D:
Roma noir: "ventisette racconti duri e taglienti per illustrare il lato oscuro della metropoli". Secondo Cristiano Armati qual è il vero lato oscuro della capitale, che è da sempre la tua città?
R: Al di là degli slogan editoriali (e l'espressione "lato oscuro" ne fa parte), è vero che Roma viene descritta e in genere vissuta solo per quelli che sono gli aspetti più monumentali del suo territorio. Così, a fronte di mille libri che parlano di Colosseo e Campidoglio e mille film rigorosamente ambientati ai Parioli, ci sono interi quartieri che non vengono mai associati alla realtà capitolina e che, al contrario, diventano i protagonisti di "Roma noir": un libro che, da questo punto di vista, può ben dirsi dedicato al "lato oscuro" della capitale.
D:
Dopo "Roma Criminale", che era più cronachistico e di indagine, cosa ti ha portato a scrivere ancora di Roma e in modo più letterario?
R: In realtà erano diversi anni che scrivevo racconti neri senza avere ben chiaro quale sarebbe stata la loro sorte editoriale. Prima di scrivere "Roma criminale" con Yari Selvetella, d'altronde, avevo già pubblicato con la Coniglio Editore il libro di racconti "La mattina dopo": "Roma noir" non è altro che il completamento e la prosecuzione di questo progetto, un nuovo tentativo di dare forma, attraverso la scrittura, a una visione forte della realtà sociale.
D:
Chi sono le vittime e i carnefici di Roma Noir, della Roma raccontata da Cristiano Armati?
R: Bisognerebbe intendersi sulle definizioni. Inoltre parlare in modo eccessivamente schematico non è certo una mia abitudine. Tuttavia, chiunque abiti in quartieri ben serviti dai mezzi pubblici, dove la nettezza urbana passa tre volte al giorno e dove i bar sono tutti eleganti, potrebbe iniziare a pensare che per ogni mezzo in più che passa sulla sua strada ci sono fermate dove la gente è costretta a fare la fila ore per poi ad accalcarsi come merce su autobus inadeguati. Esiste un colpevole di tutto ciò? Immagino di sì: e si tratta dello stesso soggetto sociale per cui si può utilizzare la parola "carnefice".
D:
Che immagine dai di Roma o meglio quale hai voluto dare, immaginando che la realtà che tu descrivi in modo letterale sia quella che viviamo tutti i giorni?
R: A questa domanda dovrebbero rispondere i lettori. Io, per scrivere, ho seguito la mia ispirazione: figuriamoci se potevo farmi un problema di "immagine" prima di mettere nero su bianco le parole!
D:
Con questo libro che presenterai nella serata di Happy book inauguri una nuova collana di cui sei anche editor, la "Newton Noir". Qual è il progetto editoriale che sta alla base?
R: Il progetto è quello di recuperare la valenza "noir" della letteratura dei padri nobili del genere (nella mia prospettiva Guy de Maupassant, Emile Zola e, in Italia, Giovanni Verga) perché la realtà non ha necessariamente bisogno di guardie e di ladri per essere definita "nera".
D:
Ti occupi molto di cronaca nera e di letteratura "criminale" qual è il caso che ti ha maggiormente colpito come scrittore? Quello più letterario, che se non fosse realmente accaduto avresti voluto aver inventato per un romanzo o un tuo racconto?
R: I casi a cui faccio riferimento non sempre finiscono sui giornali... le tecniche per la sparizione di un cadavere, per esempio, non le ho apprese leggendo un quotidiano eppure sono protagoniste di uno dei racconti di "Roma noir" a cui sono più attaccato.
D:
Da esperto del settore ci spieghi perché il crimine e il lato oscuro dell'anima affascina così tanto, sia per chi scrive che per chi legge?
R: C'è un momento, nella carriera di ogni criminale, in cui il protagonista si ritrova a essere solo contro tutti: disprezzato dalla gente e braccato sulla polizia. Una situazione con un alto tasso di drammaticità che, portata sulla pagina scritta, non può non affascinare i lettori e gli scrittori insieme a loro.
D:
Cosa ti ha portato a scrivere di storie "tinte", come si dice in Sicilia, e anche in modi diversi?
R: C'è una dose di casualità nel percorso che ho intrapreso con "Roma criminale" ma, la vera ragione che mi ha portato a scrivere di storie "tinte", ha a che fare con la mia perenne ricerca di punti di osservazione utili a penetrare scampoli sconosciuti di realtà.
D:
Oltre a essere scrittore di punta della Newton Compton editore sei anche direttore editoriale della casa editrice Purple Press. Di cosa ti occupi nello specifico in quest'altro ruolo?
R: In Purple Press, insieme a Dario Morgante, mi occupo di selezionare e programmare per il catalogo della casa editrice il meglio dei fumetti d'autore insieme a narrativa non di genere e a saggistica di argomento sociopolitico. Si tratta di un ruolo bello e complesso in cui spero di togliermi molte soddisfazioni.
D:
In quello che scrivi quanto ti senti giornalista, quanto scrittore e quanto "poliziotto"?
R: Non mi sento giornalista perché non lo sono e non mi sento poliziotto perché l'idea non mi piace: non mi resta che sentirmi scrittore, dunque. Quindi rispondo alla tua domanda dicendo che mi sento proprio così.
(Intervista di Giusy Ferraina per WhipArt Onlus)