I libri, i reading, le poesie e gli articoli di (e su) Cristiano Armati
In diretta dagli fm 88.150 di Nuova Spazio Radio, sabato 1 agosto a partire dalle 12,30, Cristiano Armati sarà ospite della trasmissione "Spazio Spettacolo" condotta da Gianluca Fabi. La puntata sarà dedicata al film-evento della mostra del Cinema Venezia: "L'assassinio di Jesse James" di Andrew Dominic. In attesa di questa nuova versione cinematografica del bandito più famoso del West, la storia di Jesse, gli omicidi di cui si è macchiato, la guerriglia anti-nordista di cui fu protagonista e la violenza razziale di cui fu interprete in un periodo duro e sanguinoso come quello in cui ebbe luogo la Guerra di secessione americana, sono gli argomenti di una puntata più interessante del solito. Anche in streaming sul sito di Nuova Spazio Radio, all'indirizzo www.nuovaspazioradio.it
Il colpo di pistola alle spalle con cui Casey Affleck, nei panni del “codardo” Robert Ford, toglie di mezzo Brad Pitt, alias Jesse James in L’assassinio di Jesse James di Andrew Dominik, segna il culmine di una tragedia americana che, fuori dalle sale cinematografiche, non ha mai smesso di sanguinare. Le gesta di Jesse James nascono nel cuore delle contraddizioni della giovane repubblica degli Stati Uniti, dilaniata dal contrasto tra un Sud agricolo e schiavista e un Nord a vocazione industriale. Lungo questa frontiera si schierarono l’esercito confederato del generale Lee e quello unionista del generale Grant, dando vita a un conflitto – la Guerra di secessione – micidiale per i soldati e per la popolazione. Mentre infuriano le battaglie, il futuro di Jesse James è deciso da un episodio: crudelmente picchiato dai nordisti, Jesse prova ad arruolarsi tra i soldati di Lee ma ha soltanto sedici anni ed è scartato. Figlio di un pastore protestante, Jesse Woodson James, nato a Clay County (Missouri) il 5 settembre del 1847, cresce tra gli schiavi delle piantagioni di famiglia, tirato su dalla madre, Zerelda, e dagli altri uomini sposati dalla donna dopo la morte del marito, emigrato in California per seguire il miraggio dei cercatori d’oro e mai più ritornato.
Anche Jesse James sceglie di partire, la sua sete di vendetta trova spazio tra le file della banda di William Quantrill: una formazione irregolare di supporto ai sudisti specializzata in atti di guerra “non ortodossa”. Si tratta di azioni supportate da un retroterra ideologico dove la politica trascende nella religione e dove persino le vittime della guerra passano in secondo piano rispetto al dispiegarsi di una sorta di jihad bianca, cristiana e intransigente. Tra le malefatte di Quantrill e compagni, oltre agli atti di violenza indiscriminata contro i neri, spicca l’eccidio con cui i partigiani sudisti travolgono la popolazione di Lawrence: 150 morti in un solo giorno, il 21 agosto del 1863.
La supremazia commerciale dei nordisti sarà un fattore determinante per le sorti della guerra ma quando il generale Lee sancisce la resa del Sud firmando i patti di Appomattox (9 aprile 1865), le numerose bande di guerriglieri che la stessa politica sudista ha contribuito a formare non smobilitano. Jesse James, insieme a suo fratello Frank e ai fratelli Younger, sono i frutti più avvelenati di questa generazione di irriducibili: i desperados del Wild West, protagonisti di un mito che li trasforma in moderni cavalieri senza macchia e senza paura proprio nel momento in cui, nelle loro azioni, il confine tra guerriglia e criminalità si fa sempre più sfumato. Le mille canzoni dedicate al ragazzo del Missouri esaltano il romanticismo degli assalti ai treni ma non dicono nulla del come e del perché Jesse James non abbia disdegnato di indossare il saio bianco e il cappuccio, seguace di un’organizzazione terroristica autenticamente americana: il Ku Klux Klan. Da bandito, il ragazzo del Missouri capisce in anticipo sui tempi l’importanza della propaganda. Migliaia di opuscoli e giornali accompagnano la sua carriera di fuorilegge e, trasfigurando in cronaca avventurosa le dodici rapine in banca, i sette assalti ai treni e gli undici omicidi attribuiti a Jesse, lasciano aperta una domanda: si tratta di azioni giustificate dalla guerra in corso o di volgari reati contro il patrimonio e contro la persona?
Un libro, tradotto in italiano dalla Newton Compton e curato da Cristiano Armati (in libreria da ottobre), ha il merito di offrire a tutti quelli che vogliono saperne di più su Jesse James un resoconto assolutamente di prima mano. Si tratta de La vera storia di Jesse James scritta da Jesse Edward James Jr., vale a dire l’unico tra i figli del bandito vissuto sufficientemente a lungo per parlare del padre.
La prosa del figlio di Jesse restituisce al west la realtà polverosa di una guerra civile permanente: un luogo dove il primo ricordo di un bambino (lo stesso Jesse Junior) è la finestra di casa sfondata da una fucilata e dove i familiari del bandito sono costretti a una vita da coloni senza terra, perennemente in fuga tra i covi sparsi nell’America confederata. Jesse James, racconta suo figlio, era: «un uomo alto, bello, impostato, con la barba color sabbia. Con mia madre, mia sorella e me era buono come un pezzo di pane. Ricordo benissimo i suoi scherzi spiritosi, quando ci divertivamo a giocare insieme». Le scene di vita familiare, nel libro di Jesse Junior, vanno a sostegno di un'idea che non appartiene soltanto al figlio del bandito: Jesse James uccide, sì, ma sempre rispettando un suo codice d’onore e, spesso, soltanto per difendersi dai provvedimenti presi contro di lui in un Paese incapace di trovare una soluzione politica al problema dei desperados. La leggenda dei vendicatori della causa del Sud, infatti, continua a produrre violenza nei confronti dei “diversi” – sono centinaia i neri uccisi dalle formazioni paramilitari di Lee – ma finisce con il soccombere di fronte a una realtà in rapido mutamento: una società dove le banche e le ferrovie sono viste dai concittadini del bandito come opportunità di investimento e non più come avamposti del male. Il nuovo corso dei tempi si materializza davanti agli occhi di Jesse James quando, dopo aver ucciso il cassiere della First National Bank di Northfield, a sparare contro lui e la sua banda ci pensano i comuni passanti: una reazione inaspettata che costa l’arresto ai fratelli Younger. Nondimeno una parte dell’opinione pubblica si muove ancora per difendere i “guerriglieri” quando i cacciatori di taglie dell’agenzia Pinkerton assaltano un rifugio del ricercato a colpi di bombe, provocando vittime innocenti e alimentando le ragioni di chi è disposto a risolvere l’affaire James con un’amnistia. Sulla testa del fuorilegge pende una taglia di diecimila dollari e tanto basta per spingere Bob Ford, con la complicità del fratello Frank, a tradire il suo capo. Dopo aver preso accordi con il governatore democratico Thomas Crittenden (una circostanza che ha fatto parlare di “omicidio di Stato”), “il codardo” va a casa di Jesse James, rifugiato a St. Joseph, e, il 3 aprile del 1882, approfitta di un momento di distrazione dell’ospite per freddarlo con un colpo di pistola alla nuca.
«Poco dopo l’omicidio di mio padre – testimonia suo figlio – una grande folla si radunò intorno alla casa. La mia mente di bambino immaginò che tutte quelle persone fossero responsabili della sua uccisione. Perciò con grande rabbia andai a prendere il fucile di papà dallo sgabuzzino e provai a sparare sulla folla. Ma mia madre arrivò subito e mi tolse l’arma dalle mani».
Un gesto fondamentale, quello della madre del piccolo James. Soprattutto se si pensa che l’erede del fuorilegge non seguirà affatto le orme paterne anche se, oltre che scrivendo La vera storia di Jesse James, Jesse Junior ha contribuito alla causa della memoria del padre interpretando il personaggio di Jesse in Jesse James Under the Black Flag e in Jesse James as the Outlaw, due rari film-documentari del 1921: capitoli di una filmografia ormai sterminata che, insieme a Brad Pitt, ha visto cimentarsi con il re degli outlaws attori come Tyrone Power e registi come Walter Hill. Una tensione alla spettacolarizzazione della storia comprensibile anche alla luce dei destini dei desperados di Jesse James: la morte violenta per il “codardo” Bob Ford, assassinato in Colorado; il carcere duro per Frank James e Cole Younger. Dopo aver scontato venticinque anni di galera, gli ex “cavalieri dalle lunghe ombre” sono pronti ad approfittare della stessa opportunità che gli Stati Uniti hanno concesso agli indiani che hanno smesso di combattere l’uomo bianco. L’opportunità di girare l’America per esibire i fantasmi di loro stessi in uno spettacolo in grado di richiamare un folto pubblico: una carovana errante cui andò il nome di “James-Younger Wild West Show”.
Cappa vive a Catena, vicino Roma. Nel suo passato c'è Londra, nel suo futuro c'è Manchester. In primo piano c'è l'incontro con un rospo ed in particolare col suo dorso, che se leccato è un viaggio allucinogeno da fare con gli amici. Un romanzo aggressivo e malinconico nel contempo, dove la banalità del quotidiano diventa momento di riflessione.
Lo zenzero, contorto, aspettava, affastellato alla rinfusa. Faceva compagnia a porri giganteschi, dal sapore forte e di color verde scuro. Le patate dolci erano impilate dentro cassette di legno, venivano dall’India, il paese di Indira.
Di Indira mi piacevano i vestiti: velluti dorati sulla pelle scura e, sull’ombellico, un anello d’argento e pietre dure. Lei l'avevo conosciuta camminando: la via Appia per piazza San Giovanni, poi su, attraversa Piazza Santa Croce fino a Piazza Vittorio, tra i banchi del mercato, sotto al sole. L’uomo del pesce dava ai gatti quello che gli era rimasto: branchie, fegatelli, squame, tante spine, un carapace vuoto di granchio. Indira stava là, poi mi avrebbe svelato di essere capace di capire il sesso dei gattini al solo sguardo.
Io, Indira, la guardo negli occhi: lei, ferma con le buste della spesa tra le mani; più tardi sarei rimasto incantato nel vederla cucinare. Sono io che le porto le buste della spesa su per le scale del palazzo con i soffitti alti e le finestre spalancate sopra il mercato. L’ascensore è rotto. Indira abita al quinto piano. Quando passa la metropolitana trema tutto il pavimento, intanto faccio come mi dice lei e mi metto seduto. Zenzero, cannella, curry, pepe nero, noce moscata: Indira conosce mille modi per addomesticare il riso basmati. Le polveri si infiammano nella padella rovente, si sciolgono in olio profumato. Indira, da bere, mi ha dato un bicchiere di yogurt bianco pieno di cubetti di ghiaccio. Non bastano alle mie passioni per smettere di sognare più caldo del sole di agosto che ho visto specchiarsi nell’asfalto. Il riso basmati arriva in un piatto incorniciato da elefanti azzurri, lo prendiamo con le dita e lo mangiamo. Con la lingua rubiamo i chicchi che ci facciamo scappare dalle labbra.
Sotto casa di Indira è quasi finito il tempo del mercato. Mille cassette per la frutta sfasciate e torzoli marci di insalata non turbano l'ordine dei sacchi pieni di spezie che vende Alì. Lui se ne sta seduto su una sedia di vimini e aspetta i clienti. Con una premonizione risponde al mio saluto: “Quando l'uomo bianco è perplesso mangia il cous-cous”.
Negli occhi di Don McCullin scorre la memoria di mezzo secolo di storia del nostro pianeta: un pianeta funestato da guerre e tragedie, cicatrici nella mente di un fotoreporter che ha documentato le atrocità con coraggio e con dedizione al vero e che, nella sala delle conferenze dell’Es Hotel, anticipa le domande dei giornalisti parlando come un fiume in piena dei rischi della manipolazione digitale della realtà e di un mercato, quello editoriale, che sembra rigettare la rappresentazione del reale oscurando ciò che accade dietro alle immagini patinate dei più fotogenici avvenimenti mondani. “Il fotogiornalismo,” tuona Don Mc Cullin, “ha cominciato a morire quando la gente ha cambiato gusti e ha cominciato a interessarsi a David Beckham e alle Spice Girls, così, il fotoreportage vero, si è ritrovato con sempre meno persone motivate a vederlo…”
Indietro non si torna. Continuiamo a bere birra perché lo sanno tutti che mischiare fa male. Semmai, quando si sarà fatta mattina, ripiegheremo sul whisky e coca per non andare giù di gradazione. Dietro al bancone di casse rovesciate, ci sbrachiamo io Aime e Amadu, che sono i miei fratelli. L’oste dipende dal nostro gomito alzato, ma lui è un vecchio camarade e allora non si perde il gusto di fare una battuta: «Ah, ah… attenzione signori: ecco a voi due mussulmani moderni, quelli che bevono il ciappalù».
«Ha parlato il piccolo marabutto», si difende Amadu: consapevole che se la sete del tipo si fosse unita a quella di tutta la combriccola ci avrebbe costretto o a implorare pietà o a finire rovinati. Meno male che nei bar di Bamako si trova la noce di cola: il suo succo eccitante ci avrebbe risvegliati. Allora saremmo stati lo stesso qui: sulla riva di un canale che mischia acqua di fonte e succo di cloaca. Tre zucche piene di birra di miglio e una premonizione: scacciati dal paradiso terrestre, potremmo ricominciare da capo soltanto per continuare a peccare.
«E poi che ci vuoi fare - commenta Aime guardandoci con la luce che la sua palpebra abbassata gli consente - nel futuro potrò intraprendere ancora il mio cammino di preghiera mussulmano ma per il momento mi prendo un po’ di respiro, è normale no?».
Il morale della favola è che le implicazioni teologiche ognuno se le tiene per sé: «Mais oui - conclude il discorso fratello Amadu - c’est la jeunesse».
(Cristiano Armati)
Una ragazza emiplegica (affetta, cioè, da un deficit motorio che interessa una sola parte del corpo) scrive un diario dove giorno dopo giorno annota episodi e impressioni legati alla sua vita di ventenne di provincia. Pagina dopo pagina racconta nella sua “anormalità” che diventa routine: il rapporto di odio-amore con il padre (“Al suo posto io sarei orgogliosa di avere una figlia come me”), le attenzioni esagerate della mamma (“Mia madre continua a lavarmi i capelli tre volte a settimana, nonostante le abbia dimostrato che sono in grado di farlo da sola”), gli interrogativi (“Ma se Leopardi fosse stato un Rocco Siffredi, lo avrebbe scritto ugualmente L’infinito?”), la solitudine (“Mi sento sola. Che dire? Sono sola. Vaffanme”), la malattia (“Vorrei guarire almeno il tempo di un bacio”) e soprattutto l’amore (“Basta il pensiero di una carezza ad angosciarmi”). “Io non so come funzionano le cose per la gente normale. Lo leggo, lo vedo nei film, lo ascolto nelle canzoni, lo sento raccontare in giro. Ma io non lo so com’è. Per questo scrivo sempre di me”: una volontà marcatamente autoreferenziale che prende il via da una sofferenza, ma che non si piange addosso, come se per andare avanti l’arma dell’ironia fosse l’unica consentita...
Tra il 5 e il 9 settembre 2007 va in scena a Pavia la 2° edizione de "Il festival dei Saperi". In contemporanea alla manifestazione, la redazione di "Inchiostro", il giornale ufficiale degli studenti dell'università di Pavia, sta organizzando la "liberazione" di una grande quantità di libri, lasciati a disposizione di chi vorrà leggerli nello spirito di quel grande gioco internazionale che è il bookcrossing. Tra i libri rilasciati c'è anche "Rospi acidi e baci con la lingua": per i lettori della Lombardia la caccia è aperta!La mattina ho gli occhi chiusi come i gatti appena nati. E ho la barba lunga anche se sono appena stato dal barbiere. Tutt’intorno, i rubinetti gocciolano. E l’aria sembra sia appestata dal cadavere di un cane morto, nascosto da qualche parte, sotto il letto. La prima macchinetta di caffè finisce in una bestemmia quando, sul fuoco, ci finisce senz’acqua. E per andare al bar è tardi, vicino casa nemmeno in doppia fila c’è posto.
Lo schienale della macchina – qualche ubriaco, di notte, ha urtato lo specchietto che adesso pende sul lato del guidatore come un braccio spezzato – mi fa sentire sulla schiena una chiazza di sudore, sempre più grande, sempre più grande. E la gente che mi circonda è come me, rinchiusa in un rancore che nasce da qualche parte ma che, con il passare del tempo, diventa un’abitudine sorda: il bisogno impellente di imprecare, di stringersi dentro uno sguardo torvo, di morire a poco a poco, salutando con il clacson che lacera i timpani la sentenza con cui, tutte le mattine, si monta in macchina per andare a lavorare.
Fantasie di morte per la signora che si piega le ciglia al centro della carreggiata e l’uomo grasso e brutto, con le dita infilate nel naso come per cercare un’illuminazione. Bestemmie per chi tiene alti i giri del motore con la pretesa di infilarsi nel varco lasciato libero da un autobus in manovra. Atroci sofferenza anche per i bambini, incolonnati con la grazia della carne in scatola davanti ai cancelli della scuola. Incubi per l’orologio che, all’incrocio tra via dell’Acqua Fredda e la complanare che porta alla Pisana, sentenzia un ritardo impossibile da recuperare: merda; il sole rimbalza sull’asfalto e mi ferisce. Il desiderio fugge strisciando nelle cunette pur di non sedermi accanto. Le ascelle, irritate, mi bruciano e i sedili in pelle della mia macchina sportiva – quarantamila euro in quattro anni – non mi consolano: il semaforo è rosso. Mi fermo. E la vedo. Fa caldo ma lei non suda. Solo la sua pelle, scura, sembra diventare più morbida mentre si porta un ragazzino al seno. Le macchine finalmente stanno zitte. Lei, allegra, le accosta tendendo la mano. Io l’aspettavo: mi costa un euro ogni giorno farmi spiegare la vita. Quando arriva il mio turno, Lei mi dice soltanto: «Domani parto».
«E dove vai?»
«A casa, in Bosnia. Mi faccio un po’ di vacanze, ritorno tra due mesi».
Le porgo la mia moneta, adesso anche io sorrido.
«E tu, quand’è che vai in vacanza?», mi chiede.
Io non vado in vacanza. Ad agosto mi chiudo dentro casa, sudo e scrivo: «Io devo lavorare, per me niente vacanze».
Lei si stringe nelle spalle: «Ma dai». Poi mi carezza la guancia e, sulla mia condizione, riflette: «Poverino…».
Il semaforo è verde e qualcuno, da dietro, riprende a suonare. Metto la prima e la guardo: avanzo e la saluto con gli occhi.
La mia macchina ci mette quattro secondi ad andare da zero a cento chilometri all’ora. Guardo il contachilometri salire mentre mi lancio in un sorpasso a destra. Poi anche io lo penso.
«Poverino…».
(Cristiano Armati)