venerdì, 30 novembre 2007

La compagna P38 di Dario Morgante

Dal rapimento di Moro nel 1978 alla finale della coppa del mondo nel 1982
l'implacabile sconfitta di una generazione perduta

La compagna P38 di Dario MorganteQuattro giovani, sul finire degli anni Settanta, compiono un percorso politico radicale che – all’indomani del sequestro di Aldo Moro – li porta a entrare nelle Brigate rosse. Animati più da un sentimento di giustizia e di ribellione che da una fede nella dottrina marxista-leninista, Ermes e compagni saranno coinvolti nella spirale di cieca violenza che coinvolge le organizzazioni armate. Impareranno a loro spese di non potersi fidare di nessuno, neanche dei loro stessi compagni, dormendo ogni sera in case diverse, la P38 sotto al cuscino.Per i brigatisti “ortodossi” i quattro sono come fumo negli occhi,considerati poco più che cani sciolti, preoccupati di contrastare gli uomini della banda della Magliana e la diffusione dell’eroina più che di colpire «il cuore dello Stato». Mentre la repressione delle forze dell’ordine e le defezioni nelle file brigatiste conducono le vicende di Ermes e dei suoi amici verso l’inevitabile conclusione, è l’Italia intera a trasformarsi e a prepararsi per la grandiosa sbornia degli anni Ottanta. Nella magica notte del 1982,quella di Italia-Germania 3-1, giungerà l’inatteso quanto feroce epilogo. Qualcuno morirà, qualcuno scomparirà e qualcun altro camminerà a lungo, ancora con la P38 in tasca, per le strade del suo quartiere, senza riuscire a riconoscerlo: combattente straniero di una guerra perduta.

Dario Morgante (Roma, 1971) ha pubblicato la raccolta di racconti Mia sorella è una gran figa e ha firmato diverse sceneggiature per fumetti. Il suo blog è: unasconfittaimplacabile.splinder.com

Dario Morgante
La compagna P38
Collana "Nuova Narrativa" - Newton Compton
240 pp. - 9,90 euro
postato da: armati alle ore 16:44 | link | commenti
categorie: aaa libri editati
venerdì, 16 novembre 2007

Rospi acidi e baci con la lingua: intervista a Cristiano Armati

Cristiano Armati, descriviamo in cinque parole il tuo ultimo romanzo, “Rospi acidi e baci con la lingua”
Comincio io: romanzo di formazione senza formazione...
Romanzo di formazione al termine del quale il protagonista non trova il suo posto nel mondo. Sono sedici: se era un gioco, hai vinto tu.

Rospi acidi e baci con la linguaSaltata la sintesi, tanto vale darsi all’analisi. “Rospi acidi e baci con la lingua” è la storia di un uomo, Cappa, che non si sente a casa in nessun luogo. Un gigantesco rospo gli predice il futuro, inducendolo a un viaggio fatto di droga e sesso tra Londra, Parigi, Manchester e Catena, immaginario paese all’ombra di Roma. Si alternano avventure bizzarre a personaggi surreali, il grande Amore al compimento escatologico della profezia del rospo.

Per caso Cappa è Cristiano Armati?
È un me stesso più sfaccettato e versatile. Al valore delle mie esperienze dirette somma esperienze mediate da altre vite e altri racconti, alla ricerca di una dimensione letteraria che rappresenti il vero. Se penso a Flaubert – a quando diceva “Madame Bovary c’est moi” – mi viene da semplificare dicendo che sì… alla fine Cappa sono io.
Evochi Madame Bovary, che è il simbolo universale della ricerca infruttuosa del proprio posto nel mondo…
Non solo: Madame Bovary è anche il simbolo di un certo arrivismo, stimolato dalle tante illusioni offerte dalla società del capitale.
Non somiglia un po’ al tuo Cappa?

Direi che, come Cappa, è un personaggio più vero di tante persone che nella vita di ogni giorno si trascinano come fantasmi, incapaci di lasciare una traccia del loro passaggio su questa terra.
Perciò, se Flaubert è Madame Bovary, Madame Bovary è come Cappa, Cappa sei tu… Per la proprietà transitiva dovresti somigliare a Flaubert.
Lo prendo come un complimento clamoroso. Ma non c’è dubbio che, se proprio dovessi tracciare una mappa delle mie preferenze letterarie, Flaubert comparirebbe come uno dei campioni del realismo sociale, genere al quale anche io mi sento di appartenere.
Quando scrivi ti lasci influenzare dal linguaggio cinematografico?
Sinceramente il cinema gioca un ruolo abbastanza marginale nel mio immaginario.
Te lo chiedo perché il rospo gigante che predice il futuro al protagonista di “Rospi acidi” mi ha ricordato il coniglio di “Donnie Darko”.
Il rospo di “Rospi acidi” non sa nulla del coniglio di “Donnie Darko”. Se proprio bisogna trovare un parentela, si può ricercarla in una certa subcultura ribelle e lisergica che, a partire dagli anni ’60, ha seguito una strada tortuosa e sotterranea che l’ha condotta fino alla contemporaneità.
A proposito di rospi acidi: hai mai leccato il leggendario “bufo alvarius”?
Per baciare una donna non serve necessariamente conoscere il suo nome o sapere da quale paese viene… figuriamoci per leccare un rospo! Il bufo alvarius è senz’altro più comune nel deserto di Sonora che nelle macchie ancora non cementificate che resistono a nord di Roma. Ma non è un buon motivo per convincersi di essere nati nel posto sbagliato senza fare nulla per provare a cambiare la propria condizione.
Stai svicolando. Sì o no?
Diciamo che i “Rospi acidi” si trovano anche sul greto del Tevere, questo è sicuro.
Le saghe vanno di moda. Pensi che ritroveremo ancora Cappa, dopo “Rospi acidi e baci con la lingua”?
Cappa come Harry Potter, dunque… effettivamente è così. Nelle mie intenzione, a Cappa sarà dedicata una trilogia. Il prossimo romanzo che lo vede protagonista si intitola (provvisoriamente) “Il lamento di Valle Spaccata”.
E il terzo?
Be’, avrà un titolo così forte che per il momento preferisco non anticipare.
Dài, anticipa.
A tempo debito lo rivelerò sul mio blog: www.armati.splinder.com.
Un’ultima domanda. I tuoi libri più venduti - “Roma criminale” e “Italia criminale”, entrambi editi da Newton & Compton - sono ‘true crime’, storie di cronaca tragicamente reale. Scrivere fiction è diverso dallo scrivere cronaca?
Se non si seguono schemi prestabiliti e non si paga pegno a una malsana idea di “scrittura posata e obbiettiva”, la differenza tra cronaca e fiction è molto meno evidente di quanto si possa pensare: la bellezza o la bruttezza di un’opera narrativa non passa certo per questo tipo di classificazioni. Che poi queste classificazioni esistano effettivamente all’interno delle logiche del mercato editoriale è tutto un altro discorso. Un discorso con cui, sinceramente, l’autore ha poco a che fare.

(Intervista di Dario Morelli - Booksblog.it)

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categorie: interviste, rospi acidi e baci con la lingua
lunedì, 12 novembre 2007

La mia prima macchina fotografica. Intervista a Gianni Berengo Gardin

Gianni Berengo GardinÈ uno dei più grandi fotografi italiani di tutti i tempi: Gianni Berengo Gardin. Lo incontriamo mescolato ai visitatori della mostra che l’Istituto Svizzero ha dedicato all’emigrazione italiana e, grazie alla sua disponibilità, abbiamo la possibilità di raccogliere la storia di un giovane emigrante che comprò a Lugano la sua prima macchina fotografica… la storia di Gianni Berengo Gardin:

D: Gianni Berengo Gardin, lei, tra le molte cose, è autore (con Cesare Zavattini) di un libro importante come “Un paese vent’anni dopo”, oggi, guardando le fotografie dell’emigrazione italiana e pensando all’Italia verrebbe da dire “Una nazione cinquant’anni dopo…”
R: Sì, e in realtà, io, oggi sono qua in doppia veste: sono in veste di fotografo perché ho portato diverse fotografie ma sono anche in veste di ex-emigrante. Perché io sono stato emigrante in Svizzera e in Francia, da ragazzo: in quegli anni, infatti, non era come adesso che i genitori ti mantengono fino a trentacinque anni… siccome io non avevo nessuna voglia di studiare, il mio papà mi ha detto: “Se vuoi studiare ti mantengo, se no niente.” Allora sono andato a fare l’emigrante perché, logicamente, uscivo dal liceo, avevo diciotto anni e non sapevo fare niente e così sono andato prima a fare il cameriere in Svizzera e poi l’impiegato d’albergo in Francia. Proprio così mi sono potuto procurare la mia prima macchina fotografica: l’ho comprata a Lugano mentre facevo il cameriere. Era una Roller usata: da lì è partito tutto. Ho continuato a fare il fotografo dilettante, a Venezia, per un po’ di anni e dopo mi sono deciso a diventare professionista e mi sono trasferito a Milano dove ho cominciato a esercitare la professione.
D: La sua carriera di fotografo, quindi, è intimamente legata all’emigrazione.
R: Sì, è molto legata all’emigrazione: alla Svizzera e a Lugano per il fatto che ho comprato lì la mia prima macchina fotografica, poi, però, alla Francia perché a Parigi… non so come dire. Nasco, come fotografo a Venezia, però a Parigi mi sono fatto le ossa e, in questa città, ho conosciuto i grandi fotografi come Cartier-Bresson.
D: Che cosa ha pensato guardando le fotografie dell’emigrazione in Svizzera?
R: Ripeto: le ho viste in doppia veste. Dal di fuori e dal di dentro. Dal di fuori, quando fotografavo, e dal di dentro, perché erano situazioni che mi ero trovato a vivere in prima persona, essendo anch’io un emigrante come tutti gli altri.
D: Io so che era molto difficile la condizione dell’emigrante in Svizzera…
R: La condizione dell’emigrante è sempre difficile, dovunque. Perché c’è sempre, dovunque, del razzismo, addirittura c’è anche da noi. Indubbiamente, quella dell’emigrante è una vita dura, infatti anni dopo, quando ho fatto dei lavori sugli emigranti italiani in Germania ho visto che lì, forse, era ancora più dura che in Svizzera o in Francia.
D: Possiamo dire che l’esperienza dell’emigrazione ha avuto un ruolo fondamentale anche nel formarsi di quella che è stata l’estetica neorealista?
R: Questo non lo so, io devo dire che non ho mai creduto molto al neorealismo in fotografia, nel cinema sì perché è stata una rivoluzione importante, una risposta al cinema hollywoodiano. La fotografia, col reportage, è stata neorealista fin dagli inizi e non aveva bisogno di diventare neorealista, era neorealista da quando è nata e lo è ancora oggi.
D: Oggi è molto facile accendere la televisione, oppure Internet, e assistere a immagini di conflitti, catastrofi naturali, grandi migrazioni: c’è anche chi sostiene che questa overdose di immagini prepari il mondo a diventare sempre più insensibile.
R: Sono abbastanza d’accordo, leggevo ultimamente un articolo di Susan Sontag che diceva la stessa cosa: stiamo attenti perché un’invasione di immagini sulla fame, sulla guerra e sul dolore poi ci abituano troppo, diventiamo insensibili. Però, d’altra parte, è anche sbagliato non farle vedere: non credo che sia una scelta facile da fare. Mentre starei molto attento col digitale: io sono fissato contro il pericolo del digitale inteso non come fotografia ma come immagine, che sono due cose completamente diverse. Proprio ieri, su un giornale importantissimo americano, il giornale si scusava con i lettori perché, senza saperlo, avevano passato un’immagine completamente manipolata col computer come foto vera. Chi guarda una fotografia dovrebbe, in teoria, essere sicuro di quello che vede. Noi, anni fa, con le nostre associazioni, avevamo tentato di ottenere in parlamento una legge che dicesse che, sotto ogni foto, una sigla deve avvisare se si tratta di una vera fotografia o di una così detta immagine digitale.
D: E come è finita l’iniziativa?
R: È finita nel nulla, figuriamoci.
D: Un paradosso: siamo nell’età dell’immagine ma poi non sappiamo riconoscerla…
R: Purtroppo. Indubbiamente il digitale ha dei grossissimi vantaggi e io non sono contro il digitale come mezzo, sono contro quei fotografi che usano il digitale senza nessuna etica professionale, questa è la differenza.

(Intervista di Cristiano Armati per il Festival Internazionale di Fotografia di Roma)
postato da: armati alle ore 11:32 | link | commenti
categorie: ospiti

Roma criminale: "un grande talento affabulatorio"

Roma criminale in edizione economicaCon la morte di Remo, il Natale di Roma era compiuto e Amor sarebbe stata la parola esoterica che i pontefici avrebbero sussurrato nei secoli dei secoli nelle zone più recondite delle loro celebrazioni. Da quel momento in poi non aveva più nessuna importanza il luogo da dove si veniva, né si sarebbe dato credito a ciò che ognuno si lasciava alle spalle: chiunque avesse avuto la voglia di entrare nel solco tracciato da Romolo e santificato da Remo sarebbe diventato il figlio del dio della guerra e della dea dell'amore, sarebbe diventato un romano. Ci sono momenti in cui Roma mi è sembrata oscura, buia: quando hanno ammazzato Paolo Frau ad Ostia, quando periodicamente andavo a fumare all’Idroscalo, luogo scempio dell’omicidio di Pasolini o quando mi fermavo davanti alla lapide in onore di Paolo Rossi alla Sapienza. Sono pochi anni che si cerca di dare una sistemazione concettuale al crimine romano, in fin dei conti Roma è la capitale, a Roma ci sono i ministeri e gli stronzi in doppiopetto, a Roma c’è il Tevere che trasborda e topi grandi come lontre, ma questa è un’altra storia e in certe fogne è meglio non scavare. Roma è stata, è e rimarrà nei secoli una città oscura, che nel crimine di piazza come in quelli di palazzo, ha fondato il suo benessere e la sua sopravvivenza, è stata il luogo di convivenza corale tra pezzenti e politici, killer e ingegneri, folli e tristemente sani di mente. Cristiano Armati e Yari Selvetella attraversano la Città Eterna spinti da un vento freddo che ricongiunge e si fa sintesi del luogo, dalle borgate pasoliniane fino ai centri più oscuri del potere. Roma Criminale ripercorre la storia della capitale dalla sua fondazione, a partire da Romolo, nuovo Caino, fino alle cronache recenti, all’omicidio di Marta Russo e al fuggitivo Liboni. Delitti cruenti e stupri di gruppo legano indissolubilmente la storia recente con quella passata: Sonzogno, Pecorelli, Pasolini sono solo alcune delle vittime di una Città che ha visto quotidinamente farsi rosso il sangue sulla lama del coltello.
Nonostante la prudente impostazione saggistica, il libro presenta un grande talento affabulatorio; ci chiediamo se la bravura sia degli autori o, ancora, dell’Eterna Meretrice, con i suoi sampietrini e le sue chiese, un locus amenus finalmente riconsegnato alla patria del noir, che nulla ha da invidiare alle moderne ambientazioni francesi o americane. E' un libro da leggere e sfogliare, in cui poco importa la cronologia dei singoli casi, essi hanno vita propria e una soluzione ancora lontana.

(Luca Moretti - Terranullius.it)
postato da: armati alle ore 11:20 | link | commenti (2)
categorie: recensioni, roma criminale
domenica, 11 novembre 2007

Rospi acidi: "Musica punk, vita cruda, lingua in cui si avverte l'esigenza di comunicare e di amare"

L'abbiamo letto e ve lo segnaliamo. Si tratta di "Rospi Acidi e baci con la lingua", romanzo di Cristiano Armati, già conosciuto per i libri "Roma Criminale" e "Italia Criminale" (Newton Compton).

Rospi acidi e baci con la lingua"Rospi acidi e baci con la lingua" è un romanzo simpatico (in senso positivo. qualcuno conosce l'etimologia del termine?), tra formazione, neonoir, cinismo, amore e dolore. Un viaggio al quale il lettore, specie della nostra generazione, avrà difficoltà a sottrarsi. Tra periferia urbana, estero (il regno unito, meta inesausta dei nostri pellegrinaggi e di mille incidenti di percorso), incontri ai limiti dell'assurdo e del pericolo ed esperienze di molteplice natura, sopra tutte, il rospo e la sua leggenda metropolitana, vero must del libro, che riuscirà a strapparvi le lacrime dal riso. Musica punk, vita cruda, lingua in cui si avverte l'urgenza di comunicare e il desiderio di amare, alla scoperta di sè e dell'Amore, quello con la A maiuscola, ma pure della disillusione, per un finale che uccide i pensieri e li riporta senza speranza alla realtà.

(Jost - jost.splinder.com)
postato da: armati alle ore 15:27 | link | commenti
categorie: recensioni, rospi acidi e baci con la lingua

Roma criminale: se il crimine a Roma è un atto individualista

Una città che secondo la legenda nasce con un omicidio e subito dopo si consolida con il ratto della parte femminile di una popolazione vicina, ha il destino segnato dalla violenza? Secondo Cristiano Armati e Yari Selvetella, autori del fortunato volume Roma criminale (Newton Compton), non c’è dubbio. È una tesi questa che, al di la delle suggestioni necessarie al libro, sembra davvero forzata. In verità ogni fatto che avviene nella città eterna, ogni uomo che vi nasce, perfino ogni cosa che ne respira l’aria e, quindi, ogni delitto che vi è consumato, acquisisce un carattere misterioso, sempre in bilico tra il disincanto e l’ingenuità. È la doppiezza, il contrasto dei sentimenti che talvolta sfiora l’assurdo a rendere da sempre unici i romani: pragmatismo e religiosità, candore e scaltrezza, bontà e cinismo, convivono da sempre sulle rive del Tevere.
Certo è che in una popolazione in cui la pena di vivere è stata a lungo infinitamente più forte dell’interesse per la vita, da una parte la religione e dall’altra (ancora una strana contraddizione) una componente strettamente pragmatica di disincanto, in fondo hanno sempre prevalso su ogni filosofia, su qualsiasi ideologia. Fin dagli albori dei bulli dal coltello facile («er mejo amico mio ce l’ho in saccoccia» recitava Pascarella), la malavita romana, tranne in alcuni sparute occasioni, è sempre stata fortemente individualista. La maggior parte dei fattacci romani vedono un solo protagonista: che sia il mitologico Meo Patacca o il veramente esistito Tinea, il gobbo del Quarticciolo o il mostro di Nerola. Un raro momento di aggregazione malavitosa si avrà con la famigerata banda della Magliana, ma anche quest’unione di intenti si disgregò proprio sotto le spinte di interessi particolari, incroci di sospetti e delazioni.
Il libro di Armati e Selvetella, pur non volendo essere un’enciclopedia del crimine, si sofferma su quasi ogni fatto violento avvenuto nel corso della millenaria storia di Roma e dà conto di una sterminata bibliografia sul tema. Molti capitoli sono scanditi da un ritmo di scrittura che sollecita l’interesse del lettore, altri, soprattutto quelli che prendono in esame i fatti più complessi della cronaca giudiziaria recente, appaiono meno esaustivi.

(Giovanni F. Accolla, da "Il Giornale" del 9 novembre 2007)
postato da: armati alle ore 15:14 | link | commenti
categorie: recensioni, roma criminale

Barbie deve morire di Genea

Il cuore di una bambola, il corpo di una donna, la follia di un'assassina.
Dopo AMERICAN PSYCHO un grande romanzo sul male di vivere della gioventù occidentale


Barbie deve morire
Delphine ha ventitré anni. Delphine veste alla moda. Delphine scrive di musica e gioca con il gatto. Delphine non sopporta l’altro sesso: il corpo dei maschi le sembra un oggetto orripilante e l’amore una cosa disgustosa, bestiale. Delphine, gli esseri umani, li odia. Odia l’odore della loro pelle quando si accalcano nei locali, odia la loro presenza nei vagoni della metropolitana,odia i loro modi ipocriti e i loro sorrisi vuoti. Un giorno qualcuno tenta di rapinarla e lei reagisce tagliandogli la gola con un coltello. Tutta l’umanità, secondo Delphine, merita soltanto di essere sterminata. Per questa ragione Delphine uccide. Le sue vittime preferite sono ragazze giovani e belle ma secondo Delphine soltanto puttane, esistenze da fare a pezzi con la complicità di un compagno disperato: Narciso, un uomo talmente ricco e talmente bello da non potersi permettere anche il lusso di essere amato. E l’amore, tra Delphine e Narciso, è in agguato, duro come una condanna. Un amore senza corpi e senza baci, una passione tra bambole senz’anima che, in un finale allucinante, trasformerà il delirio dei due assassini in un incubo di plastica bruciata.

Genea, classe 1983, è fumettista, scrittrice e body painter, ma ha fatto dell’ozio la sua occupazione primaria. Fin dalla tenera età disegna mostri, freak e drag queen in stile glamour/barocco. Ha pubblicato il romanzo Diario di una ragazza schifata e partecipato a diverse mostre dedicate all’illustrazione e al fumetto. Ambizioni? Colorare di fucsia la muraglia cinese.

Genea
Barbie deve morire
Collana "Vertigo" - Newton Compton
186 pp - 9,90 euro
postato da: armati alle ore 15:09 | link | commenti (2)
categorie: aaa libri editati