, Cristiano Armati sarà ospite della trasmissione "Spazio Spettacolo" condotta da Gianluca Fabi. La puntata sarà dedicata al film-evento della mostra del Cinema Venezia: "L'assassinio di Jesse James" di Andrew Dominic. In attesa di questa nuova versione cinematografica del bandito più famoso del West, la storia di Jesse, gli omicidi di cui si è macchiato, la guerriglia anti-nordista di cui fu protagonista e la violenza razziale di cui fu interprete in un periodo duro e sanguinoso come quello in cui ebbe luogo la Guerra di secessione americana, sono gli argomenti di una puntata più interessante del solito. Anche in streaming sul sito di Nuova Spazio Radio, all'indirizzo www.nuovaspazioradio.it
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Chi era Jesse James?

Jesse JamesIl colpo di pistola alle spalle con cui Casey Affleck, nei panni del “codardo” Robert Ford, toglie di mezzo Brad Pitt, alias Jesse James in L’assassinio di Jesse James di Andrew Dominik, segna il culmine di una tragedia americana che, fuori dalle sale cinematografiche, non ha mai smesso di sanguinare. Le gesta di Jesse James nascono nel cuore delle contraddizioni della giovane repubblica degli Stati Uniti, dilaniata dal contrasto tra un Sud agricolo e schiavista e un Nord a vocazione industriale. Lungo questa frontiera si schierarono l’esercito confederato del generale Lee e quello unionista del generale Grant, dando vita a un conflitto – la Guerra di secessione – micidiale per i soldati e per la popolazione. Mentre infuriano le battaglie, il futuro di Jesse James è deciso da un episodio: crudelmente picchiato dai nordisti, Jesse prova ad arruolarsi tra i soldati di Lee ma ha soltanto sedici anni ed è scartato. Figlio di un pastore protestante, Jesse Woodson James, nato a Clay County (Missouri) il 5 settembre del 1847, cresce tra gli schiavi delle piantagioni di famiglia, tirato su dalla madre, Zerelda, e dagli altri uomini sposati dalla donna dopo la morte del marito, emigrato in California per seguire il miraggio dei cercatori d’oro e mai più ritornato.
Jesse JamesAnche Jesse James sceglie di partire, la sua sete di vendetta trova spazio tra le file della banda di William Quantrill: una formazione irregolare di supporto ai sudisti specializzata in atti di guerra “non ortodossa”. Si tratta di azioni supportate da un retroterra ideologico dove la politica trascende nella religione e dove persino le vittime della guerra passano in secondo piano rispetto al dispiegarsi di una sorta di jihad bianca, cristiana e intransigente. Tra le malefatte di Quantrill e compagni, oltre agli atti di violenza indiscriminata contro i neri, spicca l’eccidio con cui i partigiani sudisti travolgono la popolazione di Lawrence: 150 morti in un solo giorno, il 21 agosto del 1863.
La supremazia commerciale dei nordisti sarà un fattore determinante per le sorti della guerra ma quando il generale Lee sancisce la resa del Sud firmando i patti di Appomattox (9 aprile 1865), le numerose bande di guerriglieri che la stessa politica sudista ha contribuito a formare non smobilitano. Jesse James, insieme a suo fratello Frank e ai fratelli Younger, sono i frutti più avvelenati di questa generazione di irriducibili: i desperados del Wild West, protagonisti di un mito che li trasforma in moderni cavalieri senza macchia e senza paura proprio nel momento in cui, nelle loro azioni, il confine tra guerriglia e criminalità si fa sempre più sfumato. Le mille canzoni dedicate al ragazzo del Missouri esaltano il romanticismo degli assalti ai treni ma non dicono nulla del come e del perché Jesse James non abbia disdegnato di indossare il saio bianco e il cappuccio, seguace di un’organizzazione terroristica autenticamente americana: il Ku Klux Klan. Da bandito, il ragazzo del Missouri capisce in anticipo sui tempi l’importanza della propaganda. Migliaia di opuscoli e giornali accompagnano la sua carriera di fuorilegge e, trasfigurando in cronaca avventurosa le dodici rapine in banca, i sette assalti ai treni e gli undici omicidi attribuiti a Jesse, lasciano aperta una domanda: si tratta di azioni giustificate dalla guerra in corso o di volgari reati contro il patrimonio e contro la persona?
La vera storia di Jesse JamesUn libro, tradotto in italiano dalla Newton Compton e curato da Cristiano Armati (in libreria da ottobre), ha il merito di offrire a tutti quelli che vogliono saperne di più su Jesse James un resoconto assolutamente di prima mano. Si tratta de La vera storia di Jesse James scritta da Jesse Edward James Jr., vale a dire l’unico tra i figli del bandito vissuto sufficientemente a lungo per parlare del padre.
La prosa del figlio di Jesse restituisce al west la realtà polverosa di una guerra civile permanente: un luogo dove il primo ricordo di un bambino (lo stesso Jesse Junior) è la finestra di casa sfondata da una fucilata e dove i familiari del bandito sono costretti a una vita da coloni senza terra, perennemente in fuga tra i covi sparsi nell’America confederata. Jesse James, racconta suo figlio, era: «un uomo alto, bello, impostato, con la barba color sabbia. Con mia madre, mia sorella e me era buono come un pezzo di pane. Ricordo benissimo i suoi scherzi spiritosi, quando ci divertivamo a giocare insieme». Le scene di vita familiare, nel libro di Jesse Junior, vanno a sostegno di un'idea che non appartiene soltanto al figlio del bandito
: Jesse James uccide, sì, ma sempre rispettando un suo codice d’onore e, spesso, soltanto per difendersi dai provvedimenti presi contro di lui in un Paese incapace di trovare una soluzione politica al problema dei desperados. La leggenda dei vendicatori della causa del Sud, infatti, continua a produrre violenza nei confronti dei “diversi” – sono centinaia i neri uccisi dalle formazioni paramilitari di Lee – ma finisce con il soccombere di fronte a una realtà in rapido mutamento: una società dove le banche e le ferrovie sono viste dai concittadini del bandito come opportunità di investimento e non più come avamposti del male. Il nuovo corso dei tempi si materializza davanti agli occhi di Jesse James quando, dopo aver ucciso il cassiere della First National Bank di Northfield, a sparare contro lui e la sua banda ci pensano i comuni passanti: una reazione inaspettata che costa l’arresto ai fratelli Younger. Nondimeno una parte dell’opinione pubblica si muove ancora per difendere i “guerriglieri” quando i cacciatori di taglie dell’agenzia Pinkerton assaltano un rifugio del ricercato a colpi di bombe, provocando vittime innocenti e alimentando le ragioni di chi è disposto a risolvere l’affaire James con un’amnistia. Sulla testa del fuorilegge pende una taglia di diecimila dollari e tanto basta per spingere Bob Ford, con la complicità del fratello Frank, a tradire il suo capo. Dopo aver preso accordi con il governatore democratico Thomas Crittenden (una circostanza che ha fatto parlare di “omicidio di Stato”), “il codardo” va a casa di Jesse James, rifugiato a St. Joseph, e, il 3 aprile del 1882, approfitta di un momento di distrazione dell’ospite per freddarlo con un colpo di pistola alla nuca.

Il cadavere di Jesse James«Poco dopo l’omicidio di mio padre – testimonia suo figlio – una grande folla si radunò intorno alla casa. La mia mente di bambino immaginò che tutte quelle persone fossero responsabili della sua uccisione. Perciò con grande rabbia andai a prendere il fucile di papà dallo sgabuzzino e provai a sparare sulla folla. Ma mia madre arrivò subito e mi tolse l’arma dalle mani».
Un gesto fondamentale, quello della madre del piccolo James. Soprattutto se si pensa che l’erede del fuorilegge non seguirà affatto le orme paterne anche se, oltre che scrivendo La vera storia di Jesse James, Jesse Junior ha contribuito alla causa della memoria del padre interpretando il personaggio di Jesse in Jesse James Under the Black Flag e in Jesse James as the Outlaw, due rari film-documentari del 1921: capitoli di una filmografia ormai sterminata che, insieme a Brad Pitt, ha visto cimentarsi con il re degli outlaws attori come Tyrone Power e registi come Walter Hill. Una tensione alla spettacolarizzazione della storia comprensibile anche alla luce dei destini dei desperados di Jesse James: la morte violenta per il “codardo” Bob Ford, assassinato in Colorado; il carcere duro per Frank James e Cole Younger. Dopo aver scontato venticinque anni di galera, gli ex “cavalieri dalle lunghe ombre” sono pronti ad approfittare della stessa opportunità che gli Stati Uniti hanno concesso agli indiani che hanno smesso di combattere l’uomo bianco. L’opportunità di girare l’America per esibire i fantasmi di loro stessi in uno spettacolo in grado di richiamare un folto pubblico: una carovana errante cui andò il nome di “James-Younger Wild West Show”.

(Cristiano Armati - una versione ridotta di questo articolo è stata pubblicata da "Il Venerdì" del 24 agosto 2007)

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Rospi acidi e baci con la lingua: Cappa, Catena e il senso della precarietà

Rospi acidi e baci con la linguaCappa vive a Catena, vicino Roma. Nel suo passato c'è Londra, nel suo futuro c'è Manchester. In primo piano c'è l'incontro con un rospo ed in particolare col suo dorso, che se leccato è un viaggio allucinogeno da fare con gli amici. Un romanzo aggressivo e malinconico nel contempo, dove la banalità del quotidiano diventa momento di riflessione.

Rospi acidi e baci con la lingua: Cappa, Catena e il senso della precarietà

Siamo l'impero alla fine della decadenza, chi se ne frega delle orde di barbari che passano a cavallo: stupreranno le bambine e alle madri strapperanno le tette col coltello. Poi ci saranno libere elezioni e democrazia.

Cappa non è battezzato, proviene da una famiglia atea ma cita a memoria il vangelo. Cappa è quantomeno bizzarro e lui lo sa. Cappa è il protagonista consapevole di un ritratto generazionale che non lascia scampo. Viene da chiedersi cosa ci sia ancora da bruciare che non è stato bruciato. L'attimo è assunto a regolatore della vita, l'istinto vince e la ragione convince chiudendo il cerchio.
Le città attraversate sono un percorso di formazione, un vestito desiderato e finalmente indossato. Poi arriva un momento in cui questo vestito va stretto. Anche se è il più bel vestito che abbiamo mai sfoggiato. Anche se il vestito si chiama Londra e le sue possibilità di lavoro, la stanza per pochi pound, il pranzo assicurato dagli hamburger dei pakistani con cui dividi la casa.
Anche se il vestito si chiama Catena può ugualmente andare stretto. Catena, dove una casa è la sua casa, gli amici sono i suoi amici e i bambini virus sono la prossima generazione, quelli che verranno dopo di lui, che s'impasticcano per allentare i freni inibitori. Anche Catena ad un certo punto può risultare invadente. E' vero, Catena è cordiale, avvolgente, conciliante come l'acqua bollente delle terme di Matta. Ma può anche essere acida come il dorso di un rospo. E quindi arrivare a Manchester è un attimo, una possibilità, un'idea, la Moto Guzzi: "Tu dare me moto per mille euro che io devo andare Germania, qui no più lavoro. Devi solo aspettare pochi giorni e poi vai da carabinieri per dire che moto è rubata e prendi i soldi da assicurazione. In Germania, con mio cugino, facciamo sparire targa e numero di telaio e vendiamo bene."
La scrittura di Cristiano Armati è corrosiva ma non è fine a se stessa: la storia e il protagonista ci sono, esistono, li puoi toccare. In tutto il romanzo aleggia un senso di provvisorietà, quella sensazione, per Cappa, di non sentirsi mai definitivo. E quando ci prova Cappa, a regalarsi finalmente un briciolo di pace, basta un cane bastardo con gli occhi pieni d'amore a rovinare tutto.

(Simone Olla - Lettera.com)
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categorie: recensioni, rospi acidi e baci con la lingua
martedì, 28 agosto 2007

Quando l'uomo bianco è perplesso mangia il cous-cous

IndiraLo zenzero, contorto, aspettava, affastellato alla rinfusa. Faceva compagnia a porri giganteschi, dal sapore forte e di color verde scuro. Le patate dolci erano impilate dentro cassette di legno, venivano dall’India, il paese di Indira.
Di Indira mi piacevano i vestiti: velluti dorati sulla pelle scura e, sull’ombellico, un anello d’argento e pietre dure. Lei l'avevo conosciuta camminando: la via Appia per piazza San Giovanni, poi su, attraversa Piazza Santa Croce fino a Piazza Vittorio, tra i banchi del mercato, sotto al sole. L’uomo del pesce dava ai gatti quello che gli era rimasto: branchie, fegatelli, squame, tante spine, un carapace vuoto di granchio. Indira stava là, poi mi avrebbe svelato di essere capace di capire il sesso dei gattini al solo sguardo.
Io, Indira, la guardo negli occhi: lei, ferma con le buste della spesa tra le mani; più tardi sarei rimasto incantato nel vederla cucinare. Sono io che le porto le buste della spesa su per le scale del palazzo con i soffitti alti e le finestre spalancate sopra il mercato. L’ascensore è rotto. Indira abita al quinto piano. Quando passa la metropolitana trema tutto il pavimento, intanto faccio come mi dice lei e mi metto seduto. Zenzero, cannella, curry, pepe nero, noce moscata: Indira conosce mille modi per addomesticare il riso basmati. Le polveri si infiammano nella padella rovente, si sciolgono in olio profumato. Indira, da bere, mi ha dato un bicchiere di yogurt bianco pieno di cubetti di ghiaccio. Non bastano alle mie passioni per smettere di sognare più caldo del sole di agosto che ho visto specchiarsi nell’asfalto. Il riso basmati arriva in un piatto incorniciato da elefanti azzurri, lo prendiamo con le dita e lo mangiamo. Con la lingua rubiamo i chicchi che ci facciamo scappare dalle labbra. Girando intorno al piccolo tavolo di legno della cucina, avevo trovato Indira ad aspettare. Una sua mano stringe la mia sulla pelle calda della pancia fermando il gioco che cercavo intorno al cerchio d’argento dell’ombellico. Poi, vicino alle orecchie, Indira sussurra: “Aspetto un bambino”.
Sotto casa di Indira è quasi finito il tempo del mercato. Mille cassette per la frutta sfasciate e torzoli marci di insalata non turbano l'ordine dei sacchi pieni di spezie che vende Alì. Lui se ne sta seduto su una sedia di vimini e aspetta i clienti. Con una premonizione risponde al mio saluto: “Quando l'uomo bianco è perplesso mangia il cous-cous”.

(Cristiano Armati)
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categorie: parla come mangi
lunedì, 27 agosto 2007

"Non c'è nessuna dignità nel far parte di questo circo": intervista a Don McCullin

Don McCullinNegli occhi di Don McCullin scorre la memoria di mezzo secolo di storia del nostro pianeta: un pianeta funestato da guerre e tragedie, cicatrici nella mente di un fotoreporter che ha documentato le atrocità con coraggio e con dedizione al vero e che, nella sala delle conferenze dell’Es Hotel, anticipa le domande dei giornalisti parlando come un fiume in piena dei rischi della manipolazione digitale della realtà e di un mercato, quello editoriale, che sembra rigettare la rappresentazione del reale oscurando ciò che accade dietro alle immagini patinate dei più fotogenici avvenimenti mondani. “Il fotogiornalismo,” tuona Don Mc Cullin, “ha cominciato a morire quando la gente ha cambiato gusti e ha cominciato a interessarsi a David Beckham e alle Spice Girls, così, il fotoreportage vero, si è ritrovato con sempre meno persone motivate a vederlo…”

D: Lei attribuisce le responsabilità di questo declino al cambiamento del mondo editoriale?
R: Certo, i proprietari dei giornali fanno più soldi mettendo in copertina Beckham piuttosto che un bambino che muore di fame.
D: Però esiste un fotoreportages che conserva un suo spazio, per esempio nelle mostre…
R: Ma se fosse davvero così, perché non vediamo mai fotografie della tragedia dell’AIDS? Quando proponi ai giornali fotografie di questo genere, gli editori dicono: “Ma noi l’AIDS l’abbiamo già fatto un anno fa… non c’è bisogno di ripresentare il problema.” E così, sui giornali, finisce un’altra cosa.
D: Lei non ritiene che ci siano problemi di comunicazione dovuti alle forme di impaginazione che, sui giornali, alternano il dramma con la pubblicità confondendo il vero con il falso?
R: Certo, questi problemi ci sono sempre stati, anche negli anni ’60. Quando tornai dal Biafra, dove migliaia di bambini morivano di fame, quelli della pubblicità dicevano: “Non voglio che la mia propaganda vada accanto alle fotografie del Biafra.” In Inghilterra, è ancora più complicata perché, per esempio, non metterebbero mai una Volkswagen accanto a delle immagini del Biafra perché la gente si ricorderebbe dei campi di concentramento e sarebbe spinta a fare degli accostamenti scomodi per le logiche pubblicitarie. Anche per questo motivo l’attenzione generale si è spostata verso il glamour: perché il glamour attira la pubblicità e vende. Negli ultimi quindici anni ho visto morire il giornalismo fotografico: io stesso sono stato licenziato dal Sunday Times dopo diciotto anni di lavoro. Un bel giorno il nuovo editore del giornale ha fatto una riunione, ha convocato la redazione e ha detto: “Non vedremo più fotografie di drammi o di bambini che muoiono di fame. Il giornale parlerà di relax, di divertimento, della vita…”
D:Quale è stata, secondo lei, l’influenza della televisione nella crisi del fotogiornalismo?
R: Il grosso pericolo è che, con la televisione, la tragedia diventi intrattenimento. Perché la televisione non serve solo all’apprendimento: può essere utilizzata per fare propaganda e non certo a vantaggio del cervello di chi osserva. La televisione diventa un oppio: può controllarti e privarti del senso di orientamento.
D: Non trova paradossale che, proprio in questa situazione di crisi dell’informazione, siano nate numerose scuole che insegnano ai giovani come diventare fotogiornalisti?
R: È vero. È come una fabbrica di salcicce, ti danno un diploma e ti dicono: “Lei è un giornalista fotografico.” Ma non conta soltanto trovare un lavoro perché, l’esperienza del fotogiornalismo, migliora comunque le menti di chi lo pratica. Certo, questo non è un conforto per gli aspiranti fotogiornalisti ma è sempre meglio vedere il maggior numero di persone possibili consapevoli di ciò che accade nel mondo piuttosto che sempre più gente che volta le spalle alla realtà. Con l’avvento del digitale, poi, la situazione è ulteriormente peggiorata. Il fotoeditor del Sunday Times, attualmente, è disperato perché, ora che c’è il conflitto in Iraq, gli arrivano due o tre foto in digitale e lui non ha più nessuna scelta sul materiale da pubblicare.
D: In Italia, un gruppo di fotogiornalisti, ha provato a chiedere al parlamento di approvare una legge che costringesse i giornali a mettere una didascalia accanto alle fotografie manipolate digitalmente…
R: Certo. C’è da dire che, nei giornali di moda, tutte le copertine che ritraggono donne bellissime sono, in realtà, fotografie ritoccate digitalmente. Questo però non lo trovo offensivo, il giornalismo fotografico, invece, dovremmo proteggerlo. Non possiamo lasciare la porta aperta alla manipolazione della realtà. In Unione Sovietica, Stalin, si comportava esattamente in questo modo: nel corso degli anni della sua dittatura, i suoi oppositori sparivano dalla vita e venivano cancellati dalle fotografie, come se non fossero mai esistiti. È un punto molto importante quello di proteggere il pubblico dalla manipolazione digitale perché, in sostanza, si tratta di una truffa ai danni del pubblico e ai danni della verità.
D: In che modo la politica influenza ciò che il fotografo rappresenta con le sue inchieste e suoi reportage?
R: Secondo me, oggi, siamo tornati alle stesse condizioni che i fotografi hanno affrontato nella prima guerra mondiale. Durante la prima guerra mondiale, infatti, era difficile per un fotoreporter arrivare direttamente al fronte per far vedere la guerra e questa situazione è continuata per tutta la seconda guerra mondiale. I fotoreporter erano controllati moltissimo e così soltanto dopo la seconda guerra mondiale, negli anni ’60, i giornalisti hanno imparato a osservare direttamente le sanguinose guerre locali che hanno infestato il pianeta. Alla fine della guerra del Vietnam, però, i giornalisti sono stati accusati di aver causato, con le loro immagini, la sconfitta dell’America. Non a caso, durante la guerra delle Falkland-Malvinas, quando l’Inghilterra ha combattuto contro l’Argentina, io avevo fatto richiesta al ministero della difesa inglese di partire per il fronte ma loro hanno visto il mio nome e hanno detto: “No, questo qui non ci va.” La signora Thatcher e il suo governo, visti anche gli stretti rapporti con gli Stati Uniti, non avevano nessuna intenzione di lasciare che i giornalisti fossero liberi di circolare per raccontare cosa stava succedendo in quella guerra. Chi è riuscito a partire non ha certo avuto libertà di movimento, come sta succedendo anche in Iraq, ogni giornalista è stato affiancato da una “tata”: un uomo incaricato di seguire e controllare tutti gli spostamenti dei giornalisti. Sono appena tornato dall’Iraq e posso dire che i giornalisti sono controllati a vista e non possono fare niente di loro iniziativa. Tutta la copertura mediatica di questa guerra è stata completamente controllata dall’Inghilterra e dagli Stati Uniti, per questo dico che siamo tornati alle stesse condizioni di lavoro della prima e della seconda guerra mondiale: siamo nella mani di chi fa le politiche dell’informazione e chi fa le politiche dell’informazione non ci mette nella condizione di andare in guerra e di tornare garantendo la completezza dell’informazione e la verità della rappresentazione a coloro che leggono i nostri resoconti o che guardano le nostre foto.
D: A proposito della guerra in Iraq, adesso si parla di diversi film che dovrebbero rappresentare il conflitto: lei è stato consultato in merito?
R: No, non per la guerra contro l’Iraq. In passato sono stato consultato da Cimino che mi ha chiesto di lavorare sul suo film “Il Cacciatore”. Io sono stato a trovare Cimino in un famoso albergo di Hollywood e lui mi ha detto: “Vieni a lavorare nel mio film, ho bisogno di te, davvero.” Dopo, però, non l’ho mai più né visto né sentito. Mi è capitato di lavorare in diversi film ma non mi ha mai dato molta soddisfazione… a parte un bell’assegno e l’uso della limousine! Insomma, tu, magari, assisti alle riprese e, quando vedi qualcosa che non va, cerchi di farlo notare al regista e gli dici: “Questa scena non è corretta.” Lui ti risponde: “Sì, sì, grazie.” Però, dopo, non cambiano mai nulla: è una buffonata. A parte l’assegno è una buffonata.
D: Ancora una domanda sul cinema: ho letto che Michelangelo Antonioni si è ispirato a Don Mc Cullin per creare la figura del protagonista di Blow-up. Lei è stato coinvolto in questa esperienza?
R: Un bel giorno mi ha telefonato una donna che poi ho scoperto essere bellissima… e poi è venuta a casa mia nel nord di Londra, una casa modesta, e mi ha detto: “Io sono una rappresentante del signor Antonioni e volevo chiederle se Antonioni può venire a trovarla.” Ad essere onesto, io non avevo la più pallida idea di chi fosse Michelangelo Antonioni però ho detto di sì. Una settimana dopo una grande limousine si è infilata nella strada dove vivevo e sono scesi tanti uomini ben vestiti, sembrava una classica scena di un film sulla mafia: all’epoca ero giovane e avevo molto occhio, questi dettagli li prendevo al volo e mi è sembrato subito che sarebbe stato un incontro molto divertente, per loro e anche per me. Questi uomini sono entrati a casa mia e non si può dire che fossero molto ben impressionati da quello che vedevano: casa mia era molto piccola e i miei figli, impauriti, si nascondevano dietro le poltrone. Antonioni era davvero un uomo perbene, davvero una bella persona, nel corso dell’incontro ha parlato pochissimo, mi ha chiesto: “Lei lavorerebbe sul mio film?” E io ho detto di sì, mi comportavo come un mercenario a dire la verità perché all’epoca non ero certo molto ricco e sapevo che, con il cinema, mi avrebbero pagato molto bene. Quello che in realtà Antonioni voleva da me era che fossi io a fare gli ingrandimenti fotografici ma devo essere onesto: a me non è piaciuto molto il film, la storia riguardava il mondo della moda, la società che cambiava durante gli anni ’60, a Londra. Ricordo che Antonioni si arrabbiava moltissimo quando usciva il sole e in questo era come me: anche io preferisco fotografare quando il sole non c’è, quando le cose sono oscure. Ciò che seccava di più Antonioni, in effetti, era che, quando spuntava il sole tutti i tecnici lasciavano il lavoro per mettersi a giocare al calcio, questo lo faceva infuriare, secondo lui era una mancanza di rispetto per la sua sofferenza interiore. Personalmente, comunque, non ho mai avuto nessuna soddisfazione nel lavorare nel mondo del cinema perché nella mia posizione sei soltanto l’ultima ruota del carro, un’animale della razza più inferiore che esista.
D: Quindi, secondo lei, un film di guerra davvero realistico non è stato ancora mai girato?
R: Sì, “La battaglia di Algeri” diretto da Pontecorvo, un italiano. È un classico ma non è stato visto da molta gente: è una storia che racconta la lotta per la libertà di un paese che ha sofferto tanto. È stato girato come un film di reportage, in presa diretta. Per il resto, credo che i film di guerra siano quasi immorali, costa cento milioni di dollari farli e non servono a nulla.
D: Lei ha lavorato anche in Africa, cosa può dirci su questa esperienza?
R: Durante gli anni ’60 sono stato con i mercenari africani: ho visto giovani legati per i testicoli con del fil di ferro e trascinati con i camion per le strade dell’Africa. Di fronte a questo bisogna chiedersi: dove stiamo andando? Cosa sta succedendo? La semplice parola “Africa” può distruggere tutta la mia struttura mentale: ho lavorato sul problema dell’AIDS in Africa, sono stato finanziato da una fondazione americana e sono partito per lo Zambia. La mattina, per strada, con le donne che cantavano, andavamo per le case di quelli e stavano morendo e le donne cantavano: “Noi stiamo marciando con Gesù”. Io, allora, ho pensato: sto impazzendo, sto con queste donne che non hanno nulla e parlano di Gesù. Siamo entrati nelle case di coloro che stavano morendo e che avevano già perso il controllo del proprio corpo: erano buttati per terra, in stanze buie. Eppure, quando entri in queste case, loro si scusano e io… io mi vergogno del mondo occidentale che, di fronte a tutto questo, ha preferito girare le spalle da un’altra parte e fare finte di nulla. Quando parlate dell’Africa è come se mi levata l’aria dai polmoni, non so neanche da dove cominciare. Sono stato quattro giorni in prigione in Africa, una volta, in Uganda: ricorderò per sempre le urla di quelli che venivano uccisi. È impossibile per me fuggire dai crimini degli altri, ne sono circondato: mi crea problemi stare seduto qui come fotografo e tradurre in risposte le domande che mi fate mentre io stesso mi sto chiedendo chi sono e chi dovrei essere. Fin dai primi tempi della mia carriera, la mia fotografia è stata connessa alla violenza: la mia prima fotografia è stata la fotografia di un poliziotto morto nella strada in cui vivevo. Sembrava che fosse scritto che io sarei diventato un fotografo e che sarei dovuto andare in guerra e capire queste guerre. Però non c’è modo di essere fotografo e di capire la guerra: la guerra ti sconfigge. L’unico modo di curare la mia memoria – un’impresa impossibile perché le cicatrici che porto sono troppo profonde – è quello di fotografare i fiori, i paesaggi. Poi penso molto, e ascolto molto la musica… solo musica classica, deserto la musica pop. Detesto ballare, detesto fumare, detesto la musica pop e, specialmente, detesto i bigotti e i fascisti sopra ogni altra cosa.
D: E non ascolta la musica jazz che, in fondo, è proprio la fotografia della sofferenza?
R: È un’osservazione molto sofisticata la sua. Quando ero giovano mi piaceva molto il jazz, era alla moda. Ma quando sei giovane è difficile capire l’umanità che ti circonda: sei confuso, sei arrabbiato, sei… giovane.
D: Ma come relazionarsi, oggi, con l’odio che ci circonda?
R: Ho visto talmente tante brutte cose nella vita… cose su cui non avevo nessun potere, cose che non potevo fermare in nessun modo. Ho visto la gente ammazzarsi nel saccheggio dei negozi, a Beirut… ho visto gente ammazzata a dieci metri di distanza… è normale che io sia confuso, che abbia delle cicatrici dovute alla mia impotenza: io non potevo cambiare queste situazioni e, perché imparassi la lezione di far parte di questa umanità, la prima donna che ho sposato – anche se eravamo separati – è morta in una bellissima giornata di sole, nella campagna inglese, proprio la mattina che si sposava mio figlio. È come se fosse arrivato il momento che mi venisse impartita una bella lezione: non sono certamente perfetto ma il mio cervello è in moto ventiquattro ore al giorno. Volevo solo fare il fotografo, non pensavo che sarei stato coinvolto nella politica e nella filosofia, mi ci sono trovato, mi ci hanno trascinato dentro. Non ho avuto un’educazione che mi abbia messo in condizione di discutere a questi livelli di filosofia ma se avessi avuto l’educazione necessaria, se fossi un uomo saggio e colto, sarei talmente pieno di sensi di colpa – cosa che ho comunque – che, fondamentalmente, avrebbero dovuto rinchiudermi in un manicomio. Quando abbracci le immagini che io vedo tutti i giorni… arrivi alla follia, perché queste immagini sono la follia.
D: Nella contemporaneità sembra di assistere a due guerre diverse. Una guerra è quella che si fa un Ruanda, un’altra guerra è quella dove viene bombardata la Serbia: la differenza, dal mio punto di vista, è che nel secondo caso, chi uccide, non pensa che sta uccidendo… secondo lei, si tratta di una vera differenza, o è una percezione che abbiamo noi che la guerra la vediamo da fuori?
R: Io credo che i piloti che bombardano un territorio provino una specie di piacere sessuale. Viaggiano a velocità incredibile su aerei che valgono dieci milioni di dollari… non possono che essere staccati dalla realtà che stanno compiendo, non c’è un altro modo di vivere quelle situazioni: non sono certo seduti su un sedile fatto di dieci milioni di dollari di compassione, gli uomini che guidano quell’aereo. Si tratta di persone che sono allenate ad uccidere e non credo che molti di loro ne siano coscienti finché anche loro non subiscono ferite da armi da fuoco e allora, tutto a un tratto, anche loro diventano esseri umani.
D: Ci sono stati dei cambiamenti nei modi in cui, le guerre, sono state combattute negli ultimi quarant’anni?
R: Questa mattina ho detto tante cose belle sull’Italia ma ora devo dire qualcosa di meno bello: l’Italia ha prodotto e venduto molti milioni di mine anti-uomo. Per questo, prima di parlare di guerra e di fotografia, prima di capire se le guerre sono migliorate o sono peggiorate, c’è da dire questo: finché c’è qualcuno che produce le mine e ci guadagna ci saranno sempre delle guerre, non è cambiato niente. Per quanto riguarda il mio lavoro poi, la mia grande paura è rivolta ai milioni di dollari che vengono spesi dai grandi network televisivi per produrre reportage come quelli che stanno trasmettendo sulla guerra in Iraq. Sono soldi spesi solamente per fare a gara con gli spettatori, l’uno contro l’altro: anche voi pensereste che tutto questo è immorale perché con tutti quei soldi si potrebbe far mangiare l’intera Somalia. La guerra è di moda, per questo mi sento colpevole a essere seduto qui oggi: sono diventato famoso fotografando la guerra e non è che mi rallegro molto di questo. Detesto far parte di questo circo: in Iraq ci sono stati circa 18.000 corrispondenti ed è anche per questo che qualcuno è stato ammazzato, sono talmente disperati nel cercare di allontanarsi l’uno dall’altro per poter lavorare… Quando ho cominciato a lavorare non c’erano più di venti-venticinque corrispondenti a seguire una guerra importante, ora arrivano di corsa, a migliaia. Ho visto i giornalisti litigare di fronte alla gente che moriva: “Mi hai preso il posto! No, c’ero prima io!” Tutto questo è umiliante e non c’è niente da fare: non c’è nessuna dignità nel far parte di questo circo.

(Intervista di Cristiano Armati per il Festival Internazionale di Fotografia di Roma)
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giovedì, 23 agosto 2007

La vera storia di Jesse James

Brad Pitt nei panni di Jesse James
Su "Il Venerdì di Repubblica" in edicola domani, 24 agosto, spazio all'imminente Festival del Cinema di Venezia. Tra i servizi dedicati all'evento e le anticipazioni, l'articolo dedicato a "La vera storia di Jesse James", scritto da Cristiano Armati e ispirato dal leggendario outlaw del Missouri. Portato sul grande schermo da Brad Pitt, protagonista de "L'assassinio di Jesse James" di Andrew Dominik, Jesse James si propone agli occhi dello spettatore contemporaneo come eroe maledetto e disperato, un bandito sociale ma anche uno spietato rapinatore che non esitò a indossare la lugubre casacca bianca del Ku Klux Klan. Buona lettura!
postato da: armati alle ore 13:45 | link | commenti (2)
categorie: rassegna stampa, jesse james

Birra di miglio: c'est la jeunesse

Indietro non si torna. Continuiamo a bere birra perché lo sanno tutti che mischiare fa male. Semmai, quando si sarà fatta mattina, ripiegheremo sul whisky e coca per non andare giù di gradazione. Dietro al bancone di casse rovesciate, ci sbrachiamo io Aime e Amadu, che sono i miei fratelli. L’oste dipende dal nostro gomito alzato, ma lui è un vecchio camarade e allora non si perde il gusto di fare una battuta: «Ah, ah… attenzione signori: ecco a voi due mussulmani moderni, quelli che bevono il ciappalù».
«Ha parlato il piccolo marabutto», si difende Amadu: consapevole che se la sete del tipo si fosse unita a quella di tutta la combriccola ci avrebbe costretto o a implorare pietà o a finire rovinati. Meno male che nei bar di Bamako si trova la noce di cola: il suo succo eccitante ci avrebbe risvegliati. Allora saremmo stati lo stesso qui: sulla riva di un canale che mischia acqua di fonte e succo di cloaca. Tre zucche piene di birra di miglio e una premonizione: scacciati dal paradiso terrestre, potremmo ricominciare da capo soltanto per continuare a peccare.
«E poi che ci vuoi fare - commenta Aime guardandoci con la luce che la sua palpebra abbassata gli consente - nel futuro potrò intraprendere ancora il mio cammino di preghiera mussulmano ma per il momento mi prendo un po’ di respiro, è normale no?».
Il morale della favola è che le implicazioni teologiche ognuno se le tiene per sé: «Mais oui - conclude il discorso fratello Amadu - c’est la jeunesse».

(Cristiano Armati)

postato da: armati alle ore 11:19 | link | commenti
categorie: racconti di vita, parla come mangi

Vergine forever di Gloria Belotti

Vergine for ever di Gloria BelottiUna ragazza emiplegica (affetta, cioè, da un deficit motorio che interessa una sola parte del corpo) scrive un diario dove giorno dopo giorno annota episodi e impressioni legati alla sua vita di ventenne di provincia. Pagina dopo pagina racconta nella sua “anormalità” che diventa routine: il rapporto di odio-amore con il padre (“Al suo posto io sarei orgogliosa di avere una figlia come me”), le attenzioni esagerate della mamma (“Mia madre continua a lavarmi i capelli tre volte a settimana, nonostante le abbia dimostrato che sono in grado di farlo da sola”), gli interrogativi (“Ma se Leopardi fosse stato un Rocco Siffredi, lo avrebbe scritto ugualmente L’infinito?”), la solitudine (“Mi sento sola. Che dire? Sono sola. Vaffanme”), la malattia (“Vorrei guarire almeno il tempo di un bacio”) e soprattutto l’amore (“Basta il pensiero di una carezza ad angosciarmi”). “Io non so come funzionano le cose per la gente normale. Lo leggo, lo vedo nei film, lo ascolto nelle canzoni, lo sento raccontare in giro. Ma io non lo so com’è. Per questo scrivo sempre di me”: una volontà marcatamente autoreferenziale che prende il via da una sofferenza, ma che non si piange addosso, come se per andare avanti l’arma dell’ironia fosse l’unica consentita...
Un esordio fulminante per la giovanissima Gloria Belotti (il libro nasce da un blog), che riesce a mettere a nudo, sostenuta da uno stile colloquiale e “giovanile”, la sua anima assetata di vita e tutte quelle attese di ventenne che i suoi deficit motori non potranno scalfire. La scelta di vivere l’handicap fisico con rabbia dissacrante ma senza rassegnazione colpisce dritta allo stomaco e ci fa riflettere sul fatto di come perdere la verginità del cuore faccia molto più male...

(recensione di Francesca De Meis - Mangialibri.it)

Gloria Belotti è nata nel 1983. Studentessa universitaria, vive nel far west rurale della provincia lombarda. Non ama essere indulgente con se stessa.

Gloria Belotti
Vergine forever
64 pp - 5 euro
Collana: I Lemming - Coniglio Editore
postato da: armati alle ore 09:16 | link | commenti (3)
categorie: aaa libri editati
martedì, 21 agosto 2007

Bookcrossing: caccia grossa a Rospi acidi e baci con la lingua

Il logo del BookcrossingTra il 5 e il 9 settembre 2007 va in scena a Pavia la 2° edizione de "Il festival dei Saperi". In contemporanea alla manifestazione, la redazione di "Inchiostro", il giornale ufficiale degli studenti dell'università di Pavia, sta organizzando la "liberazione" di una grande quantità di libri, lasciati a disposizione di chi vorrà leggerli nello spirito di quel grande gioco internazionale che è il bookcrossing. Tra i libri rilasciati c'è anche "Rospi acidi e baci con la lingua": per i lettori della Lombardia la caccia è aperta!


Informazioni: http://www.bookcrossing-italy.com

La mattina ho gli occhi chiusi come i gatti appena nati

La mattina ho gli occhi chiusi come i gatti appena nati. E ho la barba lunga anche se sono appena stato dal barbiere. Tutt’intorno, i rubinetti gocciolano. E l’aria sembra sia appestata dal cadavere di un cane morto, nascosto da qualche parte, sotto il letto. La prima macchinetta di caffè finisce in una bestemmia quando, sul fuoco, ci finisce senz’acqua. E per andare al bar è tardi, vicino casa nemmeno in doppia fila c’è posto.
Lo schienale della macchina – qualche ubriaco, di notte, ha urtato lo specchietto che adesso pende sul lato del guidatore come un braccio spezzato – mi fa sentire sulla schiena una chiazza di sudore, sempre più grande, sempre più grande. E la gente che mi circonda è come me, rinchiusa in un rancore che nasce da qualche parte ma che, con il passare del tempo, diventa un’abitudine sorda: il bisogno impellente di imprecare, di stringersi dentro uno sguardo torvo, di morire a poco a poco, salutando con il clacson che lacera i timpani la sentenza con cui, tutte le mattine, si monta in macchina per andare a lavorare.
Fantasie di morte per la signora che si piega le ciglia al centro della carreggiata e l’uomo grasso e brutto, con le dita infilate nel naso come per cercare un’illuminazione. Bestemmie per chi tiene alti i giri del motore con la pretesa di infilarsi nel varco lasciato libero da un autobus in manovra. Atroci sofferenza anche per i bambini, incolonnati con la grazia della carne in scatola davanti ai cancelli della scuola. Incubi per l’orologio che, all’incrocio tra via dell’Acqua Fredda e la complanare che porta alla Pisana, sentenzia un ritardo impossibile da recuperare: merda; il sole rimbalza sull’asfalto e mi ferisce. Il desiderio fugge strisciando nelle cunette pur di non sedermi accanto. Le ascelle, irritate, mi bruciano e i sedili in pelle della mia macchina sportiva – quarantamila euro in quattro anni – non mi consolano: il semaforo è rosso. Mi fermo. E la vedo. Fa caldo ma lei non suda. Solo la sua pelle, scura, sembra diventare più morbida mentre si porta un ragazzino al seno. Le macchine finalmente stanno zitte. Lei, allegra, le accosta tendendo la mano. Io l’aspettavo: mi costa un euro ogni giorno farmi spiegare la vita. Quando arriva il mio turno, Lei mi dice soltanto: «Domani parto».
«E dove vai?»
«A casa, in Bosnia. Mi faccio un po’ di vacanze, ritorno tra due mesi».
Le porgo la mia moneta, adesso anche io sorrido.
«E tu, quand’è che vai in vacanza?», mi chiede.
Io non vado in vacanza. Ad agosto mi chiudo dentro casa, sudo e scrivo: «Io devo lavorare, per me niente vacanze».
Lei si stringe nelle spalle: «Ma dai». Poi mi carezza la guancia e, sulla mia condizione, riflette: «Poverino…».
Il semaforo è verde e qualcuno, da dietro, riprende a suonare. Metto la prima e la guardo: avanzo e la saluto con gli occhi.
La mia macchina ci mette quattro secondi ad andare da zero a cento chilometri all’ora. Guardo il contachilometri salire mentre mi lancio in un sorpasso a destra. Poi anche io lo penso.
«Poverino…».

(Cristiano Armati)

postato da: armati alle ore 09:53 | link | commenti
categorie: racconti di vita