martedì, 30 settembre 2008

Cuori rossi segnalato da Corrado Augias

Cuori rossiL'Italia ha conosciuto, dal dopoguerra in poi, una guerra particolare con centinaia di vittime. Questo libro racconta la storia di quelli che sono caduti dalla parte dei "rossi", da Portella della Ginestra al G8 di Genova. Alcuni per fatalità, altri per tragico disegno.

(Corrado Augias - "Il Venerdì della Repubblica" del 26 settembre 2008)

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categorie: rassegna stampa, cuori rossi
domenica, 28 settembre 2008

Memorie di sangue: arrivano i "Cuori rossi"

Cuori rossiDicono sia la risposta a Cuori neri e in effetti potrebbe esserlo, ma l’ultimo libro di Cristiano Armati, Cuori Rossi (Newton Compton), è soprattutto un’immersione nei meandri della memoria. «Una raccolta di storie - racconta l’autore - dal 1944 ai giorni nostri, con grande attenzione alle vicende degli anni Settanta, ma non solo». Che sia un libro di parte è evidente, l’autore stesso non lo nasconde. Ma quale parte? La sinistra? Sì, ma tutt’altro che buonista. La selezione di Armati ha compreso protagonisti e vicende controverse, biografie difficili da metabolizzare, sottolineando che il diritto alla memoria è anche qualcosa che non ci piace, nonostante spesso lo si dimentichi. Lo scopo finale è quindi ben diverso dalla volontà di tessere lodi o ritagliare santini. Le cinquecento pagine si aprono con un interrogativo sul ruolo delle forze occulte che, nell’ultimo mezzo secolo, «hanno tramato contro le voci impegnate a chiedere dal basso il riconoscimento di diritti fondamentali e il rispetto della democrazia». L’idea del libro non è dare spiegazioni, ma fornire informazioni. Armati è bravo a delineare il mezzo profilo della narrazione (la sua metà), lasciando chiaramente intendere quella che manca, attento ad emozionare come un narratore, senza trascurare date e luoghi. Si restituisce vita a un elenco interminabile di vittime “rosse”, militanti o simpatizzanti di sinistra uccisi dai neofascisti e dalla polizia. Un folto gruppo di biografie raccolte per “stagioni”, protagonisti che «hanno caratterizzato il fenomeno della protesta con il protagonismo di categorie non sempre immediatamente riconducibili a una particolare classe sociale».
Si parte dalla Strage del Pane (1944), i braccianti e contadini senza terra e senza niente, l’acciaio in tempo di pace e in tempo di guerra di Terni e le Fonderie Riunite di Modena alla fine degli anni Cinquanta; gli anni Sessanta e «ragazzi con le magliette a strisce», gli anni Settanta e il nuovo volto della contestazione, le facce del popolo dei «non garantiti», la “Nuova sinistra” che sceglie un profilo internazionale quando, alla battaglia per il diritti al lavoro, alla casa, allo studio, affianca Cuba, l’Angola, la Corea, il Vietnam…
Si toccano argomenti delicati come gli ideali partigiani, alla base dei valori nazionali, spesso profondamente scomodi, si accenna al rapporto tra la mafia e il fascismo, ma più di tutto, si torna sulle persone. Vittime spesso non designate di un contesto repressivo che mira a punire atteggiamenti, valori e ideali diversi. Nel libro si alternano combattenti impegnati, contestatori, uomini di fede partitica e vittime casuali: «Per il poeta Gatto non c’è casualità in alcune morti. Esistono uomini che hanno in sé un destino di sacrificio. Uomini che si distinguono per impegno, coraggio, coerenza. Lui parlava di Eugenio Curiel, che spesso usciva dalla clandestinità nella quale era protetto per andare a confrontarsi con la gente. Il partigiano, direttore dell’Unità, ha trovato la morte in una di queste uscite. A me è venuto in mente Claudio Miccoli, il giovane pacifista napoletano massacrato a sprangate in una birreria, colpevole di essere intervenuto per difendere un giovane studente sconosciuto». Ucciso a Piazza Sannazaro nel 1978 perché sulla testa ha un cespuglio di capelli. E sulle guance scarne del suo profilo ascetico si staglia una barba imponente. Per i fascisti non c’è alcun dubbio: si tratta di una zecca. «Claudio Miccoli mi fa pensare a Nicola Tommasoli, ucciso a Verona il primo maggio 2008. Questa volta non era la barba ma il codino» conclude Armati.

(Agnese Palumbo - "Il Riformista" del 26 settembre 2008)
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categorie: recensioni, cuori rossi
giovedì, 25 settembre 2008

Armati a Castelnuovo di Porto (Roma)

IN OCCASIONE DEL FESTIVAL
"LE PAROLE TRA NOI LEGGERE"

Le parole tra noi leggere
SABATO 27 SETTEMBRE - ORE 18,30

C/O enoteca "LA BUCA DI BACCO" - Piazza Vittorio Veneto (Castelnuovo di Porto - Roma)

CRISTIANO ARMATI

presenta

CUORI ROSSI

a seguire "TUTTA ROBBA RUBATA A MILANO"
reading per basso elettrico e voce sola
Featuring CRISTIANO ARMATI & ROMANO PASQUINI (SONIC ASSASSIN)

Nell’atmosfera assolutamente scarna di un palco privo di ogni scenografia, la voce di Armati rievoca i paesaggi desolati delle grandi periferie europee, da Londra a Roma, da Parigi a Milano, popolate da nuovi mostri in cerca di un improbabile riscatto. Il filo conduttore dello spettacolo è rappresentato dal grido di uno strano venditore ambulante che, per invitare lad acquistare la sua merce, urla: "Forza donne! E' tutta roba rubbata a Milano!".
Compiuto lo scarno rituale, le strade conoscono le gesta avventurose di rapinatori senza scrupoli, tossicodipendenti disperati, cuori infranti e lavoratori precari: personaggi di una quotidianità che, grazie a un tono dal sapore neorealista, esplode in un nugolo di contraddizioni che l’autore - accompagnato dal basso elettrico di Romano Pasquini - insegue per trenta minuti di prosa scandita da un ritmo incessante, poetico e metropolitano.


info: 0690185266 - www.artipelago.it
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categorie: cuori rossi, reading presentazioni e festival
domenica, 21 settembre 2008

Cuori rossi: "I dimenticati della cronaca"

Cuori rossiLa ricerca di Cristiano Armati nel suo libro "Cuori rossi" è rivolta a quegli individui spesso non conosciuti, che hanno avuto un relativo posto nella cronaca e sono stati piccoli protagonisti di significativi momenti storici. Armati capovolge l'informazione corrente, invece di presentare fatti notori e personaggi clamorosi, vede la storia dal punto di vista dell'episodio, del protagonista misconosciuto, e lo fa con immedesimazione, quasi a volerne riscattare l'oblio. Ciò rende la lettura commossa, nel vedere soggetti, spessissimo giovani, che per delle situazioni peculiari, ad esempio la miseria o per orientamenti ideali, cercavano una via d'uscita e sono stati stroncati.
Questo itinerario di piccole e brevi vite, questo cimitero di possibilità Armati lo scruta, lo mette sotto i nostri occhi e rende non dimenticabili persone dimenticate. Chi era Giovanni Ardizzone?, chi ne sa niente?: muore in uno scontro con la polizia a ventuno anni, nel protestare durante il periodo dei missili a Cuba, nel 1962. Chi è Luca Rossi? Un altro giovane di cui non sapremmo nulla se Armati non lo raccontasse nel suo libro , un giovane che voleva fare qualcosa di buono per gli altri: "Di Luca, la prima cosa che si può dire è che la sera del 23 marzo del 1986 ha appena venti anni. Bastano le sue fotografie ad affermare che si tratta di un ragazzo straordinariamente bello: i capelli lunghi da ribelle, lo sguardo limpido della persona buona, la fronte alta e gli occhi riflessivi di un ragazzo intelligente".
In effetti pur molto giovane Luca è attivissimo, si dedica al volontariato per i portatori di handicap, svolge attività culturali, viaggia. Viene misteriosamente ucciso, non si coglie bene se per antagonismo politico o per caso. Di vicende come quella di Eugenio Curiel o di Giuseppe Impastato è inutile parlare essendo notissime, terribile anche per il suo anonimato la strage, a Palermo, sotto l'occupazione, di persone che rivendicavano il pane.
Unisce tutte le vicende, la richiesta della libertà e della giustizia, un vigoroso sentimento di dignità civile, un pulviscolio di persone che diventano personaggi con la loro morte. Veramente terribile nella scrittura di Armati questo soffocamento di giovinezze, di slanci, di idealismo, spesso con violenza repressiva, talvolta per occasionalità nefasta, è come ascoltare il canto della giovinezza di colpo trasformato in urlo. Un'opportuna operazione di conoscenza della realtà, al di sotto della realtà esposta dai mezzi di comunicazione che, in qualche modo, più che rivelarla la coprono. Un atto di resa d'onore a una gioventù di cui quasi sempre si prende in considerazione solo la voglia di svago e di fannullaggine. Niente affatto vero.


(Antonio Saccà - Gazzetta del Sud del 19 settembre 2008)
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categorie: recensioni, rassegna stampa, cuori rossi

Cuori rossi: "Parlano i fatti mentre la stampa tace tutto ciò che può"

Cuori rossiLeggendo Cuori rossi di Cristiano Armati si capiscono (o forse si ribadiscono semplicemente) alcune cose molto importanti. La prima è che, nel decennio che va dall’inizio degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, si è consumata in Italia una effettiva guerra civile, perché tali sono le cifre che elencano i caduti e tali sono le meccaniche d’azione. La seconda è che con la veglia del presidente Pertini al letto di Paolo Di Nella, nel 1983, quella guerra è finita ed è iniziata una stagione di criminalità antidemocratica che della spirale che l’ha preceduta ha preso solo le note peggiori, ossia l’odio privo di ragioni “realmente politiche”.
E’ necessario fare questa premessa, perché i lettori del libro noteranno, forse con un certo disappunto che Armati perde l’occasione straordinaria di mantenere un distacco britannico nel raccontare una vicenda storica che, comunque, parla da sola. E di fatti è così. Le note appassionate che l’autore fa vibrare di sottofondo non distraggono il lettore che affonda in una ferita rimasta aperta per tutti. La Storia, quando è raccontata con correttezza, non si presta ad interpretazioni. E Armati la racconta con meticolosa attenzione per ogni dettaglio, per ogni sfumatura. Racconta solo una parte della storia, ma la precisione nel tracciare i contorni della metà piena lascia, per contrasto, che si delinei con altrettanta esattezza la sagoma della metà vuota. Il suo livore, allora, è un in più che forse ha solo il difetto di far vendere meno copie a quello che è un grande bignami per ripassare qualcosa che da tanto ci sforziamo di dimenticare, per declinare l’obbligo di tirarvi le somme.
Ma quali sono le somme da tirare?
Facilissimo. La prima ce la consegna una storia che il libro sfiora solo in parte ma che si manifesta comunque con estrema chiarezza, quella della Repubblica Italiana, che dopo la morte di De Gasperi ha abbandonato, forse in favore di una realpolitik, ogni vero e genuino proposito democratico, entrando in rapporti con organizzazioni segrete interne o esterne allo Stato. La seconda è che chi ha combattuto con le armi, contro lo Stato, o contro l’opposta militanza, ha scelto il metodo meno efficace per raggiungere anche il minimo risultato. Su questa incontestabile lezione, che non è né di destra e né di sinistra, si chiude un momento terribile del nostro passato, che ha confuso spesso la politica con l’odio, la vittoria delle idee con la vittoria sugli uomini. Nel libro, che inizia la sua narrazione dalla Strage del Pane (’44), infatti, gli anni di piombo non sono che un troppo lungo elenco di pugni nello stomaco, che stancano subito e sfiniscono quando vi si mette la parola fine. Oltre che di morti, però il libro è anche pieno di ragioni. Quelle politiche appunto. Che tuttavia vengono coperte dal sangue e rese in fine irrintracciabili. Il sangue di innocenti, spesso, consapevoli, forse o non del tutto, ma sangue di ragazzi che avrebbero dovuto combattersi di meno e confrontarsi di più, come ebbe a dire Pasolini. Di questi italiani, la politica di palazzo si è fatta gioco, negandogli il dialogo da una parte o mandandoli in prima linea dall’altra.
Ma poi? Una volta finita questa stagione? Ecco che, dunque, il valore di questo libro risiede appunto nell’ampiezza dell’arco temporale che copre e che va ben al di là del quasi omonimo Cuori neri di Luca Telese, il cui racconto è temporalmente limitato al decennio delle bombe, definito dallo stesso autore come un’anomalia nella politica italiana. Armati, non crede alle anomalie, specie se di questa portata, e allora comincia dall’inizio, dalla strage di Portella della Ginestra, e si proietta fino a Nicola Tomassoli, vittima del recente agguato di Verona. In questa larga prospettiva, si riescono a capire alcune cose fondamentali. Da una parte la connivenza fra criminalità neo-fascista e la “dark side” (lato nero… forse non è un caso) della politica italiana. Dall’altra che la pura violenza è una forma fondamentale di auto-rappresentazione della destra neo-fascista, mentre per la sinistra extra-parlamentare italiana è stata la conseguenza deviata di una stagione di guerra aperta che, dai piani alti, decideva di chiudere i conti con l’eredità della Resistenza.
E con la fine degli anni di piombo quel retaggio è stato davvero definitivamente liquidato assieme alla possibilità concreta per i cittadini d’essere “corpo dello stato”. Da quel momento in poi non sono le ideologie ad essere finite, ma la democrazia. Dal canto suo lo Stato – si pensi a Genova 2001 - ha continuato, come negli anni di piombo, a fare dell’omicidio uno strumento di governance, sparando (non solo lacrimogeni) ad altezza uomo. Mentre da quel momento in poi la sinistra ha assistito alla lenta agonia del movimento, non più capace di rappresentare uno strumento concreto di azione politica, e la destra ha conosciuto, invece, la lunga escalation di una militanza scollegata del tutto dalla concretezza delle istanze civili e mossa solo da una cieca intolleranza figlia del disagio e del disadattamento di una società svuotata di valori opponibili alla barbarie. Negli ultimi capitoli Armati racconta le morti di giovani che non erano neppure militanti, gente uccisa perché ballava il reggae o per il “pretesto” di una sigaretta. Omicidi politici, perché figli di una organizzata mentalità di odio e di violenza omicida verso il diverso da sé che è da decenni l’abc che s’insegna ai giovani in tutti i luoghi in cui la destra extra-parlamentare (ma anche quella che ha una rappresentanza politica, basti pensare a Forza Nuova) si riunisce. Dagli anni Ottanta a oggi, il conto degli omicidi e dei feriti è emblematicamente sbilanciato fra tanti da una parte e zero dall’altra. Anche qui la Storia non ammette opinioni. Parlano i fatti. Mentre la stampa tace tutto ciò che può.

(Giovanni Arnòlfi - La Differenza. Settimanale di cultura)
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categorie: recensioni, cuori rossi
mercoledì, 17 settembre 2008

Armati "Nudo e crudo"

Nudo e crudo"Nudo e crudo" è il quotidiano di passioni, mode e debolezze ideato e condotto da Giulia Fossà, in onda dal lunedì al venerdì sulle frequenze di Radio Uno - Rai. La puntata di giovedì 17 settembre sarà dedicata al tema "Cuori rossi - Cuori neri" e, a partire dalle 10 e 35, con il suo Cuori rossi, interviene anche Cristiano Armati.

Sotto, il file audio dell'intervista:

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categorie: interviste, rassegna stampa, audio video foto, cuori rossi
lunedì, 15 settembre 2008

Scrivere Cuori rossi: intervista a Cristiano Armati

Cuori rossi1  Da qualche giorno è uscito in tutte le librerie “Cuori Rossi”, un saggio molto duro e potente che descrive “la storia, le lotte e i sogni di chi ha pagato con la vita il prezzo delle proprie idee”. Dagli eccidi di contadini e operai nel  dopoguerra all’esecuzione di Valerio Verbano e Peppino Impastato, dai caduti del ‘77 alla morte di Carlo Giuliani fino a Nicola Tomassoli, pestato a morte a Verona pochi mesi fa per una sigaretta.  Come è nata l’idea di raccogliere informazioni, studiare i fatti e scrivere questo libro?

 

Le “informazioni” non sono un materiale inerte che giace in qualche archivio nell’attesa di essere recuperato. Al contrario, le “informazioni” ci circondano nei modi più strani. Sono nei discorsi delle persone che prendono l’autobus, nelle scritte che ricoprono i muri delle città, nei cori che si cantano allo stadio, negli striscioni che sfilano nelle manifestazioni, nei ricordi di chiunque ha vissuto. “Cuori rossi” è nato proprio così: la realtà è sempre stata la mia principale fonte di ispirazione e, anche questa volta, è stato tutto ciò che mi ha suggerito di recuperare le vite spezzate di tanti militanti della sinistra italiana, non certo per pontificare sulla politica o sull’ideologia, ma per raccontare delle storie.
 

2   Ad oggi a tuo giudizio quale consideri l’immagine-prototipo della violenza?

 

È una domanda difficile. Ma se sfoglio le 96 pagine di fotografie inserite all’interno di “Cuori rossi”, tra le tante immagini di violenza becera e cruda (corpi dilaniati dalle bombe, persone uccise mentre si trovavano con le mani alzate, manifestanti schiacciati dalle camionette della Celere) resto colpito soprattutto da due foto in modo particolare. Nella prima, scattata a Reggio Emilia nel luglio del 1960, si vede un poliziotti che, per sparare contro i manifestanti, si inginocchia e prende la mira. Nella seconda, scattata a Roma nel 1966, si vede un nugolo di neofascisti gettarsi contro lo studente socialista Paolo Rossi, indifeso e solo. Direi che sono queste due le immagini che meglio rappresentano lo spirito di “Cuori rossi”: una per quanto riguarda la violenza fascista e l’altra per quanto riguarda la violenza della polizia.
 

3   Qual è il messaggio che speri arrivi ai lettori?

 

Non credo di aver ancora raggiunto l’età a partire dalla quale, sulla base della propria esperienza, si può pensare di lanciare “messaggi”. Mi limito a sperare che le “mie” storie trasmettano a chi le legge indignazione, rabbia, gioia, speranza, irritazione, rimpianto… emozioni, insomma. Possibilmente forti e, in ogni caso, nemiche dell’indifferenza.

 

4  Quanto di te è cambiato e quale senso si evoluto nella scrittura partendo dal Cristiano Armati di “Rospi acidi e baci con la lingua” passando per “Italia Criminale” e arrivando fino a “Cuori rossi”?

 

Rospi acidi e baci con la linguaIl Cristiano Armati che aveva cominciato a scrivere “Rospi acidi e baci con la lingua” aveva venticinque anni… ma se devo essere sincero non mi sento troppo diverso oggi rispetto a dieci anni fa! Oggi come allora affronto la vita giorno per giorno. Ho difficoltà a fare progetti a lungo termine. Di fronte a una scelta mi comporto in modo istintivo e, alla sicurezza, preferisco comunque la probabilità. Se vedo una cosa bella mi emoziono, se vedo (o mi succede) una cosa brutta piango. Cerco di esprimermi in modo diretto, limitando al minimo i tentativi di mediare tra ciò che sento e i codici culturali con cui dovremmo addomesticare le sensazioni. Ecco, questa immediatezza emozionale è, o spero che sia, ciò a cui ho dato più importanza all’interno della mia scrittura e credo che i miei lavori possano testimoniarlo.

 

5  Che rapporto hai con la scrittura? Quando e come hai iniziato a scrivere?

 

Ho iniziato a scrivere in prima elementare… un libro di scienze dedicato alle formiche e alla vita del formicaio!!! Poi mi sono cimentato con la mitologia greca e, entro la quinta, ho “sfornato” un libretto dedicato alle divinità dell’Olimpo e le loro storie. A un certo punto ho scoperto la poesia e ho scritto anche io i miei primi versi mentre, per quanto riguarda la narrativa, il mio primo tentativo di romanzo (avevo tredici anni) riguardava la storia di vita di un mio zio alla lontana… insomma, la scrittura mi ha sempre affascinato. Avevo amici che frequentavano corsi di chitarra o pianoforte e suonavano questi strumenti. Io imparai le lettere e provai subito a… suonare le parole!

 

Come sei riuscito a farlo diventare un lavoro, aggiungo io invidiabile?

 

Cop-Italia-criminale-mess2Ho iniziato a collaborare con un giornale quando avevo diciotto anni e, da allora, non ho mai scritto un articolo senza percepire un compenso, fosse pure minimo. Il mio primo libro venne pubblicato nel 1999 e, l’anno dopo l’editore mi riconobbe cinque o seicentomila lire di diritti d’autore. Io, in quel momento, mi occupavo di informatica, vendevo e riparavo computer… ma approfittati di quella piccolissima somma per licenziarmi e dedicare più tempo alla scrittura. Fu così che iniziai a intensificare le mie collaborazioni giornalistiche finché, tra un giornale e l’altro, capitai alla Coniglio Editore dove, oltre a scrivere per le diverse testate del gruppo, iniziai a imparare da Francesco Coniglio i primi rudimenti dell’arte editoriale. Presto Francesco mi offrì un lavoro come editor: un’opportunità bellissima che, insieme a Dario Morgante, mi ha permesso di trasformare in realtà molte idee di libri. Io, naturalmente, continuavo anche a scrivere e così “capitai” alla Newton Compton, dove sono tutt’ora.

Un lavoro invidiabile dici?

Posso essere d’accordo con te. Ma attenzione, non è tutto oro quello che luccica! Il lavoro editoriale ti entra nel cervello e ti segue sempre e dappertutto, peggio di una droga… ma forse è proprio per questo che mi piace!

 

7  Cristiano Armati  è anche editor per la Newton e Compton e della Purple Press (fra le altre e tante cose) come riesci a far conciliare tutto? Ci descriveresti una tua giornata tipo? Sveglia a che ora...

 

Per guardare l’ora uso il display del cellulare, non possiedo sveglie. Diciamo che mi sveglio “quando apro gli occhi”, cosa che succede, a secondo dei momenti, tra le sette e le dieci del mattino. Le prime ore, in genere, le dedico al recupero della mia lucidità e alla carica di un paio di macchinette di caffè, poi mi metto al lavoro. Spesso resto a casa, specialmente se sto completando un mio progetto. Altrimenti prendo la macchina, accendo lo stereo a tutto volume e arrivo fino alla sede della Newton Compton. Qui, in genere, resto fino alle sette di sera. Tra autori che telefonano e bozze da guardare, il tempo passa velocissimo e, quando arriva la sera, mi spingo fino all’ufficio della Purple Press, dove faccio il punto della situazione, mi confronto con le idee e, cosa più importante, vado a cena con gli amici e i collaboratori!

 

8 Una curiosità, quanti manoscritti ricevi  quotidianamente e  come ti rapporti alla loro lettura? Infine che lavoro si svolge sul manoscritto che si sceglie di pubblicare?

 

Manoscritti? Me ne arrivano almeno quattro o cinque al giorno! Considera che ricevo di tutto, dalle raccolte di poesia ermetica ai manuali per la guida dei trattori agricoli, per cui la prima cernita avviene semplicemente guardando di cosa si tratta e cosa rispetta la linea editoriale della casa editrice. Le cose che mi sembrano buone, a questo punto, passano al vaglio di una squadra di lettori che mi restituiscono le loro impressioni: io le valuto e, dopo questa seconda cernita, inizio a leggere anche io, concentrandomi sui materiali più interessanti. I libri che vengono fuori da questo percorso, in genere, risultano relativamente “puliti”. Il lavoro più faticoso, infatti, si fa sui libri progettati a tavolino: i titoli che nascono in casa editrice e che, in molti modi diversi, hanno bisogno di essere “limati” abbondantemente prima di finire in tipografia.

 

9 Tu sei  investito sia del ruolo di scrittore che editor, quali consigli ti senti di dare ai giovani autori alla ricerca di una seria casa editrice che punti su di loro?

 

I consigli, come i messaggi, li lascio ha chi ha la barba bianca… forse perché mi illudo di essere un “giovane autore” anche io! Se posso richiamare l’attenzione su un particolare, però, direi: attenzione, la scrittura non ha a che fare soltanto con la qualità ma anche con la quantità! Se qualcuno si demoralizza perché la manciata di poesie che ha scritto non circolano o perché il suo romanzetto non viene pubblicato… posso garantire che gli scrittori più insospettabili hanno i cassetti pieni di manoscritti rifiutati!

 

10 Progetti per il futuro?...immagino una vacanza,almeno.

 

Ho un paio di romanzi incompiuti, credo che sia ora di finirli… poi sto lavorando insieme a un ex camorrista su un libro a quattro mani. Insieme a Romano Pasquini del gruppo punk Sonic Assassin sto scrivendo i testi destinati a confluire in un progetto intitolato “Tutta robba rubata a Milano”… In effetti devo riconoscere che si tratta di un mio limite ma non sono capace di andare in vacanza. Per ragioni legate alla scrittura giro le città italiane e vado negli Stati Uniti, in Germania, in Francia e in Inghilterra diverse volte all’anno. Per il resto nutro un rispetto quasi sacro nei confronti del “viaggio”. Per me “partire” significa davvero lasciarsi alle spalle ogni cosa, persino la possibilità di tornare… l’ultima volta che mi sono impegnato in una simile partenza – destinazione Africa Occidentale – sono stato fuori davvero a lungo. Ripartirò, questo è sicuro. Ma non è ancora arrivato il momento.


(Intervista di Violante Rengalli - Giochidilingua.splinder.com)

lunedì, 08 settembre 2008

Cuori rossi e Cuori neri: faccia a faccia con gli scrittori che hanno riaperto gli album di famiglia

Cuori rossiUn paio d’anni dopo ‘Cuori Neri’ di Luca Telese, libro potente e controverso che raccolse le storie di ventuno “camerati” uccisi negli anni di piombo, esce ‘Cuori Rossi’. “Finalmente” dice lo stesso Telese stringendo la mano di Cristiano Armati, autore del libro in uscita per le edizioni Newton Compton. “Speravo tanto che qualcuno lo facesse. Speravo che il mio libro avrebbe agito come un detonatore, facendo esplodere la cortina di omertà che copre i delitti politici degli anni Settanta. Più di dieci anni di una strage infinita, la cui memoria è stata ibernata. Ma non potevo essere io ad attraversare di nuovo lo specchio e guardare dall’altro lato. Mi ero già preso la responsabilità del racconto dei “morti degli altri”, suscitando scandalo in quanto giornalista di sinistra“.
I due autori, seduti ad un tavolino, iniziano subito a rimbalzarsi date e nomi, misurano, l’uno dell’altro, la competenza, la prospettiva, la fede. In silenzio, osservo lo svolgersi di una tatticissima battaglia verbale, nel quale ogni sostantivo, ogni affermazione vorrebbe le sue virgolette, tanto sono pericolosi i significati se travisati.
“Mi sono iscritto alla Fgci nel 1984″ continua Telese ordinando un Chinotto, “l’anno dopo la morte di Paolo Di Nella, l’ultimo dei miei ‘cuori neri’”. Colpito alle spalle mentre affiggeva manifesti a viale Libia, a Roma. Questo omicidio chiude la strage degli anni di piombo, aperta dalla fine assurda di Ugo Venturini, morto di tetano dopo che, sotto il palco di Almirante, era stato ferito da una bottiglia piena di terra. Tra il1978 ed il 1982 soltanto nella capitale si contano cento morti, quattrocento feriti e quasi mille arresti. Sono le cifre di un massacro, che coinvolge quasi esclusivamente giovani tra i diciassette anni ed i vent’anni, tra vittime e carnefici.
Ma mentre Di Nella muore nel suo letto d’ospedale, accade qualcosa di clamoroso: un uomo anziano, un ex partigiano, lo veglia a lungo con le lacrime agli occhi. E’ Sandro Pertini, allora Presidente della Repubblica. Il suo gesto chiude quella stagione all’inferno le cui coordinate erano già state scardinate da un coraggioso editoriale di Eugenio Scalfari su La Repubblica, all’indomani dell’omicidio di Alberto Giaquinto. Noi, la stampa “democratica” non ci stiamo comportando con la stessa passione civile nei confronti delle vittime della “sinistra” e di quelle della “destra”, aveva ammonito Scalfari.
Non è d’accordo Cristiano Armati. Fumando e bevendo birra scalpita all’idea di contenere gli omicidi politici all’interno di un periodo di tensione. Cuori rossi, infatti, si apre con la strage del pane di via Maqueda, a Palermo (ottobre 1944) e si chiude con la vicenda di Nicola Tomassoli, pestato a morte a Verona pochi mesi fa per una sigaretta.
“Io vedo la stagione delle lotte e della violenza piuttosto come una terza guerra civile italiana” dice, “dopo il Risorgimento e quella di Liberazione. Una guerra nella quale servizi deviati, criminalità comune politica e mafiosa si intrecciano nel solito inestricabile groviglio italiano. Una guerra che non si è ancora conclusa e difficile da decifrare. “Ti ricordi Antonino Gioè?” chiede Armati. “Nel 1993 si impicca alle sbarre del carcere di Rebibbia, a Roma. Era stato lui a piazzare l’esplosivo che fece saltare in aria la macchina di Falcone, sotto il ponte dell’autostrada Punta Raisi-Palermo, a Capaci. Ma l’artificiere che aveva preparato il telecomando e avrebbe dovuto azionarlo, e che all’ultimo momento fu sostituito da Giovanni Brusca, era Pietro Rampulla, già militante di Ordine Nuovo. Un filo unisce la malavita organizzata ed il terrorismo nero dai tempi del fallito Golpe della Madonna di Junio Valerio Borghese, il principe nero”.
“Ascolta” replica Telese, “Mara Cagol raccontò che Feltrinelli voleva convincerla ad andare in Grecia a fare un attentato, ma lei si rifiutò. La donna che andò al suo posto, che morì in quell’occasione, era la zia di Carlo Giuliani. C’è un filo, tutto si tiene ed i piani si confondono. ma bisogna sapere distinguere. Nel mio libro lo dico con chiarezza: quegli anni furono un’eccezione nella nostra democrazia”.
Che siano piuttosto la continuazione delle lotte partigiane è invece la tesi sostenuta da Armati nel suo Cuori rossi. Confidando tra l’altro sulle parole del padre di una vittima, quel Paolo Rossi gettato giù dalla scalinata della Sapienza, a Roma, dopo essere stato massacrato a calci e pugni da squadracce fasciste. La cui vicenda ispirò i versi della canzone di Paolo Pietrangeli che divenne l’inno della contestazione, Contessa. “Mi sembra che mio figlio sia caduto in un’azione partigiana” dichiara quel padre “lottando contro i mostri che credevamo di avere sconfitto: la religione della violenza, il rifiuto della cultura, l’ignoranza, la sopraffazione, la barbarie”. C’è una divisione di campo alla quale non ci si può sottrarre. “La sinistra” conclude Armati “non ha mai avuto un’idea della violenza strutturata militarmente come la destra”.
“E’ vero” risponde Telese “anche se non tutta la destra fu violenta. E la divisione di cui parli non è così netta come appare. Basta avvicinarsi, osservare nel dettaglio la biografia delle vittime. Stefano Recchioni, ucciso da un carabiniere con uno sparo in mezzo agli occhi, ascolta De Andrè e Guccini, ha un fratello iscritto a Lotta Continua ed una madre antifascista. Era accorso davanti alla sede del Msi di Acca Larentia, a vegliare i due ragazzi appena morti nell’attentato. Francesca Mambro gli tenne la testa mentre moriva. E giurò che non si sarebbe mai più fatta sorprendere disarmata”. Da chi? Dai nemici. Ma chi erano i nemici, i militanti sulla sponda opposta o le forze dell’ordine?
In Cuori rossi, si racconta l’apparizione sulla scena italiana dei cosidetti Teddy Boys. Movimento nato in Inghilterra alla fine degli anni cinquanta, dal quale discendono skinheads, brigate S.H.A.R.P. e tutto il frastagliato mondo della rabbia che passa attraverso le curve degli stadi, la musica dal punk in poi, il nichilismo anarchico dei black bloc. Pasolini scrisse una sceneggiatura per un film che non fece mai proprio su questi ragazzi, chiamati anche “i ragazzi con la maglietta a strisce” per la loro divisa, che si fecero notare per la prima volta nel luglio 1960 nella battaglia che si combattè a Genova per impedire lo svolgersi di un congreddo del Msi.
I “giovani”, la nuova categoria antropologica. La prima generazione dopo la guerra, che coltiva la stessa disperazione dei padri ma non ha evidenza del nemico. Che si divide, per abitudine probabilmente, in “cuori rossi” e “cuori neri” fin quando è possibile.
Dopo, adesso, resta solo la rabbia. Quella che esercita la violenza come ideologia, e non per difendere un’ideologia. Quella che non si accontenta più di azzerare la politica, perché non ambisce a sostituirla. Per disarmare questa rabbia, non basterebbe più un Presidente partigiano.

Elena Stancanelli - "Il Venerdì di Repubblica" (5 settembre 2008)

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categorie: recensioni, interviste, rassegna stampa, cuori rossi
venerdì, 05 settembre 2008

Cuori rossi

Cuori rossi

La storia, le lotte e i sogni di chi ha pagato con la vita il prezzo delle proprie idee. Dagli eccidi di contadini e operai nel  dopoguerra all’esecuzione di Valerio Verbano e Peppino Impastato, dai caduti del ‘77 alla morte di Carlo Giuliani.

L’Italia è una Repubblica fondata sul mistero. Un concerto di forze occulte dotate di leggi speciali che hanno tramato contro le voci impegnate a chiedere dal basso il riconoscimento di diritti fondamentali. Il risultato è una micidiale licenza d’uccidere che, dal secondo dopoguerra fino ai giorni nostri, ha spezzato le vite di donne e uomini, spesso giovanissimi, uniti da una passione che parla di uguaglianza, libertà e fraternità. Dalla strage di Portella della Ginestra alla repressione delle manifestazioni indette in occasione del G8 di Genova, Cuori rossi è la storia di una guerra mai dichiarata eppure spietata. Una guerra che ha usato le armi non convenzionali dei lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo e delle collusioni con la criminalità politica e mafiosa per aggredire, intimidire e spesso uccidere le persone ritenute pericolose. Così, in Italia, i “cuori rossi” muoiono per le proprie idee o, ancora più crudelmente, per la propria diversità esistenziale. Dall’omicidio di Alceste Campanile alla morte di Carlo Giuliani, dall’assassinio di Peppino Impastato alle esecuzioni di Fausto e Iaio e di Valerio Verbano, dall’accoltellamento di Davide Cesare “Dax” alle recentissime aggressioni organizzate dai militanti dell’estrema destra a Roma e a Verona, Cuori rossi è un libro dedicato alle vittime dello stragismo fascista contemporaneo e della violenza a cui nemmeno le forze dell’ordine sono estranee. Incalzato da uno stile narrativo basato sull’evidenza dei fatti, Cuori rossi racconta storie di sopraffazione troppo spesso dimenticate confrontandosi con l’anima di un Paese tutt’altro che pacificato.

Cristiano Armati
Cuori rossi
Newton Compton - 504 pp - 16,90 euro


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categorie: a libri scritti, cuori rossi
martedì, 02 settembre 2008

Sweeney Todd su Close-up

Close-upDirettamente da Close-Up.it, la rivista di cinema, teatro e musica diretta da Giovanni Spagnoletti, il pdf di un interessante articolo dedicato a Sweeney Todd, il diabolico barbiere di Fleet Street contenenti diversi spunti per approfondire le differenti versioni cinematografiche dedicate al primo mass murder della storia contemporanea nonché eroe indiscusso della letteratura vittoriana.

Close-up
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categorie: sweeney todd