I libri, i reading, le poesie e gli articoli di (e su) Cristiano Armati
Quattro giovani, sul finire degli anni Settanta, compiono un percorso politico radicale che – all’indomani del sequestro di Aldo Moro – li porta a entrare nelle Brigate rosse. Animati più da un sentimento di giustizia e di ribellione che da una fede nella dottrina marxista-leninista, Ermes e compagni saranno coinvolti nella spirale di cieca violenza che coinvolge le organizzazioni armate. Impareranno a loro spese di non potersi fidare di nessuno, neanche dei loro stessi compagni, dormendo ogni sera in case diverse, la P38 sotto al cuscino.Per i brigatisti “ortodossi” i quattro sono come fumo negli occhi,considerati poco più che cani sciolti, preoccupati di contrastare gli uomini della banda della Magliana e la diffusione dell’eroina più che di colpire «il cuore dello Stato». Mentre la repressione delle forze dell’ordine e le defezioni nelle file brigatiste conducono le vicende di Ermes e dei suoi amici verso l’inevitabile conclusione, è l’Italia intera a trasformarsi e a prepararsi per la grandiosa sbornia degli anni Ottanta. Nella magica notte del 1982,quella di Italia-Germania 3-1, giungerà l’inatteso quanto feroce epilogo. Qualcuno morirà, qualcuno scomparirà e qualcun altro camminerà a lungo, ancora con la P38 in tasca, per le strade del suo quartiere, senza riuscire a riconoscerlo: combattente straniero di una guerra perduta.
Saltata la sintesi, tanto vale darsi all’analisi. “Rospi acidi e baci con la lingua” è la storia di un uomo, Cappa, che non si sente a casa in nessun luogo. Un gigantesco rospo gli predice il futuro, inducendolo a un viaggio fatto di droga e sesso tra Londra, Parigi, Manchester e Catena, immaginario paese all’ombra di Roma. Si alternano avventure bizzarre a personaggi surreali, il grande Amore al compimento escatologico della profezia del rospo.
Per caso Cappa è Cristiano Armati?
È un me stesso più sfaccettato e versatile. Al valore delle mie esperienze dirette somma esperienze mediate da altre vite e altri racconti, alla ricerca di una dimensione letteraria che rappresenti il vero. Se penso a Flaubert – a quando diceva “Madame Bovary c’est moi” – mi viene da semplificare dicendo che sì… alla fine Cappa sono io.
Evochi Madame Bovary, che è il simbolo universale della ricerca infruttuosa del proprio posto nel mondo…
Non solo: Madame Bovary è anche il simbolo di un certo arrivismo, stimolato dalle tante illusioni offerte dalla società del capitale.
Non somiglia un po’ al tuo Cappa?
Direi che, come Cappa, è un personaggio più vero di tante persone che nella vita di ogni giorno si trascinano come fantasmi, incapaci di lasciare una traccia del loro passaggio su questa terra.
Perciò, se Flaubert è Madame Bovary, Madame Bovary è come Cappa, Cappa sei tu… Per la proprietà transitiva dovresti somigliare a Flaubert.
Lo prendo come un complimento clamoroso. Ma non c’è dubbio che, se proprio dovessi tracciare una mappa delle mie preferenze letterarie, Flaubert comparirebbe come uno dei campioni del realismo sociale, genere al quale anche io mi sento di appartenere.
Quando scrivi ti lasci influenzare dal linguaggio cinematografico?
Sinceramente il cinema gioca un ruolo abbastanza marginale nel mio immaginario.
Te lo chiedo perché il rospo gigante che predice il futuro al protagonista di “Rospi acidi” mi ha ricordato il coniglio di “Donnie Darko”.
Il rospo di “Rospi acidi” non sa nulla del coniglio di “Donnie Darko”. Se proprio bisogna trovare un parentela, si può ricercarla in una certa subcultura ribelle e lisergica che, a partire dagli anni ’60, ha seguito una strada tortuosa e sotterranea che l’ha condotta fino alla contemporaneità.
A proposito di rospi acidi: hai mai leccato il leggendario “bufo alvarius”?
Per baciare una donna non serve necessariamente conoscere il suo nome o sapere da quale paese viene… figuriamoci per leccare un rospo! Il bufo alvarius è senz’altro più comune nel deserto di Sonora che nelle macchie ancora non cementificate che resistono a nord di Roma. Ma non è un buon motivo per convincersi di essere nati nel posto sbagliato senza fare nulla per provare a cambiare la propria condizione.
Stai svicolando. Sì o no?
Diciamo che i “Rospi acidi” si trovano anche sul greto del Tevere, questo è sicuro.
Le saghe vanno di moda. Pensi che ritroveremo ancora Cappa, dopo “Rospi acidi e baci con la lingua”?
Cappa come Harry Potter, dunque… effettivamente è così. Nelle mie intenzione, a Cappa sarà dedicata una trilogia. Il prossimo romanzo che lo vede protagonista si intitola (provvisoriamente) “Il lamento di Valle Spaccata”.
E il terzo?
Be’, avrà un titolo così forte che per il momento preferisco non anticipare.
Dài, anticipa.
A tempo debito lo rivelerò sul mio blog: www.armati.splinder.com.
Un’ultima domanda. I tuoi libri più venduti - “Roma criminale” e “Italia criminale”, entrambi editi da Newton & Compton - sono ‘true crime’, storie di cronaca tragicamente reale. Scrivere fiction è diverso dallo scrivere cronaca?
Se non si seguono schemi prestabiliti e non si paga pegno a una malsana idea di “scrittura posata e obbiettiva”, la differenza tra cronaca e fiction è molto meno evidente di quanto si possa pensare: la bellezza o la bruttezza di un’opera narrativa non passa certo per questo tipo di classificazioni. Che poi queste classificazioni esistano effettivamente all’interno delle logiche del mercato editoriale è tutto un altro discorso. Un discorso con cui, sinceramente, l’autore ha poco a che fare.
(Intervista di Dario Morelli - Booksblog.it)
È uno dei più grandi fotografi italiani di tutti i tempi: Gianni Berengo Gardin. Lo incontriamo mescolato ai visitatori della mostra che l’Istituto Svizzero ha dedicato all’emigrazione italiana e, grazie alla sua disponibilità, abbiamo la possibilità di raccogliere la storia di un giovane emigrante che comprò a Lugano la sua prima macchina fotografica… la storia di Gianni Berengo Gardin:
Con la morte di Remo, il Natale di Roma era compiuto e Amor sarebbe stata la parola esoterica che i pontefici avrebbero sussurrato nei secoli dei secoli nelle zone più recondite delle loro celebrazioni. Da quel momento in poi non aveva più nessuna importanza il luogo da dove si veniva, né si sarebbe dato credito a ciò che ognuno si lasciava alle spalle: chiunque avesse avuto la voglia di entrare nel solco tracciato da Romolo e santificato da Remo sarebbe diventato il figlio del dio della guerra e della dea dell'amore, sarebbe diventato un romano. Ci sono momenti in cui Roma mi è sembrata oscura, buia: quando hanno ammazzato Paolo Frau ad Ostia, quando periodicamente andavo a fumare all’Idroscalo, luogo scempio dell’omicidio di Pasolini o quando mi fermavo davanti alla lapide in onore di Paolo Rossi alla Sapienza. Sono pochi anni che si cerca di dare una sistemazione concettuale al crimine romano, in fin dei conti Roma è la capitale, a Roma ci sono i ministeri e gli stronzi in doppiopetto, a Roma c’è il Tevere che trasborda e topi grandi come lontre, ma questa è un’altra storia e in certe fogne è meglio non scavare. Roma è stata, è e rimarrà nei secoli una città oscura, che nel crimine di piazza come in quelli di palazzo, ha fondato il suo benessere e la sua sopravvivenza, è stata il luogo di convivenza corale tra pezzenti e politici, killer e ingegneri, folli e tristemente sani di mente. Cristiano Armati e Yari Selvetella attraversano la Città Eterna spinti da un vento freddo che ricongiunge e si fa sintesi del luogo, dalle borgate pasoliniane fino ai centri più oscuri del potere. Roma Criminale ripercorre la storia della capitale dalla sua fondazione, a partire da Romolo, nuovo Caino, fino alle cronache recenti, all’omicidio di Marta Russo e al fuggitivo Liboni. Delitti cruenti e stupri di gruppo legano indissolubilmente la storia recente con quella passata: Sonzogno, Pecorelli, Pasolini sono solo alcune delle vittime di una Città che ha visto quotidinamente farsi rosso il sangue sulla lama del coltello.
"Rospi acidi e baci con la lingua" è un romanzo simpatico (in senso positivo. qualcuno conosce l'etimologia del termine?), tra formazione, neonoir, cinismo, amore e dolore. Un viaggio al quale il lettore, specie della nostra generazione, avrà difficoltà a sottrarsi. Tra periferia urbana, estero (il regno unito, meta inesausta dei nostri pellegrinaggi e di mille incidenti di percorso), incontri ai limiti dell'assurdo e del pericolo ed esperienze di molteplice natura, sopra tutte, il rospo e la sua leggenda metropolitana, vero must del libro, che riuscirà a strapparvi le lacrime dal riso. Musica punk, vita cruda, lingua in cui si avverte l'urgenza di comunicare e il desiderio di amare, alla scoperta di sè e dell'Amore, quello con la A maiuscola, ma pure della disillusione, per un finale che uccide i pensieri e li riporta senza speranza alla realtà.