Il 29 gennaio del 1995, nel piazzale del “Ferraris”, Vincenzo Claudio Spagnolo viene aggredito dalla Banda del Barbour, un gruppo di milanisti di buona famiglia e di estrema destra. Sta aspettando la sua ragazza, Spagna. Sono le 13:40. L’attacco è infame, vigliacco, premeditato, studiato a tavolino. Una coltellata a un genoano, come segno distintivo della Banda, come lasciapassare per diventare grandi ed importanti nell’orbita del tifo organizzato della Sud milanista. Un colpo al cuore. Claudio muore in ospedale. La Nord genoana non lo dimenticherà mai.
Hasta siempre, Spagna! Esiste una ricostruzione minuziosa di quell’evento, “Diari di una domenica ultrà”, edita dalla Franco Angeli. Copertina blu, Valerio Marchi la esponeva sempre, a San Lorenzo. Ci sono altre tracce sparse: articoli di giornali e riviste, videointerviste, speciali televisivi. E c’è il capitolo 39 di “Cuori Rossi”. Cristiano Armati è passato da Foggia per presentarlo,“Cuori rossi”. Gli abbiamo esternato la nostra condivisione: Spagna con Curiel, coi morti di Portella della Ginestra e di Brescia, con i caduti di Modena e di Avola, con Fausto, Iaio e Valerio, in quella sequenza agghiacciante di volti che è la nostra memoria. Ci ha risposto: “Voi non sapete a quanti compagni, invece, non è andata affatto giù questa cosa… Non sapete quanti mi hanno chiesto: Che c’entra?”. No suprises, cantavano i Radiohead, nonostante la tristezza, la profonda, abissale tristezza e la momentanea impotenza. Claudio era un compagno. Uno di noi, senza che nessuna Commissione di Saggi & Saccenti possa azzardarsi a sostenere il contrario, o rimodulare le modalità, a fingere che esista un luogo e un modo per morire bene. Per morire a sinistra. Claudio era un nostro compagno. Come Renato Biagetti, pugnalato a Focene a margine di una festa in spiaggia; come Carlo Giuliani, sacrificato all’altare degli otto grandi. Come Nicola Tommasoli, assassinato a Verona dalla furia vigliacca di un branco di cani.
Uscire dal percorso obbligato che segna l’appartenenza, la qualità e la tonalità del muscolo cardiaco. Rossi: nelle strade, nei quartieri, in curva, nei luoghi più impensati ed impensabili, a costruire le premesse per una nuova fase, a dilatare gli spazi angusti di una contraddizione per tramutarla – come alchimisti – in aperto conflitto. A pagare in prima persona, senza concessioni e senza sconti, il conto della repressione, degli agguati vigliacchi, delle lame nel buio. Dovrebbe essere scontato, acclarato, un dato comune a tutti quelli che in comune hanno un contesto e un cammino. Invece. Invece sembra di sentirli quelli che inquadravano da distanze siderali il modus vivendi di Davide Cesare, Dax, che ne scandagliavano il passato – come un novello Alceste Campanile – e ne indagavano le macchie, confinando il suo stile al sottobosco inesplorato e misconosciuto delle Sottoculture. Buone, si, per un libro al cocktail, per darsi un tono da tuttologi in sala da the, per democratizzare l’approccio ancora liceale, ancora classista. Ma non certo per condividere compagni in carne ed ossa. Il 5 giugno 1975, ad Arzello d’Acqui, in provincia d’Alessandria, durante gli ultimi singulti del sequestro di Vallarino Gancia, i carabinieri uccidono Margherita “Mara” Cagol, militante e dirigente delle Brigate Rosse. Per un vezzo maschilista ritenuta sempre e solo “la compagna di Renato Curcio”. Sulla morte di Mara esiste una verità che non è verità di Stato, che non è conflitto a fuoco, e che parla di fredda e lucida esecuzione. Così come d’esecuzione si deve parlare per Annamaria Ludman e le vittime di via Fracchia, ancora a Genova, dopo l’incursione del Nucleo Antiterrorismo che costò la vita ad altri quattro brigatisti e – come dicono molti – segnò la fine della colonna genovese. O per Walter Greco, Pedro, ucciso a Trieste da un agente della digos. Tutti impressi nella carta del capitolo 23. Un “mai documentato eccesso di ritorsione”. Tutti impressi nella memoria. Bene, perché ai compagni non è permesso atteggiarsi a vittime e c’è la storia, ci sono i colpi ricevuti, ci sono i colpi dati. Senza dosaggi e senza filtri, in ossequio all’abitudine di leggere il dato, piuttosto che a crearlo, lavorando di fantasia e d’idealismo sfatto. Eppure, anche qui le voci salgono, come una nebbia densa: “Che c’entra la Cagol? E i brigatisti, che c’entrano con i compagni?”.
Riflesso, rimando automatico ad un passato che non si vuole affrontare: le Brigate Rosse sono ancora “sedicenti”, per molti, a 40 anni di distanza. Eredità, a tratti inevitabile, di un partito glorioso ed infame, infinitamente grande e miserabilissimo. L’album di famiglia deve rimanere ermeticamente chiuso, se proprio non può essere dato alle fiamme. Anche qualora questo comportasse, come conseguenza immediata, l’impossibilità (presente e reale) di parlare con una voce della famosa “soluzione politica” per uscire dagli anni di piombo. Evitare le figuracce sui Battisti, sui Persichetti, sui Lollo. Capire chi siamo e da dove veniamo, prima di sbraitare stupidaggini, giocare – senza la minima esperienza concreta e la necessaria sapienza di vita – ai buttafuori della memoria. Cominciando dallo studio approfondito del senso di quella formula, Vittima Consapevole, che fungeva da rivendicazione a prescindere, e toglieva ossigeno alla fatalità. Luigi Pinto non si trovava per caso a due passi dalla bomba che ha devastato la Loggia di Brescia. E posto fine alla sua vita. È bene non dimenticarlo mai. O, per chi non lo sa o lo ignora o parla di “vittime”, di cominciare a familiarizzare col nuovo linguaggio d’un tempo. Perché cambiano gli esecutori e le dinamiche. Ma raramente cambiano i mandanti. E il fatto resta: in tanti, troppi, si autoproclamano ancora oggi giudici e si autoconvocano, per inspiegabili inerzie, a sentenziare sul passato, a selezionare, a scegliere, a vivisezionare le vite di quelli che la vita l’hanno dedicata alla propria guerra che, per definizione, è insindacabile. Nell’incapacità di possedere una lettura organica, a dividere i buoni dai cattivi, anche a distanza di decenni. Genova – quella dell’Ottanta, quella del Novantacinque e quella del Duemilauno – non ci ha insegnato niente.
Una mattina mi sono svegliato
e ti ho portato i fiori,
una mattina mi sono addormentato
e ti ho portato i rovi,
un'altra ancora me ne sono andato via per sempre.
Quando ti ho portato i fiori sorridevi,
quando ti ho portato i rovi, no
piangevi,
quando me ne sono andato via per sempre
non lo so quello che hai fatto.
Io, la notte
giro come un matto
e spesso alla mattina dico: "sono sveglio".
Penso a una ragazza bionda
con le scarpe rosse
e il seno al vento...
Mi ricordo di altre notti
sempre sveglio...
I mostri
che ora mi tormentano
allora li covavo nel silenzio.
Cristiano Armati e Massimo Lugli incontrano i lettori per affrontare il tema "Roma, la città degli inferi: visioni dal ventre oscuro della Capitale". Ingresso gratuito.
La banda della Magliana è tornata
ed è più cattiva che mai
Nel cuore della più degradata tra le periferie romane, tra rave illegali e risse da stadio, un gruppo di giovani sbandati dediti a ogni tipo di crimine incappa nel ritrovamento di un grosso quantitativo di cocaina. Il denaro che potrebbero ricavarne è il loro primo pensiero... prima di scoprirsi proiettati in un affare più grande di loro, dove i boss della banda della Magliana incarnano un passato di violenza rabbiosa: sopraffazioni pronte a tornare in gioco lungo la strada che, dai palazzoni della borgata, arriva fino alla cupola del grande spaccio internazionale. Un romanzo-verità, una testimonianza nuda e cruda di un mondo in cui l'amore si paga in contanti e dove la vita umana vale meno di un grammo di droga.
Luca Moretti (L’Aquila, 1977) vive e lavora a Roma. Ha fondato il magazine letterario Terranullius.it e ha pubblicato con Antonio Bufi le raccolte di racconti L’orata spudorata e L’orata innamorata. Cani da rapina è il suo primo romanzo. La sua opera migliore si chiama Eva.