I libri, i reading, le poesie e gli articoli di (e su) Cristiano Armati
L'Italia ha conosciuto, dal dopoguerra in poi, una guerra particolare con centinaia di vittime. Questo libro racconta la storia di quelli che sono caduti dalla parte dei "rossi", da Portella della Ginestra al G8 di Genova. Alcuni per fatalità, altri per tragico disegno.
(Corrado Augias - "Il Venerdì della Repubblica" del 26 settembre 2008)
Dicono sia la risposta a Cuori neri e in effetti potrebbe esserlo, ma l’ultimo libro di Cristiano Armati, Cuori Rossi (Newton Compton), è soprattutto un’immersione nei meandri della memoria. «Una raccolta di storie - racconta l’autore - dal 1944 ai giorni nostri, con grande attenzione alle vicende degli anni Settanta, ma non solo». Che sia un libro di parte è evidente, l’autore stesso non lo nasconde. Ma quale parte? La sinistra? Sì, ma tutt’altro che buonista. La selezione di Armati ha compreso protagonisti e vicende controverse, biografie difficili da metabolizzare, sottolineando che il diritto alla memoria è anche qualcosa che non ci piace, nonostante spesso lo si dimentichi. Lo scopo finale è quindi ben diverso dalla volontà di tessere lodi o ritagliare santini. Le cinquecento pagine si aprono con un interrogativo sul ruolo delle forze occulte che, nell’ultimo mezzo secolo, «hanno tramato contro le voci impegnate a chiedere dal basso il riconoscimento di diritti fondamentali e il rispetto della democrazia». L’idea del libro non è dare spiegazioni, ma fornire informazioni. Armati è bravo a delineare il mezzo profilo della narrazione (la sua metà), lasciando chiaramente intendere quella che manca, attento ad emozionare come un narratore, senza trascurare date e luoghi. Si restituisce vita a un elenco interminabile di vittime “rosse”, militanti o simpatizzanti di sinistra uccisi dai neofascisti e dalla polizia. Un folto gruppo di biografie raccolte per “stagioni”, protagonisti che «hanno caratterizzato il fenomeno della protesta con il protagonismo di categorie non sempre immediatamente riconducibili a una particolare classe sociale».
La ricerca di Cristiano Armati nel suo libro "Cuori rossi" è rivolta a quegli individui spesso non conosciuti, che hanno avuto un relativo posto nella cronaca e sono stati piccoli protagonisti di significativi momenti storici. Armati capovolge l'informazione corrente, invece di presentare fatti notori e personaggi clamorosi, vede la storia dal punto di vista dell'episodio, del protagonista misconosciuto, e lo fa con immedesimazione, quasi a volerne riscattare l'oblio. Ciò rende la lettura commossa, nel vedere soggetti, spessissimo giovani, che per delle situazioni peculiari, ad esempio la miseria o per orientamenti ideali, cercavano una via d'uscita e sono stati stroncati.
Leggendo Cuori rossi di Cristiano Armati si capiscono (o forse si ribadiscono semplicemente) alcune cose molto importanti. La prima è che, nel decennio che va dall’inizio degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, si è consumata in Italia una effettiva guerra civile, perché tali sono le cifre che elencano i caduti e tali sono le meccaniche d’azione. La seconda è che con la veglia del presidente Pertini al letto di Paolo Di Nella, nel 1983, quella guerra è finita ed è iniziata una stagione di criminalità antidemocratica che della spirale che l’ha preceduta ha preso solo le note peggiori, ossia l’odio privo di ragioni “realmente politiche”.
"Nudo e crudo" è il quotidiano di passioni, mode e debolezze ideato e condotto da Giulia Fossà, in onda dal lunedì al venerdì sulle frequenze di Radio Uno - Rai. La puntata di giovedì 17 settembre sarà dedicata al tema "Cuori rossi - Cuori neri" e, a partire dalle 10 e 35, con il suo Cuori rossi, interviene anche Cristiano Armati.
1 Da qualche giorno è uscito in tutte le librerie “Cuori Rossi”, un saggio molto duro e potente che descrive “la storia, le lotte e i sogni di chi ha pagato con la vita il prezzo delle proprie idee”. Dagli eccidi di contadini e operai nel dopoguerra all’esecuzione di Valerio Verbano e Peppino Impastato, dai caduti del ‘77 alla morte di Carlo Giuliani fino a Nicola Tomassoli, pestato a morte a Verona pochi mesi fa per una sigaretta. Come è nata l’idea di raccogliere informazioni, studiare i fatti e scrivere questo libro?Le “informazioni” non sono un materiale inerte che giace in qualche archivio nell’attesa di essere recuperato. Al contrario, le “informazioni” ci circondano nei modi più strani. Sono nei discorsi delle persone che prendono l’autobus, nelle scritte che ricoprono i muri delle città, nei cori che si cantano allo stadio, negli striscioni che sfilano nelle manifestazioni, nei ricordi di chiunque ha vissuto. “Cuori rossi” è nato proprio così: la realtà è sempre stata la mia principale fonte di ispirazione e, anche questa volta, è stato tutto ciò che mi ha suggerito di recuperare le vite spezzate di tanti militanti della sinistra italiana, non certo per pontificare sulla politica o sull’ideologia, ma per raccontare delle storie.
2 Ad oggi a tuo giudizio quale consideri l’immagine-prototipo della violenza?
È una domanda difficile. Ma se sfoglio le 96 pagine di fotografie inserite all’interno di “Cuori rossi”, tra le tante immagini di violenza becera e cruda (corpi dilaniati dalle bombe, persone uccise mentre si trovavano con le mani alzate, manifestanti schiacciati dalle camionette della Celere) resto colpito soprattutto da due foto in modo particolare. Nella prima, scattata a Reggio Emilia nel luglio del 1960, si vede un poliziotti che, per sparare contro i manifestanti, si inginocchia e prende la mira. Nella seconda, scattata a Roma nel 1966, si vede un nugolo di neofascisti gettarsi contro lo studente socialista Paolo Rossi, indifeso e solo. Direi che sono queste due le immagini che meglio rappresentano lo spirito di “Cuori rossi”: una per quanto riguarda la violenza fascista e l’altra per quanto riguarda la violenza della polizia.
3 Qual è il messaggio che speri arrivi ai lettori?
Non credo di aver ancora raggiunto l’età a partire dalla quale, sulla base della propria esperienza, si può pensare di lanciare “messaggi”. Mi limito a sperare che le “mie” storie trasmettano a chi le legge indignazione, rabbia, gioia, speranza, irritazione, rimpianto… emozioni, insomma. Possibilmente forti e, in ogni caso, nemiche dell’indifferenza.
4 Quanto di te è cambiato e quale senso si evoluto nella scrittura partendo dal Cristiano Armati di “Rospi acidi e baci con la lingua” passando per “Italia Criminale” e arrivando fino a “Cuori rossi”?
Il Cristiano Armati che aveva cominciato a scrivere “Rospi acidi e baci con la lingua” aveva venticinque anni… ma se devo essere sincero non mi sento troppo diverso oggi rispetto a dieci anni fa! Oggi come allora affronto la vita giorno per giorno. Ho difficoltà a fare progetti a lungo termine. Di fronte a una scelta mi comporto in modo istintivo e, alla sicurezza, preferisco comunque la probabilità. Se vedo una cosa bella mi emoziono, se vedo (o mi succede) una cosa brutta piango. Cerco di esprimermi in modo diretto, limitando al minimo i tentativi di mediare tra ciò che sento e i codici culturali con cui dovremmo addomesticare le sensazioni. Ecco, questa immediatezza emozionale è, o spero che sia, ciò a cui ho dato più importanza all’interno della mia scrittura e credo che i miei lavori possano testimoniarlo.
5 Che rapporto hai con la scrittura? Quando e come hai iniziato a scrivere?
Ho iniziato a scrivere in prima elementare… un libro di scienze dedicato alle formiche e alla vita del formicaio!!! Poi mi sono cimentato con la mitologia greca e, entro la quinta, ho “sfornato” un libretto dedicato alle divinità dell’Olimpo e le loro storie. A un certo punto ho scoperto la poesia e ho scritto anche io i miei primi versi mentre, per quanto riguarda la narrativa, il mio primo tentativo di romanzo (avevo tredici anni) riguardava la storia di vita di un mio zio alla lontana… insomma, la scrittura mi ha sempre affascinato. Avevo amici che frequentavano corsi di chitarra o pianoforte e suonavano questi strumenti. Io imparai le lettere e provai subito a… suonare le parole!
Come sei riuscito a farlo diventare un lavoro, aggiungo io invidiabile?
Ho iniziato a collaborare con un giornale quando avevo diciotto anni e, da allora, non ho mai scritto un articolo senza percepire un compenso, fosse pure minimo. Il mio primo libro venne pubblicato nel 1999 e, l’anno dopo l’editore mi riconobbe cinque o seicentomila lire di diritti d’autore. Io, in quel momento, mi occupavo di informatica, vendevo e riparavo computer… ma approfittati di quella piccolissima somma per licenziarmi e dedicare più tempo alla scrittura. Fu così che iniziai a intensificare le mie collaborazioni giornalistiche finché, tra un giornale e l’altro, capitai alla Coniglio Editore dove, oltre a scrivere per le diverse testate del gruppo, iniziai a imparare da Francesco Coniglio i primi rudimenti dell’arte editoriale. Presto Francesco mi offrì un lavoro come editor: un’opportunità bellissima che, insieme a Dario Morgante, mi ha permesso di trasformare in realtà molte idee di libri. Io, naturalmente, continuavo anche a scrivere e così “capitai” alla Newton Compton, dove sono tutt’ora.
Un lavoro invidiabile dici?
Posso essere d’accordo con te. Ma attenzione, non è tutto oro quello che luccica! Il lavoro editoriale ti entra nel cervello e ti segue sempre e dappertutto, peggio di una droga… ma forse è proprio per questo che mi piace!
7 Cristiano Armati è anche editor per la Newton e Compton e della Purple Press (fra le altre e tante cose) come riesci a far conciliare tutto?
Per guardare l’ora uso il display del cellulare, non possiedo sveglie. Diciamo che mi sveglio “quando apro gli occhi”, cosa che succede, a secondo dei momenti, tra le sette e le dieci del mattino. Le prime ore, in genere, le dedico al recupero della mia lucidità e alla carica di un paio di macchinette di caffè, poi mi metto al lavoro. Spesso resto a casa, specialmente se sto completando un mio progetto. Altrimenti prendo la macchina, accendo lo stereo a tutto volume e arrivo fino alla sede della Newton Compton. Qui, in genere, resto fino alle sette di sera. Tra autori che telefonano e bozze da guardare, il tempo passa velocissimo e, quando arriva la sera, mi spingo fino all’ufficio della Purple Press, dove faccio il punto della situazione, mi confronto con le idee e, cosa più importante, vado a cena con gli amici e i collaboratori!
8 Una curiosità, quanti manoscritti ricevi quotidianamente e come ti rapporti alla loro lettura? Infine che lavoro si svolge sul manoscritto che si sceglie di pubblicare?
Manoscritti? Me ne arrivano almeno quattro o cinque al giorno! Considera che ricevo di tutto, dalle raccolte di poesia ermetica ai manuali per la guida dei trattori agricoli, per cui la prima cernita avviene semplicemente guardando di cosa si tratta e cosa rispetta la linea editoriale della casa editrice. Le cose che mi sembrano buone, a questo punto, passano al vaglio di una squadra di lettori che mi restituiscono le loro impressioni: io le valuto e, dopo questa seconda cernita, inizio a leggere anche io, concentrandomi sui materiali più interessanti. I libri che vengono fuori da questo percorso, in genere, risultano relativamente “puliti”. Il lavoro più faticoso, infatti, si fa sui libri progettati a tavolino: i titoli che nascono in casa editrice e che, in molti modi diversi, hanno bisogno di essere “limati” abbondantemente prima di finire in tipografia.
9 Tu sei investito sia del ruolo di scrittore che editor, quali consigli ti senti di dare ai giovani autori alla ricerca di una seria casa editrice che punti su di loro?
I consigli, come i messaggi, li lascio ha chi ha la barba bianca… forse perché mi illudo di essere un “giovane autore” anche io! Se posso richiamare l’attenzione su un particolare, però, direi: attenzione, la scrittura non ha a che fare soltanto con la qualità ma anche con la quantità! Se qualcuno si demoralizza perché la manciata di poesie che ha scritto non circolano o perché il suo romanzetto non viene pubblicato… posso garantire che gli scrittori più insospettabili hanno i cassetti pieni di manoscritti rifiutati!
10 Progetti per il futuro?...immagino una vacanza,almeno.
Ho un paio di romanzi incompiuti, credo che sia ora di finirli… poi sto lavorando insieme a un ex camorrista su un libro a quattro mani. Insieme a Romano Pasquini del gruppo punk Sonic Assassin sto scrivendo i testi destinati a confluire in un progetto intitolato “Tutta robba rubata a Milano”… In effetti devo riconoscere che si tratta di un mio limite ma non sono capace di andare in vacanza. Per ragioni legate alla scrittura giro le città italiane e vado negli Stati Uniti, in Germania, in Francia e in Inghilterra diverse volte all’anno. Per il resto nutro un rispetto quasi sacro nei confronti del “viaggio”. Per me “partire” significa davvero lasciarsi alle spalle ogni cosa, persino la possibilità di tornare… l’ultima volta che mi sono impegnato in una simile partenza – destinazione Africa Occidentale – sono stato fuori davvero a lungo. Ripartirò, questo è sicuro. Ma non è ancora arrivato il momento.
(Intervista di Violante Rengalli - Giochidilingua.splinder.com)
Un paio d’anni dopo ‘Cuori Neri’ di Luca Telese, libro potente e controverso che raccolse le storie di ventuno “camerati” uccisi negli anni di piombo, esce ‘Cuori Rossi’. “Finalmente” dice lo stesso Telese stringendo la mano di Cristiano Armati, autore del libro in uscita per le edizioni Newton Compton. “Speravo tanto che qualcuno lo facesse. Speravo che il mio libro avrebbe agito come un detonatore, facendo esplodere la cortina di omertà che copre i delitti politici degli anni Settanta. Più di dieci anni di una strage infinita, la cui memoria è stata ibernata. Ma non potevo essere io ad attraversare di nuovo lo specchio e guardare dall’altro lato. Mi ero già preso la responsabilità del racconto dei “morti degli altri”, suscitando scandalo in quanto giornalista di sinistra“.
I due autori, seduti ad un tavolino, iniziano subito a rimbalzarsi date e nomi, misurano, l’uno dell’altro, la competenza, la prospettiva, la fede. In silenzio, osservo lo svolgersi di una tatticissima battaglia verbale, nel quale ogni sostantivo, ogni affermazione vorrebbe le sue virgolette, tanto sono pericolosi i significati se travisati.
“Mi sono iscritto alla Fgci nel 1984″ continua Telese ordinando un Chinotto, “l’anno dopo la morte di Paolo Di Nella, l’ultimo dei miei ‘cuori neri’”. Colpito alle spalle mentre affiggeva manifesti a viale Libia, a Roma. Questo omicidio chiude la strage degli anni di piombo, aperta dalla fine assurda di Ugo Venturini, morto di tetano dopo che, sotto il palco di Almirante, era stato ferito da una bottiglia piena di terra. Tra il1978 ed il 1982 soltanto nella capitale si contano cento morti, quattrocento feriti e quasi mille arresti. Sono le cifre di un massacro, che coinvolge quasi esclusivamente giovani tra i diciassette anni ed i vent’anni, tra vittime e carnefici.
Ma mentre Di Nella muore nel suo letto d’ospedale, accade qualcosa di clamoroso: un uomo anziano, un ex partigiano, lo veglia a lungo con le lacrime agli occhi. E’ Sandro Pertini, allora Presidente della Repubblica. Il suo gesto chiude quella stagione all’inferno le cui coordinate erano già state scardinate da un coraggioso editoriale di Eugenio Scalfari su La Repubblica, all’indomani dell’omicidio di Alberto Giaquinto. Noi, la stampa “democratica” non ci stiamo comportando con la stessa passione civile nei confronti delle vittime della “sinistra” e di quelle della “destra”, aveva ammonito Scalfari.
Non è d’accordo Cristiano Armati. Fumando e bevendo birra scalpita all’idea di contenere gli omicidi politici all’interno di un periodo di tensione. Cuori rossi, infatti, si apre con la strage del pane di via Maqueda, a Palermo (ottobre 1944) e si chiude con la vicenda di Nicola Tomassoli, pestato a morte a Verona pochi mesi fa per una sigaretta.
“Io vedo la stagione delle lotte e della violenza piuttosto come una terza guerra civile italiana” dice, “dopo il Risorgimento e quella di Liberazione. Una guerra nella quale servizi deviati, criminalità comune politica e mafiosa si intrecciano nel solito inestricabile groviglio italiano. Una guerra che non si è ancora conclusa e difficile da decifrare. “Ti ricordi Antonino Gioè?” chiede Armati. “Nel 1993 si impicca alle sbarre del carcere di Rebibbia, a Roma. Era stato lui a piazzare l’esplosivo che fece saltare in aria la macchina di Falcone, sotto il ponte dell’autostrada Punta Raisi-Palermo, a Capaci. Ma l’artificiere che aveva preparato il telecomando e avrebbe dovuto azionarlo, e che all’ultimo momento fu sostituito da Giovanni Brusca, era Pietro Rampulla, già militante di Ordine Nuovo. Un filo unisce la malavita organizzata ed il terrorismo nero dai tempi del fallito Golpe della Madonna di Junio Valerio Borghese, il principe nero”.
“Ascolta” replica Telese, “Mara Cagol raccontò che Feltrinelli voleva convincerla ad andare in Grecia a fare un attentato, ma lei si rifiutò. La donna che andò al suo posto, che morì in quell’occasione, era la zia di Carlo Giuliani. C’è un filo, tutto si tiene ed i piani si confondono. ma bisogna sapere distinguere. Nel mio libro lo dico con chiarezza: quegli anni furono un’eccezione nella nostra democrazia”.
Che siano piuttosto la continuazione delle lotte partigiane è invece la tesi sostenuta da Armati nel suo Cuori rossi. Confidando tra l’altro sulle parole del padre di una vittima, quel Paolo Rossi gettato giù dalla scalinata della Sapienza, a Roma, dopo essere stato massacrato a calci e pugni da squadracce fasciste. La cui vicenda ispirò i versi della canzone di Paolo Pietrangeli che divenne l’inno della contestazione, Contessa. “Mi sembra che mio figlio sia caduto in un’azione partigiana” dichiara quel padre “lottando contro i mostri che credevamo di avere sconfitto: la religione della violenza, il rifiuto della cultura, l’ignoranza, la sopraffazione, la barbarie”. C’è una divisione di campo alla quale non ci si può sottrarre. “La sinistra” conclude Armati “non ha mai avuto un’idea della violenza strutturata militarmente come la destra”.
“E’ vero” risponde Telese “anche se non tutta la destra fu violenta. E la divisione di cui parli non è così netta come appare. Basta avvicinarsi, osservare nel dettaglio la biografia delle vittime. Stefano Recchioni, ucciso da un carabiniere con uno sparo in mezzo agli occhi, ascolta De Andrè e Guccini, ha un fratello iscritto a Lotta Continua ed una madre antifascista. Era accorso davanti alla sede del Msi di Acca Larentia, a vegliare i due ragazzi appena morti nell’attentato. Francesca Mambro gli tenne la testa mentre moriva. E giurò che non si sarebbe mai più fatta sorprendere disarmata”. Da chi? Dai nemici. Ma chi erano i nemici, i militanti sulla sponda opposta o le forze dell’ordine?
In Cuori rossi, si racconta l’apparizione sulla scena italiana dei cosidetti Teddy Boys. Movimento nato in Inghilterra alla fine degli anni cinquanta, dal quale discendono skinheads, brigate S.H.A.R.P. e tutto il frastagliato mondo della rabbia che passa attraverso le curve degli stadi, la musica dal punk in poi, il nichilismo anarchico dei black bloc. Pasolini scrisse una sceneggiatura per un film che non fece mai proprio su questi ragazzi, chiamati anche “i ragazzi con la maglietta a strisce” per la loro divisa, che si fecero notare per la prima volta nel luglio 1960 nella battaglia che si combattè a Genova per impedire lo svolgersi di un congreddo del Msi.
I “giovani”, la nuova categoria antropologica. La prima generazione dopo la guerra, che coltiva la stessa disperazione dei padri ma non ha evidenza del nemico. Che si divide, per abitudine probabilmente, in “cuori rossi” e “cuori neri” fin quando è possibile.
Dopo, adesso, resta solo la rabbia. Quella che esercita la violenza come ideologia, e non per difendere un’ideologia. Quella che non si accontenta più di azzerare la politica, perché non ambisce a sostituirla. Per disarmare questa rabbia, non basterebbe più un Presidente partigiano.
Elena Stancanelli - "Il Venerdì di Repubblica" (5 settembre 2008)

Direttamente da Close-Up.it, la rivista di cinema, teatro e musica diretta da Giovanni Spagnoletti, il pdf di un interessante articolo dedicato a Sweeney Todd, il diabolico barbiere di Fleet Street contenenti diversi spunti per approfondire le differenti versioni cinematografiche dedicate al primo mass murder della storia contemporanea nonché eroe indiscusso della letteratura vittoriana.