venerdì, 31 luglio 2009

Prometeo in love

Prometeo

Con quegli occhi che son biglie
lucidate nell’asfalto
mi divori di scintille
trafugate nel palazzo
dove il fuoco è di signori
messi a guardia di un bivacco
a cui chi non prende parte
è ribelle oppure pazzo.

La rivolta è come un fiore
sbocciata nel catrame
salta addosso allo stupore
che ha il padrone per il cane
maledice quella stella
che ha deciso la sua sorte
e se sfida il suo destino
lo fa a prezzo della morte.

Ma la morte non si invoca
non si invoca e non si canta
è la vita che colpisce
senza tregua chi comanda,
così successe un giorno
di rifiutare una condanna
resa dura dall’amore
e non certo dalla rabbia.

Senza lancia e senza spada
il giorno che scoppiò la guerra
trovai nel tuo ricordo
l’arma mia più bella
e se tutto questo ha un nome
di certo non lo tace
chi scelse d’esser uomo
per lo sguardo tuo di brace.

Era quello il vero fuoco
il fuoco che non brucia
ma che illumina la strada
di una notte sempre grigia
il sole all’improvviso
entrò nella caverna
un raggio di riscossa
sulla realtà che ci governa.

A gridare forte
bastò un tizzone ardente
gettato nella piazza
di un cuore già dolente
da quel momento in poi
niente fu più uguale
il palazzo si svegliò
ma non riuscì a ingannare il male.

Al mostro quella volta
tornò la faccia sua di bestia
e alla schiena dei miei passi
lanciò un grido di tempesta
però non furono tuoni
e nemmeno temporali
ma uomini in divisa
a rinchiudere i miei mali.

Crocifisso a un palo
sconto ancora la mia pena
con i chiodi nella carne
sera dopo sera,
la conoscenza ha un prezzo
che pago volentieri
e della condanna rido
perché ascolto i miei pensieri.

Nella mente libero
e con il corpo dilaniato
non mi piego al mio tormento
finché resto innamorato
e non mi do per vinto, neppure incatenato
perché la vittoria è una parola…

tu dilla

e io sarò salvato.


(Cristiano Armati)
postato da: armati alle ore 18:36 | link | commenti
categorie: bestemmie in forma di rosa
giovedì, 30 luglio 2009

L'estate sarà... POCKET: intervista a Cristiano Armati

 Spiaggia, conchiglie, crostacei (ma anche paesaggi alpini, fiori protetti, birra, salame) e... libri pocket. Ecco il programma che si appresta a mettere in pratica un gran numero di italiani in partenza per le ferie di agosto. La vacanza impone il riposo e non volendo annoiarsi anche il tempo per la lettura si allunga. E per scegliere un buon libro, invogliati dal formato tascabile e da un costo alla portata di tutti anche in clima di recessione, non c'è che l'imbarazzo della scelta. Così, per saperne un poco di più su questa tipologia, abbiamo posto alcune domande a personaggi molto competenti del settore:


1) Il “pocket” ha tutto per piacere durante l’estate: formato, prezzo contenuto: quali sono i titoli che presentate in questo periodo?

 È vero, quando arriva l’estate e si cerca una lettura in grado di unire la passione al desiderio di svago, il formato pocket – quello meno impegnativo per eccellenza – dà il meglio di sé. Per questo la nostra nuova collana di supertascabili si chiama proprio così: NEWTON POCKET; e, per affrontare al meglio la bella stagione, proponiamo ai nostri lettori alcuni nuovi titoli di sicuro interesse. Si tratta di Jeanne Kalogridis, con il suo bestseller “Il labirinto delle streghe”, dell’autore di culto Simon Clark, autore de “La città dei vampiri”, poi un romanzo storico avvincente come “Gli ultimi giorni di Cartagine” di Juan Carlos M. Leroy e, per finire, “Il codice di Atlantide” di Stev Pavlu. Tutte proposte che si vanno ad aggiungere a un catalogo che comprende altri grandi nomi, da Federica Bosco, “l’autrice italiana più amata dalle italiane”, ad Andrea Frediani, l’autore del vendutissimo “300 guerrieri”.

n salutopena registro la possibilità di un cambiamento te lo farò sapere,

collocazione in tempi utili. e su questo testo è piut

2) Ci sono titoli per i quali prevedete in partenza il formato pocket destinato all’estate?

 L’edizione economica è uno dei modi attraverso i quali un libro continua a essere stampato e ad avere una sua vita. È chiaro che, così come ci sono titoli che sembrano fatti apposta per il periodo natalizio, ce ne sono altri che possono catturare meglio l’attenzione dei lettori durante l’estate. E di questo, ovviamente, in fase di programmazione se ne tiene conto.

3) Quali sono le iniziative a favore di questi libri: espositori, incentivi, locandine, ecc.

Fornite consigli per l’esposizione ai rivenditori di giornali?

 

Newton PocketFino al 2 agosto, i prezzi dei titoli compresi nella collana Newton Pocket scendono da 4,90 a 3,90 euro: un motivo in più per dedicare spazio a questa iniziativa aderendo alla campagna “L’estate viaggia a 3,90” che abbiamo appena lanciato.

 

4) Quali sono i generi che vanno di più in questo periodo?

 

È proprio la cosiddetta narrativa di “genere” ad andare particolarmente forte in estate: dal thriller al romanzo storico passando per il noir e il rosa, i lettori, sotto l’ombrellone, sfogano anche con la lettura il bisogno di evasione che è andato accumulandosi nel corso dell’intero anno.

5) Quali sono i consigli che potete dare al rivenditore di giornali per aiutare le vendite dei “pocket” in questo periodo?

Un solo consiglio: dedicare più spazio espositivo ai libri. Ne beneficerà il fatturato ma ci si guadagnerà anche in termini di fidelizzazione del cliente, questo è garantito.

6) Chi è il lettore principale del Vostro “pocket”?

La Newton Compton, con la sua programmazione editoriale, cerca di rivolgersi a un pubblico il più allargato possibile. Facciamo libri per tutti e i pocket, da questo punto di vista, non fanno eccezione: bisogna tenere presente che niente come il prezzo di copertina basso spinge il lettore ad addentrarsi anche in territori che normalmente non frequenta e così le persone più diverse approfittano dell’offerta per scoprire qualcosa di nuovo senza spendere un capitale.

7) Se fosse un pubblicitario, come definirebbe il “pocket”?

Un piccolo libro, una grande emozione!!!


(Intervista di Donatella Cei per "Azienda Edicola" n. 9 - 2009)

postato da: armati alle ore 11:25 | link | commenti
categorie: interviste, aaa libri editati

Percorsi di versi: Armati a Villa Fogliano (Latina)

Percorsi di versi
GIOVEDì 30 LUGLIO, ore 21 e 30

Parco di Villa Fogliano - Latina

PERCORSI DI VERSI 2009 - POETRY SLAM

Partecipano: Alfonso Maria Petrosino, Mohssen Kasirossafar, Gerardo Rizzo, Faraòn Meteosès, Gianluca Liguori, Emma Mazzucca, Slawka G. Scarso, Lucio Pacifico, Cristiano Armati, Silvia Cambiè, Dale Zaccaria, Marco Bin
postato da: armati alle ore 10:12 | link | commenti
categorie: reading presentazioni e festival
martedì, 28 luglio 2009

Roma noir: controstoria violenta della capitale

Roma noirNon è un caso che all'inizio del suo libro Cristiano Armati ricorra alle parole di Francesco Rosi, utilizzate dal regista nel 1963 per "Le mani sulla città", per spiegare che la sua non è proprio una storia della capitale e della violenza che vi cresce ogni giorno di più, anche se a pensarlo non si sarebbe poi così lontani dal vero: "I personaggi e i fatti qui narrati sono immaginari, è autentica invece la realtà sociale che li produce".
"Roma noir", pubblicato come i precedenti lavori di Armati, "Cuori rossi", "Roma criminale" e "Italia criminale" dalla Newton Compton, rilegge infatti in forma narrativa piccole e grandi storie, violenze inaudite e rapide esplosioni di rabbia, fino a raccogliere 27 racconti brevi. Lo scrittore analizza con attenzione la cronaca e ne trae stimoli narrativi, ma sembra essere convinto che, in qualche modo, è la città stessa a raccontarsi per questa via. "Citando Rosi - ha spiegato del resto in un'intervista - volevo allacciarmi alla tradizione del realismo sociale italiano, in passato forte nel cinema come nella letteratura e attualmente non più così in auge con gravi ripercussioni sul mio immaginario".
"Roma noir" scivola così dagli omici efferati al razzismo che comincia a crescere in città fino agli ultrà protagonisti degli scontri dopo l'uccisione di Gabriele Sandri, protagonisti di "Teppismo ultima bandiera": "La città era nostra. Ma noi siamo diversi, il potere non ci interessa. Noi siamo i lupi che si nascondono tra le pecore: possono braccarci, catturarci, diffidarci o ucciderci... domenica dopo domenica torneremo comunque branco, lo facciamo sempre".

(da "Liberazione" del 26 luglio 2009)
postato da: armati alle ore 10:27 | link | commenti
categorie: recensioni, roma noir
giovedì, 23 luglio 2009

Guerra è sempre (due parole dedicate a chi con la scusa dell'estate ne approfitta per indossare le infradito)

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Quando c'è la guerra, a due cose bisogna pensare prima di tutto: in primo luogo alle scarpe, in secondo alla roba da mangiare; e non viceversa, come ritiene il volgo: perché chi ha le scarpe può andare in giro a trovar da mangiare, mentre non vale l'inverso. – Ma la guerra è finita, – obiettai: e la pensavo finita, come molti in quei mesi di tregua, in un senso molto più universale di quanto si osi immaginare oggi. – Guerra è sempre, – rispose memorabilmente Mordo Nahum.

(Primo Levi - La tregua)
postato da: armati alle ore 14:51 | link | commenti
categorie: ospiti
venerdì, 17 luglio 2009

Parma 25 agosto 1972. Omicidio Mariano Lupo di Piermichele Pollutri

Sabato 18 luglio presso la Casa Cantoniera di via Mantova a Parma alle 18,30
si terrà la presentazione del libro

"Parma 25 agosto 1972. Omicidio Mariano Lupo"

di Piermichele Pollutri

Interviene Cristiano Armati. A seguire cena e concerto dei Gasparazzo

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postato da: armati alle ore 08:12 | link | commenti
categorie: segnalazioni, reading presentazioni e festival
giovedì, 16 luglio 2009

Teppismo ultima bandiera

ROMA - Un assalto in piena regola, un blitz di centinaia tifosi contro una caserma della polizia in via Guido Reni a Roma, la caserma delle volanti nella zona del Flaminio. Un altro assalto al commissariato di polizia di Porta del Popolo, messo sotto assedio da decine di teppisti con spranghe, tondini di ferro e sanpietrini. Un altro contro i poliziotti barricati nello stadio Olimpico e nella sede del Coni. E poi, come in una marcia forzata dall'Olimpico verso Ponte Milvio e Tor di Quinto, un intero quartiere ostaggio della violenza. E' il caos. E' il prepartita e il dopo partita della partita che non ci sarà ("Roma, scoppia la guerriglia ultrà. Da la Repubblica dell'11 novembre 2007).

 


poliziassassina

Non mi ricordo più come sono diventato ultrà. A me, allo stadio, non mi ci ha mai portato mio padre: non è per onorare la sua memoria che seguo il calcio.

Il calcio, per me, non è nemmeno tanto un fatto di cori o di bandiere e, se penso al campo da gioco, di colori e di profumi è l’ultima cosa di cui parlo.

Ho una fede, certo. E questa è salda. Credo in dei principi ben precisi ma non ho voglia di dire esattamente quali. Perché ci sono cose di cui si può parlare ed altre per cui le parole non servono a nulla: per capirle occorre esserci. Ma, sopratutto, occorre fare.

È a questo ultimo genere di cose che io appartengo. Domenica dopo domenica le ritrovo negli occhi del compagno che ho accanto ma anche nello sguardo del nemico che ho davanti. Una scintilla che illumina il buio del calcio moderno con gli echi di un principio inderogabile: «preferisco essere sconfitto nudo addosso a un muro che festeggiare la vittoria protetto da uno scudo».

È questo il terreno sul quale io gioco la mia partita. Ed è sempre da questo terreno che io, domenica dopo domenica, torno a casa vincitore.

Su questo terreno gli arbitri non si possono corrompere, i vestiti che hai addosso non hanno nessuna importanza e nemmeno i soldi significano niente. Il coraggio, al contrario, qui non ha prezzo. E la lealtà è la merce più ricercata.

Su questo terreno nessuno è tenuto ad abbassare la testa e non esiste né sì né sissignore; basta un cenno di intesa per rinnovare un accordo mai scritto: «non un passo indietro»; sono questi i termini del patto.

Grazie alla fede, domenica dopo domenica, prima e dopo la partita, diventa possibile sostenere uno scontro impari. Da una parte la legge, con le armi, i cani, le macchine blindate, i lacrimogeni e i manganelli. Dall’altra il cuore: forte anche quando non ha niente.

Non mi vergogno di dirlo perché è vero. Chi indossa una divisa non lo accetto e neppure lo rispetto. Troppe volte ho visto gli uomini della legge caricare i miei fratelli a tradimento. Troppe volte li ho visti, in dieci contro uno, tirare calci fino a spaccare le facce, rompere le costole, spezzare i denti.

La mia lotta, in fondo, è simile a quella delle minoranze oppresse o a quella dei partigiani che combattono nelle zone occupate dagli eserciti: «10, 100, 1000 nassiriya» ero io che lo cantavo. E non avevo certo paura di diventare l’unico a essere considerato delinquente.

Domenica dopo domenica, insieme ai miei fratelli, ho combattuto per l’Iraq, per l’Irlanda del Nord, per il Kurdistan, per il Libano, per la Serbia, per il Delta del Niger e per la Palestina. E nessuno di noi, nel corso della lotta, ha mai preso in considerazione l’opportunità di potersi arrendere.

D’altronde è normale. La principale differenza tra noi e chi indossa una divisa è solo questa: loro agiscono nel nome di un posto fisso e dei soldi; noi lo facciamo per continuare a guardarci in faccia senza vergognarci.

Chi indossa una divisa lo capisce e ci teme. Sa che per partire non abbiamo bisogno di ricevere istruzioni: conosciamo perfettamente la città e i piani che seguiamo non vengono dall’alto ma sono già nella nostra testa. Come avremmo fatto, altrimenti, a ritrovarci tutti nello stesso posto – allo stadio Olimpico – tre ore prima della partita Roma-Cagliari, prevista per le ore venti e trenta?

La notizia, data nella mattinata, parlava di uno scontro tra tifosi dalle parti di Arezzo. Raccontava di una macchina di laziali che incrocia un gruppo di juventini e di un ragazzo ucciso da un colpo di pistola. Cercavano di confondere le acque e di farci credere che i tifosi si fossero uccisi tra di loro… in realtà, quello che era successo, ci era subito chiaro: a sparare e ad uccidere era stato un agente.

C’è solo una categoria di persone che rispetto ancora meno di chi porta una divisa. Ed è la categoria di chi, per professione, mente. Li chiamano giornalisti ma per noi sono tutti pennivendoli. E come correvano! Correvano gettando sull’asfalto le loro telecamere maledette e le loro macchine fotografiche bugiarde. Correvano malgrado le pance cascanti, piene di notizie false e brutti sentimenti. Pensavano di accanirsi su di noi anche in una giornata come questa: di rinchiuderci come le scimmie nelle gabbie dei loro giornaletti, di chiamarci beceri e violenti, di infamarci e insultarci a loro piacimento. In una giornata come questa no, non glielo abbiamo concesso: abbiamo corso più forte di loro, li abbiamo raggiunti e a più di qualcuno abbiamo rotto la macchina fotografica e la telecamera insieme alla testa.

Un nostro fratello era stato ucciso dalla polizia e la nostra rabbia, radunati fuori dai cancelli dello stadio, stava crescendo come il mare in tempesta. Quando a Catania, poco tempo prima, era morto uno di loro, un ispettore, il calcio era stato fermato completamente. Mentre adesso che a uccidere un tifoso era stato un poliziotto che fine avevano fatto i discorsi sul rispetto della vita umana?

Chi comanda non ha ritenuto opportuno sospendere le partite in programma perché per loro i tifosi non sono nient’altro che merce.

Si sbagliano. E lo abbiamo scritto sugli striscioni: «la nostra coscienza non si lava con dieci minuti di ritardo».

Alla pattuglia dei carabinieri fermi a Ponte Milvio glielo abbiamo fatto capire bene. Abbiamo gridato «assassini! assassini!» e li abbiamo fatti fuggire con un fitto lancio di pietre.

In queste circostanze non conviene muoversi tutti insieme. Il grosso del gruppo è restato compatto a presidiare la zona dello stadio mentre, a turno, drappelli più piccoli sono scattati per la caccia al poliziotto. Sul Lungotevere abbiamo usato delle transenne di ferro per bloccare il traffico e, per armarci, abbiamo sradicato dall’asfalto i segnali stradali. In pochi minuti abbiamo distrutto vetrine e rovesciato cassonetti. È servito per guadagnare tempo, seminare il panico e spingerci verso l’interno: «non ne possiamo più delle divise blu – no al governo – no alla pay tv».

In via Flaminia vecchia abbiamo preso a sassate una stazione dei carabinieri e dato fuoco alle vetture parcheggiate all’esterno. «non c’è niente di più bello di una caserma che brucia»: basta una bottiglia piena di benzina per scatenare l’inferno.

In via Guido Reni, all’Accademia di polizia, abbiamo distrutto l’insegna e infranto i vetri antiproiettile e, bruciando ciò che potevamo, abbiamo urlato: «merde! merde!».

Veloci come il vento ci siamo dileguati. E abbiamo portato via lo stendardo del corpo: dato alle fiamme insieme a un’altra macchina della polizia, in piazza dei Giochi Delfici.

La città era nostra. Ma noi siamo diversi, il potere non ci interessa. Noi siamo i lupi che si nascondo tra le pecore: possono braccarci, catturarci, diffidarci o ucciderci… domenica dopo domenica torneremo comunque branco, lo facciamo sempre. Gente come noi, oggi, ha colpito a Roma ma lo ha fatto anche a Milano, a Taranto, a Bergamo… ovunque con la stessa gioia di riscoprirsi ultrà: padroni di niente – chiaro – ma servi di nessuno. Liberi, seppur in fuga, tra i tornanti della panoramica che si arrampica su Monte Mario. Arditi quanto basta per accostare la macchina e, con la vernice azzurra della bomboletta, sfidare chi non crede in niente con uno slogan destinato a durare: «teppismo ultima bandiera».

 

(Cristiano Armati - tratto da Roma noir, Newton Compton)

postato da: armati alle ore 11:18 | link | commenti
categorie: strane storie, roma noir

Soltanto mele marce tra le forze di polizia? Considerazioni dopo le sentenze Sandri e Aldrovandi

Alla fine la giustizia avrebbe fatto il suo corso. Paolo Forlani, Segatto Monica, Enzo Pontani e Pollastri Luca, vale a dire i quattro poliziotti responsabili della morte di Federico Aldrovandi, ucciso a Ferrara il 25 settembre del 2005, sono stati riconosciuti colpevoli - almeno in primo grado - di omicidio colposo (!!!) e condannati a 3 anni e 6 mesi di reclusione. Anche l'agente Luigi Spaccarotella, l'uomo che l'11 novembre del 2007 uccide con un colpo di pistola Gabriele Sandri, è stato ritenuto colpevole di omicidio colposo (!!!). La condanna, nel suo caso, è pari a 6 anni di reclusione.
I tribunali responsabili di queste sentenze, ancora una volta, hanno scomodato giudici, giurati, avvocati, uscieri e l'enorme dolore dei parenti e degli amici di queste nuove vittime dello Stato per ribadire una verità vecchia quanto il mondo: LA LEGGE NON E' UGUALE PER TUTTI.
Un esempio?
Doina Matei, la ragazza rumena responsabile di aver ucciso Vanessa Russo sotto la metropolitana di Roma colpendo la sua vittima con un ombrello, è stata accusata di omicidio preterintenzionale e condannata a 16 anni di reclusione che, a differenza dei summenzionati appartenenti alle forze dell'ordine, sta effettivamente scontando dietro le sbarre di una galera.
Ora, senza sminuire la gravità della tragedia di Vanessa Russo, è evidente che la volontarietà di chi commette un omicidio è assolutamente più chiara quando, come nel caso di Aldrovandi e Sandri, il colpevole utilizza per uccidere i manganelli e la pistola rispetto a quando, come nel caso di Doina Matei, l'unica cosa rintracciata tra le mani dell'omicida è un ombrello!
Eppure le sentenze relative ai casi citati non danno alcuna importanza all'evidenza e affermano il contrario. Cosa significa?
Una cosa semplice: se è chiaro che, con la sentenza Matei, le aule del tribunale hanno dato spazio all'afflato razzista che aleggia in Italia da un bel po' di tempo condannando in maniera simbolica ed esemplare tutta la comunità rumena presente nella penisola, è altrettanto chiaro che, quegli stessi tribunali, non hanno esitato a trattare con leggerezza gli assassini nel momento in cui questi lavorano per lo Stato e indossano la divisa. La Legge, dunque, non è uguale per tutti. Al contrario, qualsiasi sentenza DISCENDE DIRETTAMENTE DA UN'INTERPRETAZIONE POLITICA della giurisprudenza e non certo dall'astrattezza delle norme a cui pretende di fare riferimento.
Ma le considerazioni che discendono dal valore scandaloso delle sentenze pronunciate in relazione ai casi Sandri ed Aldrovandi non finiscono qui.
Perché, insieme allo sdegno unanime che circonda i giudici responsabili di aver sostanzialmente favorito gli assassini dei due ragazzi, si leva un coro pronto a togliere alla Polizia italiana in quanto istituzione qualunque tipo di responsabilità attribuendo ogni colpa ad alcuni suoi esponenti di volta in volta definiti "pazzi", "incapaci" o "mele marce".
Il problema, dunque, sarebbe solo questo? Che come in ogni luogo anche tra le forze dell'ordine finiscono per capitare individui instabili che, in casi "eccezionali", possono tradire il loro mandato di protezione del cittadino diventando addirittura i suoi assassini?
La statistica, a dire la verità, sembra affermare il contrario. Dopo Carlo Giuliani, ucciso a Genova il 20 luglio del 2001, le vittime delle forze dell'ordine si susseguono con una frequenza a dir poco allarmante. Federico Aldrovandi e Gabriele Sandri, infatti, finiscono in una lista che comprende, tra gli altri: Giuseppe Casu (Quartu, 9 ottobre 2006), ricoverato coattamente in un ospedale psichiatrico con l'ausilio delle forze dell'ordine e deceduto nel corso del "trattamento" subito; Riccardo Rasman (Trieste, 27 ottobre 2006), deceduto "per asfissia" dopo che quattro agenti di polizia irrompono nella sua casa per motivi a dir poco futili (aveva lanciato dei petardi dal balcone e non voleva aprire la porta in quanto la sua schizofrenia gli generava una paura, non certo ingiustificata, per le divise); Aldo Bianzino (Perugia, 21 ottobre 2007), trascinato in carcere per qualche pianta di marjuana e lì deceduto in seguito a lesioni spacciate per un "problema cardiaco";  Giuseppe Turrisi (Milano, 6 settembre 2008), un senzatetto massacrato a calci e pugni da due agenti di polizia; Manuel Eliantonio (Genova, 25 luglio 2008), un ragazzo di soli 22 anni arrestato e, anche lui, ritrovato massacrato in carcere; Chehari Behari Diouf (Civitavecchia, 31 gennaio 2009), assassinato da un ispettore di polizia che gli scarica addosso un fucile a pallettoni perché "disturbato dalla confusione in giardino"... e se a questa lista - assolutamente parziale - si aggiungessero anche le 24 - ventiquattro! - vittime della famigerata banda della Uno bianca cosa succederebbe? Si continuerebbe a parlare di "mele marce" o si comincerebbe a pensare che, per quanto riguarda le forze dell'ordine, c'è QUALCOSA CHE NON FUNZIONA A LIVELLO DI SISTEMA?
Il discorso è difficile, serio, complicato. Niente di strano, dunque, se nessun politico né, figuriamoci, alcun organo di informazione ufficiale prova a farlo.
A proposito: avete notato che, se i giornali fanno sempre a gare quando si tratta di "sbattere il mostro in prima pagina", quando in prima pagina dovrebbero finire i rappresentanti delle forze dell'ordine le fotografie non ci sono mai?
Ai giornalisti che, tradendo ogni deontologia professionale, si rendono complici di un simile modo di agire chiediamo: perché?
In attesa di una risposta forse impossibile non ci resta che constatare l'esistenza di un sospetto. Il sospetto, nella fattispecie, riguarda proprio la morbidezza delle sentenze con cui i colpevoli  in divisa di fatti di sangue sono sistematicamente beneficiati: è forse possibile che queste sentenze siano così morbide perché in caso contrario le forze di polizia, qualora chiamate ad assolvere un simile compito (e se la democrazia in Italia non fosse poi così stabile? E se, come in passato, il Paese cadesse vittima di una svolta autoritaria?), non se la sentirebbero di aprire il fuoco sulla gente o di usare la violenza per reprimere manifestazioni di piazza?
L'interrogativo - quello di un corpo di polizia da addomesticare in attesa di una chiamata generale alla repressione diffusa - resta inquietante ed aperto.
Come le ferite di sentenze compiacenti, complici di delitti atroci destinati a restare impuniti.

postato da: armati alle ore 10:59 | link | commenti (5)
categorie: strane storie
martedì, 14 luglio 2009

Questo blog ALZA la voce contro il decreto Alfano (e contro ogni forma di censura e repressione neofascista)

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Prima di tutto vennero a prendere gli zingari
e fui contento, perché rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei
e stetti zitto, perché mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali,
e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti,
ed io non dissi niente, perché non ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me,
e non c’era rimasto nessuno a protestare.


La libertà non è mai stata gratis. Io, personalmente, l'ho pagata un sacco di soldi. Per i libri che ho scritto (Roma criminale, Italia criminale, Cuori rossi) sono stato querelato tante di quelle volte che non so più a chi dare i resti. A firmare le querele una sequela di personaggi a dir poco famigerati ma abili a manovrare gli spigoli della legalità per far passare come giusto ciò che è sbagliato e come offensivo quelle che restano semplici constatazioni, dati di fatto. Il risultato è che per i miei ultimi tre libri mi ritrovo ad affrontare quattro processi. L'ultima volta i carabinieri sono venuti a prendermi a casa con due alfettoni e tanto di sirene spiegate. Perché è questo di cui si parla quando si parla di "uso intimidatorio della querela". Si parla di figuri mantenuti da rendite di dubbia origine che hanno gioco facile nello scagliarsi contro chi lavora senza i paracadute garantisti offerti dai giornali "ufficiali" e che di questo lavoro vive.
Il decreto in fase di approvazione in questo momento va oltre ogni limite di decenza e sancisce di fatto l'avvento della censura generalizzata, delle persecuzioni giuridico-economiche, dell'isolamento e del depauperamento delle voci di chi ragiona e, pubblicamente, dissente. Un atto gravissimo che non farà altro che imbarbarire il discorso collettivo, appiattendolo su una soglia facilissima da oltrepassare e oltre la quale si intravede già la galera.
Come sempre, non saranno le isolate azioni individuali ad avere la meglio sulle forze del male. Ma se si riuscisse a smascherare la malafede di chi è sempre pronto a invocare la democrazia per l'Iran, l'Iraq, Cuba o qualunque altro posto non sia QUI e ADESSO (quanti giornalisti prezzolati hanno pianto le loro lacrime ipocrite per la situazione iraniana ultimamente!), allora le proteste contro questo ennesimo provvedimento liberticida avrebbero portato a casa almeno uno sparuto risultato. 
postato da: armati alle ore 14:15 | link | commenti
categorie: strane storie