Il 9 ottobre scorso ero alla Feltrinelli di Galleria Sordi, a Roma, per la presentazione "ufficiale" di "Cuori rossi". Fortunatamente la sala dedicata era piuttosto affollata e, grazie agli interventi dei relatori David Frati e Yari Selvetella, il dibattito procedeva animato e, spero, niente affatto noioso. Dal pubblico, come di rito, si sono levate diverse domande sui contenuti del libro e, inevitabilmente, sulle sue similitudini con "Cuori neri" di Luca Telese rispetto al quale, come ho scritto anche nell'introduzione, "Cuori rossi" è una risposta.
Tornando a casa, la questione Cuori neri/Cuori rossi mi veniva riproposta attraverso un particolare commento al
post dedicato alla presentazione di Galleria Sordi. L'
autore di questo commento è Francesco "Baro" Barilli, coordinatore del prezioso sito Reti-invisibili.net nonché curatore, insieme a Sergio Sinigaglia, di
"La piuma e la montagna. Storie degli anni 70", pubblicato in questi giorni da Manifestolibri.
Invito tutti coloro che fossero interessati alla storia e alla memoria dell'Italia contemporanea a leggere questo libro: una preziosa raccolta di testimonianze di familiari di alcune vittime di sinistra dei cosidetti "anni di piombo": tuttavia voglio approfittare del "gioco" - proposto anche da Barilli - delle analogie e delle differenze tra "Cuori rossi" e "Cuori neri" da una parte e "Cuori rossi" e "La piuma e la montagna" dall'altra per avanzare alcune riflessioni di portata più generale.
Per quanto riguarda "Cuori rossi" e "Cuori neri", le analogie riguardano prima di tutto il libro. Ed è vero, come ripeto, che "Cuori rossi" è stato scritto ANCHE per ampliare la prospettiva dell'importante lavoro di Luca Telese. Ma sta proprio nel senso di tale "ampliamento" - e non, banalmente, dell'occuparsi delle vittime "rosse" piuttosto che "nere" - la più importante e sostanziale differenza tra i due libri. "Cuori rossi", come ho avuto modi di scrivere in un altro post,
raccoglie le storie "di chi ha pagato con la vita il prezzo delle proprie idee" DAL 1944 AL 2008!
E' chiaro, quindi, che in un contesto così allargato il periodo comunemente attribuito agli "anni di piombo" rappresenta soltanto un momento, certamente importantissimo, della narrazione complessiva. Il problema, ovviamente, non riguarda la "quantità" dell'indagine (che pure avrebbe un suo "peso" in un discorso di natura squisitamente editoriale e/o letteraria) ma, come ribadisco, la prospettiva con cui si guarda alla storia italiana. Bisogna riconoscere, infatti, che i libri dedicati agli "anni di piombo" rappresentano ormai un genere autonomo all'interno delle librerie: una sorta di tradizione storico-memorialistica a cui appartiene "Cuori neri" di Telese ma anche "La piuma e la montagna" di Barilli e Sinigaglia. Le due pubblicazioni, da questo punto di vista, sono in ottima compagnia: soltanto limitandosi agli ultimi due o tre anni sarebbe una vera e propria impresa contare i lavori che, ognuno con la propria autonomia e specificità, hanno contribuito a dare agli "anni di piombo" un posto di assoluto rilievo nell'immagginario collettivo del lettore contemporaneo. Si potrebbe quasi arrivare a dire che gli "anni di piombo" sia ormai una sorta di categoria metastorica: una lente con cui indagare la vita sociopolitica italiana riconoscendo nel decennio dei Settanta il punto di una svolta epocale. L'uso di una simile categoria ha una sua indubbia utilità. Ma anche degli effetti collaterali non trascurabili. Il più eclatante di tali "effetti collaterali", dal mio punto di vista, sta nell'iniziare a credere che la stagione della conflittualità italiana, con tutto il suo corollario di servizi segreti deviati, formazioni paramilitari clandestine finanziate dalla cia, complicità criminale di esponenti dell'estrema destra e omicidi o sanguinosissime stragi impunite per sempre sia, nella realtà, qualcosa di aperto e di chiuso all'interno di una "parentesi" definita, non a caso, "anni di piombo". "Cuori rossi", nel momento in cui sceglie di occuparsi della storia repubblicana nella sua interezza, si riallaccia a un'impostazione molto diversa da quella che, invece, può accumunare sia "Cuori neri" che "La piuma e la montagna". Rispetto ai libri dedicati agli "anni di piombo", questo tipo di impostazione ha precedenti molto più scarni. Personalmente, tali precedenti, li individuo sopratutto in due libri: l'ormai introvabile "Proletari senza rivoluzione. Storia delle classi subalterne italiane dal 1860 al 1975" di Enzo del Carria (pubblicato dalla Savelli nel 1970) e il prezioso
"Il nemico interno. Guerra civile e lotte di classe in Italia (1943-1976)", scritto da Cesare Bermani e pubblicato da Odradek.
Paragonati a "Cuori rossi", questi due libri risultano molto più interessati a indagare alcuni momenti complessivi della storia del Movimento operaio e democratico che non a dare voce alle biografie e alle vite vissute dalle vittime della repressione delle forze dell'ordine e della violenza fascista o padronale. Tuttavia, allargando il periodo storico considerato complessivamente, dimostrano come la stagione della conflittualità debba essere considerata una fase storica di "lunga durata": un problema - scandaloso - capace di superare persino gli sconvolgimenti geopolitici seguiti alla caduta del Muro di Berlino dando corpo a quella che, nell'introduzione a "Cuori rossi", viene definita "la terza guerra civile italiana": un nuovo stillicidio di morti che prosegue le stragi inaugurate dal Risorgimento (prima guerra civile italiana) e ribadite nel corso della Liberazione (seconda guerra civile italiana).
Con passione e cognizione di causa, "La piuma e la montagna" restituisce ai lettori il ricordo di Giuseppe Pinelli, Franco Serrantini, Mario Lupo, Roberto Franceschi, le vittime della strage di Brescia, Tonino Micciché, Piero Bruno, Francesco Lorusso, Fausto Tinelli e Lorenzo "Iaio" Iannucci: storie raccontate anche da Cuori rossi che, tuttavia, affianca a questi caduti anche le vite di un Eugenio Curiel, ucciso dai brigatisti neri nel 1945, di una Giuditta Levato, assassinata dal guardacaccia di un agrario nel 1946, di un Luigi Trastulli, vittima della polizia nel corso delle violente proteste scoppiate dopo l'annuncio dell'entrata dell'Italia nella Nato nel 1949, o dei ragazzi e degli operai falciati dalla terrificante repressione esercitata tra la strage alle Fonderie di Modena nel 1950 e il Luglio del 1960, con i disordini registrati a Genova, Reggio Emilia, Roma, Palermo e Catania. Se si dovessero mettere le vite umane sul piatto di una bilancia bisognerebbe riconoscere, infatti, che i veri "anni di piombo" italiani sono stati quelli che vanno dal 1944 al 1960, quando gli eccidi di contadini, operai e giovani proletari erano davvero all'ordine del giorno (centinaia di nomi davvero dimenticati e che, con "Cuori rossi", ho cercato con pazienza - e con vari limiti - di recuperare).

Rendersi conto di questo, però, non basta per finire il lavoro. Il conteggio delle vittime, infatti, va avanti e, dopo aver attraversato il decennio dei Settanta, dovrebbe scontrarsi con le varie vittime degli anni più recenti, fino ad arrivare a parlare di Carlo Giuliani, Renato Biaggetti, Federico Aldrovandi, Davide Cesare "Dax" o Nicola Tommasoli: tutti ragazzi giovanissimi uccisi in QUESTO decennio, in QUESTI anni, da QUESTO apparato poliziesco e dall'ATTUALE odio per ogni diversità manifestata dalla passione politico-esistenziale (ed esplicitata, magari, da un particolare taglio di capelli o da una maglietta con il logo di una band antifascista) o, E SIAMO ALLA PURA CRONACA QUOTIDIANA, da un'appartenenza etnica (persecuzione dei Rom in Italia), dal colore della pelle (l'assassinio di Abdul a Milano), o dalle preferenze sessuali (la coppia gay presa a sprangate a Roma).
Tutti gli anni, insomma, sono di piombo: questa è l'amara conclusione a cui sono arrivato scrivendo "Cuori rossi" ma è anche la misura di ciò che credo sia la sua originalità all'interno dell'attuale offerta editoriale. Allo stesso tempo sono convinto anche che uscire dalla logica degli "anni di piombo" per inquadrare i fermenti storici in una periodizzazione più ampia sia comunque un passo necessario per iniziare a cercare di capire come mai l'Italia resti ancora oggi un Paese tutt'altro che pacificato.