I libri, i reading, le poesie e gli articoli di (e su) Cristiano Armati
una micidiale licenza d’uccidere che — dice Armati — dal secondo dopoguerra fino ai giorni nostri, ha spezzato le vite di donne e uomini, spesso giovanissimi, uniti da una passione che parla di uguaglianza, libertà e fraternità. Dalla strage di Portella della Ginestra alla repressione delle manifestazioni nel G8 di Genova, “Cuori rossi” è la storia di una guerra mai dichiarata eppure spietata. Una guerra che ha usato le armi non convenzionali dei lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo e delle collusioni con la criminalità politica e mafiosa per aggredire, intimidire e spesso uccidere le persone ritenute pericolose.
Una guerra di classe, aggiungiamo noi, che la borghesia continua in vario modo a portare avanti, utilizzando anche la più disparata feccia che va dallo sgherro mafioso alla teppa neofascista fino ai picchiatori in divisa, ogniqualvolta i proletari osino alzare la testa contro il suo marcio dominio. “Cuori rossi” è, fra le altre cose, la giusta risposta a “Cuori neri” di Luca Telese, un libro dedicato ai ventuno neofascisti uccisi durante gli anni di piombo da militanti di sinistra e forze dell’ordine. Un libro che ha riscosso così tanto successo da essere in vendita anche negli scaffali degli uffici delle Poste italiane, nella sua edizione super economica. Inutile dire che “Cuori neri” si inserisce perfettamente — al di là delle intenzioni dell’autore — in quella manovra ideologica di ampio respiro che tende a riabilitare “chi è stato fascista” ma che adesso ci governa, e con cui la sinistra deve in qualche modo… dialogare per il bene del paese. Una sinistra che, dal canto suo, deve liberarsi del mito sanguinario della Resistenza a cui si abbeverano ancora le scomode frange della sinistra radicale, ma a questo ci pensano i libri sfornati a ritmi record da Giampaolo Pansa, che ovviamente non ci pensa due volte a utilizzare anche i nostri morti (Atti e Acquaviva) pur di gettare fango sul movimento partigiano.
Ora, può sembrare paradossale che noi — acerrimi nemici dell’antifascismo democratico — ci preoccupiamo di difendere la memoria di chi lottò su un terreno del tutto nazionalistico e borghese; in realtà chi mette sullo stesso piano “i rossi” e i “neri” lo fa proprio richiamandosi al fatto che, in un modo o nell’altro, “combattevano tutti per la patria”. Ed è questa menzogna che noi vogliamo respingere, perché la maggior parte dei partigiani rossi hanno combattuto nella speranza di vedere sorgere, prima o poi e con tutta la confusione ideologica che si vuole, un mondo senza classi e senza frontiere, così come tutti i “cuori rossi” che dal dopoguerra a oggi sono caduti sotto i feroci colpi della violenza anti-operaia e anti-comunista. Proprio nulla da spartire, dunque, con i “cuori neri” di chi, dietro un generico e vuoto ribellismo, si è sempre schierato dalla parte del padrone.
Nell'ambito della "Fiera della piccola e media editoria" di Roma (dal 5 all' 8 dicembre), si è svolta domenica 7 dicembre la presentazione del libro Cuori Rossi di Cristiano Armati (Newton Compton). Cuori Rossi è un libro di cronaca nera che ripercorre i tragici eventi che dal 1944 al 2008 hanno scosso le coscienze dei molti in Italia. Storie drammatiche, tutte accomunate dall'aver come vittime, i cosiddetti "cuori rossi": uomini e donne che, per passione politica hanno pagato con la propria vita le proprie scelte e le proprie azioni. Cuori Rossi può sembrare quasi la risposta a Cuori neri, altro libro uscito nel 2006 scritto da Luca Telese, dove si raccontano le storie di giovani neo-fascisti rimasti uccisi negli anni 70. Il paragone tra i due libri può sembrare scontato, in quanto entrambi dipingono due realtà tanto vicine quanto lontane della cronaca nera italiana, seppur seguendo due diverse ideologie politiche accomunate dalla fitta ragnatela di misteri che si delinea in ogni strage. Cristiano Armati autore del libro, ricostruisce la vicenda dal punto di vista dei cuori rossi; una storia dove ampio spazio è dato al lato umano in un continuo contrasto tra la vita normale e la morte violenta. L'autore definisce questi assassinii come una "terza guerra civile italiana" dopo il risorgimento e la liberazione; una guerra che purtroppo ancora non si è conclusa. Lo scrittore apre il suo libro con la strage del pane di via Maqueda nell'Ottobre del 1944 e chiude con la più attuale delle vicende narrate, quella di Nicola Tomassoli, picchiato a morte a Verona da un gruppo di ragazzi per una "sigaretta".
Numerose le storie raccontate nel libro, come quella di Eugenio Curiel, ebreo di origine triestina direttore dell'"Unità" clandestina, ucciso nel 1945 ad un mese dalla liberazione di Milano. Nel 1949 venne "giustiziato" dalla Volante Rossa, Felice Ghisalberti, figlio di un ex maresciallo dei carabinieri che aveva preso parte all'uccisione di Curiel, ciò a parere di Armati evidenzia come il nostro paese non sia ancora una repubblica pacificata in quanto nelle sue trame si cela sempre quel desiderio di vendetta per i cosiddetti "delitti impuniti".
In molte storie raccontate all'interno del libro, un ruolo centrale è svolto dalle forze dell'ordine come nel caso della vicenda di Federico Aldrovandi, un ragazzo di Ferrara che al rientro da una serata con gli amici viene fermato dalla polizia, muore in seguito ad una misteriosa colluttazione. Altri episodi gettano un'ombra sinistra sull'attività della pubblica sicurezza, come la sorte di Giorgiana Masi, Francesco Lorusso e di Luca Rosi o la morte dei brigatisti Walter Alasia e Mara Cagol.
Cuori Rossi è un libro interamente votato all'analisi dello stragismo fascista e alla violenza squadrista in tutte le sue forme esplicite o meno.
Va ricordato che Armati non è nuovo a questo genere di pubblicazioni, nello specifico è autore di altri due libri di cronaca nera sempre per la Newton Compton come "Roma Criminale" e "Italia Criminale".
Il corposo volume di Cristiano Armati ricostruisce la storia e le storie dei tanti militanti di sinistra che hanno perso la vita per mano di uno Stato di polizia e di misteriose forze occulte negli anni della Guerra fredda.
La Repubblica a sovranità limitata, la nazione sul crinale della cortina di ferro, il Paese occidentale con il partito comunista più forte e radicato (alla pari del Pcf francese).
L'Italia della seconda metà del '900 era tessera strategica nel mosaico Nato, rampa di lancio verso l'Est sotto influenza sovietica, ponte naturale con l'altra sponda del Mediterraneo e i bollori mediorientali. Una miscela esplosiva, un terreno ideale di scontro tra forze contrapposte.
L'Associazione Culturale Rozzano Rossa, in collaborazione con l'Associazione Dax 16 marzo 2003, quest'anno propone un tema che sempre più intensamente coinvolge e scuote la nostra società: quello del confronto con la diversità. La diversità di chi è costretto a cambiare, il coraggio di chi emigra con tutti i mezzi possibili, nonostante il timore di un futuro sconosciuto. Vogliamo affrontare con Voi la paura di chi resta e vede la società trasformarsi, ma trova il coraggio di accettare il diverso e il cambiamento del suo piccolo mondo antico.
Che cos’è la cultura occidentale? Tra le molte cose, è senza dubbio un’idea comica. L’idea che l’apparato digitale necessario a far andare avanti il baraccone sia, alla resa dei conti, appeso a un semplice filo della corrente elettrica e, di conseguenza, strettamente dipendente da un sistema di produzione e distribuzione dell’energia talmente complesso e frastagliato da impedire ai singoli esseri umani la possibilità di replicarlo individualmente.
Come nella migliore tradizione fantascientifica, spostandosi dalle turbine delle centrali alle prese domestiche, ci si rende conto che il futuro è adesso: una strana era in cui milioni di vite affidano la propria esistenza a macchinari dal funzionamento oscuro e a processi industriali anonimi e spietati. Il modo in cui tutto questo avvenga senza che una buona metà della popolazione terrestre precipiti nel terrore è effettivamente misterioso. Anche se bisogna riconoscere che, fin dai primordi della civiltà, esisterebbero un mezzo e uno strumento in grado di sconfiggere l’anomia delle
Questo mezzo, ovviamente, è la scrittura mentre lo strumento – che si tratti di una tavoletta di pietra o di una pergamena di papiro – è l’oggetto-libro: unico esempio di manufatto in grado di non alienare alla riproducibilità tecnica l’ipotesi di una sua sussistenza di tipo esclusivamente artigianale. Dalle tavolette di argilla ricoperte di caratteri cuneiformi fino all’avvento di un’apocalissi prossima ventura, si può pensare tranquillamente a un mondo senza siti internet, web tv e mp3 ma non a un mondo senza oggetti-libro, indispensabili per
Ad essere insito negli oggetti-libro, insomma, c’è un potere dalle potenzialità talmente irriverenti nei confronti dell’ordine costituito da (e qui si scopre l’altra faccia della medaglia) poter essere esercitato soltanto a patto di avere la forza di scontrarsi con limiti imprescindibili, delle vere e proprie maledizioni.
Un inventario dettagliato delle maledizioni che gravano sugli oggetti-libro non è mai stato compilato. Ma per tracciare i primi confini di questa particolare storia della censura può essere utile cominciare dal documento con cui, molti secoli fa, un umanista chiamato Lorenzo Valla smascherò la falsità dell’editto che, secondo la Chiesa, affidava al papa il dominio temporale su tutti i possedimenti del defunto Impero Romano. Siamo in un periodo in cui, sotto l’egida della Santa Inquisizione, i boia lavorano a pieno regime dispensando torture atroci e roghi in piazza a qualunque voce dissenziente eppure… nessuno torse un capello a Lorenzo Valla per aver messo nero su bianco le bugie di una classe dominante coincidente con le gerarchie del papato! Da allora, questa è “la maledizione di Valla”: raggiungere la verità e, al momento di divulgarla, rendersi conto di essere andati talmente avanti rispetto alla percezione popolare da ritrovarsi nella condizione di non essere capiti e, di conseguenza, neppure ascoltati.
Una cosa anche peggiore, forse, è quella che capitò al famoso marchese De Sade: lo scrittore diventato famoso per una malattia mentale ribattezzata con il suo nome ma, in vita, costretto a trascinare un’esistenza grama all’interno dei peggiori manicomi criminali, incolpato di aver compiuto ciò che nei suoi libri (scritti su strisce di stoffa e fatti uscire clandestinamente dalle carceri) non è altro che una rappresentazione spietata delle logiche di dominio e del loro funzionamento. In suo onore ancora oggi può essere chiamata “la maledizione di De Sade” la condizione dell’autore che, nel descrivere il male, viene accusato di essere protagonista degli stessi atti imputati al potere e, ironia della sorte, processato, condannato, imprigionato o addirittura ucciso.
I baratri aperti dalle maledizioni degli oggetti-libro, d’altro canto, conoscono profondità inaspettate. Le stesse che contengono la sorte di Pier Paolo Pasolini, per esempio. Dopo aver ceduto a una spiaggia di Ostia la propria vita da splendido cinquantenne, il poeta delle borgate avrebbe mai creduto di ritrovarsi, a distanza di decenni, nelle mani di politici perbenisti e di poliziotti con la coscienza sporca, pronti a utilizzare le sue opere per avvallare operazioni di normalizzazione che lo stesso Pasolini avrebbe esecrato con tutte le sue forze?
Si potrebbe far notare ai nuovi lettori di Pasolini che i versi con cui, nel 1968, il poeta friuliano afferma di aver fatto il tifo per i poliziotti impegnati a reprimere i moti studenteschi proseguono invitando i manifestanti ad alzare il tiro per scagliarsi contro parlamento e magistratura… ma in fondo sarebbe inutile. “La maledizione di Pasolini”, probabilmente, è la più terribile tra le maledizioni che gravano sugli oggetti-libro: la maledizione di poter esistere (o resistere), questo sì. Ma soltanto con il rischio perenne di esporsi a una vorace strumentalizzazione.
(Cristiano Armati - editoriale del secondo numero di Purple Magazine: la rivista di chi scrive, disegna, illustra, impagina, cerca e ama i libri prodotta e distribuita dalla Purple Press)

Dall'omicidio di Paolo Rossi alla morte di Carlo Giuliani, dall'assassinio di Valerio Verbano all'esecuzione di Fausto e Iaio e all'uccisione di Renato Biagetti, CUORI ROSSI è dedicato alle vittime di una guerra non dichiarata in cui servizi deviati, criminalità organizzata, politica e mafia si intrecciano in un groviglio difficile da analizzare e che, proprio per questo, merita di essere indagato.
Una figura inquieta si aggira nella storia della letteratura occidentale. Le sue origini si perdono nelle notti del medioevo quando, raccogliendo le parole pronunciate dai vecchi accanto al focolare, una nuova generazione di poeti rompeva la regola della narrativa esemplare, sostituendo le stereotipate vite dei santi tanto care agli ecclesiastici (e al potere) con le più eccitanti avventure dei cavalieri: personaggi che, pur appartenendo al mondo della fiction, sopportavano le vicissitudini, gli amori e le alterne fortune che caratterizzano la vita reale. Da questo momento in poi, parlare dei modi con cui la scrittura si confronta con la società significa dare voce a una serie ininterrotta di battaglie: conflitti che, nel corso dei secoli, sono stati sostenuti dagli autori più diversi per assicurare alla narrativa la possibilità e il diritto di interpretare la realtà. Tra questa strana razza di guerrieri, un posto di assoluto rilievo è quello occupato da Aleksandr Isàevič Solženicyn e dai suoi romanzi, Una giornata di Ivàn Denìsovič in modo particolare. Il discorso, evidentemente, potrebbe essere impostato a partire da un dato squisitamente biografico: oppositore “istintivo” dello stalinismo sovietico, il premio Nobel per la letteratura del 1971 sopporta lunghi anni di detenzione politica soltanto per essersi concesso il lusso di irridere “Baffone” nella sua corrispondenza privata; eppure non è certo questo a rendere “rivoluzionaria” la sua opera. Il cuore pulsante della narrativa di Solženicyn, infatti, è lo stesso che si agitava nei cantastorie dell’anno mille prima che le gesta di un Orlando furioso diventassero popolari persino tra le dame di corte, in un momento in cui il principale nemico della letteratura era la censura della Chiesa, subito pronta a reputare “sconveniente” che le lacrime e il sangue della vita irrompessero nel canone letterario mettendo in discussione ogni idea di “normalità”.
Da questo punto di vista, tutto il lavoro di Solženicyn può essere letto non soltanto come eversivo rispetto alla morale e alla legge in vigore nell’Unione Sovietica degli anni Quaranta e Cinquanta ma, cosa più interessante, come un’ininterrotta metafora del «mestiere di scrivere», tenendo presente che la principale “fatica” di uno scrittore degno di questo nome resta quella di sottrarsi alle tendenze normalizzatrici insite in qualunque sistema per conquistare nuovi territori espressivi al proprio bisogno di creatività. Non è certo un caso, infatti, se Una giornata di Ivàn Denìsovič resta una lettura tutt’altro che tranquillizzante anche oggi che il Muro di Berlino è caduto da un pezzo insieme alle categorie geopolitiche utilizzate dai primi lettori e dai primi critici del grande scrittore russo. Indipendentemente dall’universo concentrazionario dipinto da Solženicyn, le parole di questo eterno dissidente colpiscono i contemporanei e si guadagnano l’appellativo di “classico” perché il loro valore va ben oltre quello di essere una preziosa testimonianza sugli orrori dei gulag. Come una continua linea di febbre, nella prosa di Solženicyn si respira la tensione di personaggi che, in situazioni estreme come quelle della detenzione o della malattia, fanno coincidere la loro volontà di sopravvivere con la necessità di salvaguardare se stessi dalla disumanizzazione della situazione contingente. «Che bella cosa, si poteva non morire!», esclama l’alter ego dello scrittore in un passaggio di Una giornata di Ivàn Denìsovič: una frase memorabile che Solženicyn non dedica a una scampata esecuzione o a una guarigione insperata ma… al successo con cui il protagonista del romanzo riesce a personalizzare gli scarponi in dotazione ai detenuti!
Oggi, come all’epoca in cui i libri di Solženicyn sfidarono il regime sovietico per vedere la luce, una simile affermazione non ha certo perduto la carica sovversiva che spaventò la polizia stalinista. E, con la classe antiretorica che contraddistingue la penna del matematico divenuto scrittore, continua a spaventare chi affronta la lettura di Solženicyn con la consapevolezza che nella vita quotidiana non c’è affatto bisogno di essere rinchiusi in un lager per cedere la propria umanità alla vigliaccheria di una dilagante omologazione.
(Cristiano Armati, Il cavaliere e il santo. Letteratura e vita in Aleksandr Isàevič Solženicyn, in A. I. Solženicyn, Una giornata di Ivàn Denìsovič, Newton Compton, Roma 2008)
Dopo “Cuori neri” uscito qualche anno fa per i tipi di Sperling & Kupfer e nato dalla penna di Luca Telese, tocca adesso a “Cuori rossi” (Newton Compton, pp. 500, euro 16,90) di Cristiano Armati seconda tessera di un mosaico che completa il ritratto di anni tragici vissuti fra contestazioni studentesche e blocchi di due frontiere: i neri e i rossi, appunto. Mezzo secolo di storia italiana del dopoguerra riemerge così dal lontano sterminio di Portella della Ginestra, prima strage politica dell’Italia repubblicana fino agli scontri del G8 a Genova in cui cade Carlo Giuliani e alla morte di Dax a Milano. Un filo rosso lungo cinquant’anni che mira a dimostrare come la contrapposizione tra destra e sinistra negli ultimi anni del secondo conflitto mondiale (dal ’43 in poi) sia tutt’altro che finita con la Liberazione. Come se, insomma, tutti quegli scontri e quegli anni, fossero stati una lunga postilla della guerra partigiana di Resistenza.
E si inizia proprio dagli undici morti di Piana degli albanesi, a parte una premessa che mette in chiaro le carte e la linea di pensiero dell’autore: la terza guerra civile italiana, dopo quella combattuta, secondo Armati, nel Risorgimento prima e nella Resistenza poi. Una guerra mai dichiarata ma che di morti ne ha fatti molti, una guerra che s’intreccia con il mistero. Una guerra che raggiunge l’apice negli anni Settanta. Un conflitto che rinasce solo sopito dopo il tranquillo decennio degli anni Cinquanta e del periodo del Boom, per riesplodere fragoroso proprio con il ’68, intrecciandosi nelle manovre oscure del golpe Borghese e della nascita dei gruppi extraparlamentari di destra e sinistra che avrebbero portato, col tempo, alla nascita delle Brigate rosse da un lato e dall’eversione nera nei suoi frastagliati groppuscoli, dall’altro.
Chi ha vissuto nelle grandi città, non può non ricordare alcuni di quei nomi, tristi lapidi su una quotidianità fatta di drammi che finivano regolarmente nell’acuire l’odio della fazione opposta precipitando così in un vortice di violenza che si autoalimentava. Il Paolo Rossi cantato da Venditti che s’intrecciava equivocamente col Pablito mundial degli anni in cui venne composta la canzone, Fausto e Iaio assassinati dai sicari fuori dal Leoncavallo, centro dell’autonomia milanese. E poi Roberto Franceschi, Claudio Varalli, Alberto Brasili, Alceste Campanile, Peppino Impastato. Per arrivare a Vincenzo Spagnolo, ucciso fuori dal Luigi Ferraris di Genova, prima di Genoa-Milan. Si chiama calcio, ma si legge politica delle frange estreme del tifo organizzato che poi è il mondo controverso degli hooligan. L’ultimo capitolo è la libertà.
Storia di un ideale, anelito irrinunciabile, traguardo verso il quale viene sospinto ogni cuore. Come quelli rossi, che battevano alla stessa stregua di quelli neri. Perché se le idee potessero sfidarsi senza armi, la civiltà avrebbe vinto la partita. Invece è un ulteriore elenco di nomi, di croci, di morti talvolta passate tra le pagine di cronaca come meteore, ma rimaste negli animi di chi ha conosciuto quelle vittime come pietre tombali.