giovedì, 27 agosto 2009

Renato Biagetti (Fiumicino - Roma, 27 agosto 2006): cronaca di un'aggressione annunciata


Renato Biagetti

Focene è un borgo di villette basse costruite nel territorio del comune di Fiumicino lungo un viale schiacciato tra il recinto dell’aeroporto e il mare. Ci vivono poco meno di tremila persone che, come tutti gli abitanti del litorale laziale, conservano la memoria dei tempi in cui la spiaggia non serviva a piantare ombrelloni o ad aprire sedie sdraio ma, per il semplice fatto di trovarsi lontano dal centro, favoriva gli insediamenti abusivi e l’edilizia popolare.

Negli anni Sessanta, quando ne La dolce vita Marcello Mastroianni porta la bella attrice americana al mare, viene a Focene e, sulla pellicola di Fellini, restano impressionate scene di povertà e disagio: lontano dalla scintillante via Veneto, la faccia più vera della capitale.

In anni più recenti, rispetto a Ostia o a Fregene, le altre spiagge di Roma, Focene è restata una zona meno mondana e più popolare. Lentamente, però, accanto al traffico dei pendolari che scendono in città per lavorare, la frazione di Fiumicino ha iniziato timidamente a popolarsi di vetture che, sul portapacchi, ostentano colorate tavole da surf. Da quel momento, soprattutto d’estate, la spiaggia di Focene è diventata più bella e viva di quanto si possa immaginare: flutti da cavalcare durante il giorno e, dopo il tramonto, la musica reggae per ballare.

«Good Vibrations» e «Peace & Love»: potrebbero essere questi gli slogan della serata nella dance hall naturale allestita sulla spiaggia gestita dal “Buena Onda”; senz’altro espressioni che suonano familiari alle orecchie di Renato Biagetti: ventisei anni, laureato da poco ma, almeno per il momento, più interessato a lavorare come tecnico del suono che in qualche branca dell’ingegneria. Il futuro, in fondo, può aspettare… altrimenti che futuro è?

Il presente di Renato – residente nella zona di Grotta Perfetta – è già ricco per conto suo: la passione per il calcio; la frequenza quasi quotidiana del centro sociale Acrobax nato nell’ex cinodromo di Ponte Marconi; il supporto alle iniziative che utilizzano la musica per dire no al razzismo, no al sessismo, no alla guerra, no all’omofobia; l’amore per Laura, la sua fidanzata, e l’amicizia con un numero enorme di “fratelli” e “sorelle” ma, in modo particolare, con Paolo, un ragazzo che Renato conosce da una vita.

Il 27 agosto del 2006, quando Renato, Laura e Paolo prendono la macchina per andare a ballare al Buena Onda ci sono tutti i presupposti per passare insieme una bellissima serata. Il caldo torrido di Roma fa presto a impastarsi nella brezza marina e a sciogliersi insieme a una birra nelle reminiscenze afrogiamaicane del dub e del reggae. Il tempo, sospinto da un ritmo ispirato dai battiti del cuore, vola più in alto dei gabbiani e, quando torna a toccare terra, non è più nemmeno notte visto che l’orologio segna le cinque del mattino.

È facile immaginare i tre ragazzi mentre si preparano a tornare a casa: sembra quasi di sentire le loro battute, le loro risate. Il più allegro di tutti, probabilmente, sarà proprio Renato. Tutti quelli che lo conoscono, facendo mente locale, se lo ricordano sempre con il sorriso sulle labbra e mai incazzato.

Imboccato il viottolo che, dalla spiaggia, riporta alla strada principale, Renato e Paolo si mettono un momento seduti su un muretto mentre Laura recupera la macchina. Immediatamente, però, un’altra vettura si affianca ai ragazzi. La guidano due ragazzotti con la voce grossa: «È finita la festà, sì?!», urlano.

La loro, ovviamente, non è una domanda ma una provocazione: «Allora che cazzo state a fa’ qui? Andatevene a Roma! Merde!».

È così che comincia l’aggressione. Il posto dove colpire non è stato scelto a caso. Lo dicono tutti a Focene che al Buena Onda ci vanno le zecche. Renato e Paolo tentano di impedire ai due di uscire dalla macchina ma non ci riescono e gli aggressori, non appena aprono gli sportelli, hanno già il coltello tra le mani. Paolo viene colpito e anche Laura, quando cerca di intervenire, è presa a pugni. Il più grave di tutti, però, è Renato, anche se lui, quando i vigliacchi che l’hanno aggredito scappano, ha ancora la forza di parlare. Con l’energia che gli è rimasta dice a Paolo e Laura di sentirsi bene, che non c’è bisogno di preoccuparsi, piangere, stare male…

Anche un carabiniere si presenta al capezzale di Renato. Confabula con il ragazzo qualche minuto, quanto basta per raccogliere la deposizione del ferito…

Poi Renato non riesce più a parlare. Il viso dei sanitari che entrano ed escono dalla sala operatoria si fa scuro e a mezzogiorno la notizia diventa ufficiale. Forse alle cure di Renato non è stata dedicata la giusta emergenza – i suoi compagni punteranno il dito contro il ricovero e parleranno di «ritardi inaccettabili» - ma ormai quel ragazzo sempre allegro è morto, non c’è niente da fare.

 

* * *

 

Mentre Renato veniva accoltellato sulla spiaggia, diversi testimoni vedono i ragazzi che infieriscono con i coltelli e, quando gli aggressori scappano con la macchina, annotano il numero di targa e il modello della vettura.

Stranamente questi riferimenti non consentono affatto ai carabinieri di mettere immediatamente le mani sugli assassini così gli aggressori riescono a far perdere le loro tracce risultando irreperibili per almeno tre giorni.

Nell’attesa che venga chiarita l’identità di chi ha ucciso Renato, diversi giornalisti iniziano a scrivere di quanto è accaduto mandando in stampa articoli pieni di “certezze” ma avari di riflessioni approfondite oltre che di dubbi.

La morte di Renato, secondo la maggior parte dei giornalisti (si distingue, tra gli altri, Checchino Antonino di «Liberazione»), sarebbe soltanto il tragico epilogo di una rissa. Un episodio di violenza imputabile alla testa calda dei protagonisti o agli scoppi d’ira a cui, com’è noto, possono essere soggette le persone drogate o ubriache…

Le voci dei testimoni, a cominciare da Paolo e Laura, non vengono ascoltate. Quando, dopo settantadue ore di latitanza, i colpevoli vengono finalmente arrestati, il sindaco Walter Veltroni riesce a complimentarsi con le forze dell’ordine per la velocità (!) con cui i responsabili della morte di Renato sono stati intercettati limitandosi a condannare genericamente la “violenza” come se questa non fosse affatto, in questo come in altri casi, politicamente connotata.

Persino dopo l’arresto dei ragazzi che hanno accoltellato Renato, sono davvero pochi quelli che si prendono la briga di sottolineare che, per parlare di rissa, è necessario che tutte le parti coinvolte partecipino attivamente alla colluttazione.

A Focene, invece, le cose sono andate in modo completamente diverso: da una parte ci sono dei ragazzi pacifici che non disturbano nessuno, dall’altra due facinorosi che si presentano davanti al Buena Onda armati di coltello. Come si fa a sostenere che è stata una “rissa” ad uccidere Renato? E come si fa a misconoscere la chiara matrice politica dell’omicidio quando salta fuori che uno degli aggressori ha una croce celtica tatuata sul braccio?

L’assassino, nella fattispecie, è il diciannovenne Vittorio Emiliani e a Focene lo conoscono tutti visto che è proprio qui che è cresciuto. Quando è stato portato nella caserma di Ostia è scoppiato a piangere. Insieme al suo complice – ancora minorenne e quindi chiamato dai giornalisti solo con nomi di fantasia – ha confessato agli inquirenti: «Non sapevamo di aver ucciso un uomo, l’abbiamo letto sui giornali».

Emiliani ha ucciso, eppure avere un morto sulla coscienza non basta a fargli ammettere le colpe di cui si è macchiato: «C’è stata la lite, questo lo ricordiamo, ci siamo anche picchiati, ma non ricordiamo della coltellata che ha ucciso il ragazzo».

I carabinieri non insistono e mettono a verbale le dichiarazioni di Emiliani. Effettivamente la sua memoria deve funzionare davvero male visto che la «coltellata che ha ucciso il ragazzo» di cui parla non è stata soltanto una ma addirittura otto.

[…] L’arma del delitto, su indicazione dello stesso Vittorio Emiliani, viene ritrovato seppellita nei giardinetti di Focene. Secondo alcuni testimoni, anche il ragazzo minorenne che era con Emiliani ha partecipato all’aggressione armato di coltello. Questa seconda arma, però, non è mai stata ritrovata. E anche i tre giorni di latitanza degli imputati restano piuttosto oscuri quando si prova a ricostruire l’esatto svolgimento dei fatti. Una mancanza di chiarezza che i più malfidati attribuiscono a un particolare non esattamente irrilevante: a svolgere le indagini non è un corpo di polizia qualunque ma la stessa caserma in cui il signor Giulio Emiliani, padre di Vittorio, presta servizio come brigadiere.

 

* * *

 

Il caso di Renato Biagetti è particolarmente tragico ma tutt’altro che isolato. La rete dei centri sociali romani e le associazioni democratiche della capitale si mobilitano al grido di «Verità per Renato». L’Acrobax, a sole quarantotto ore dalla morte del compagno, emette un comunicato nel tentativo di arginare la disinformazione che sta piovendo sul cadavere del ragazzo assassinato:

 

Non si è trattato di una rissa tra balordi all’uscita di una delle discoteche del litorale ma di uno dei tanti episodi che si iscrive dentro un clima sociale, politico e culturale determinato dalle destre in Italia. Non sappiamo chi sono questi delinquenti ma queste pratiche ci ricordano da vicino le tante aggressioni agli spazi sociali e alle persone che li attraversano che si sono ripetute a Roma e altrove.

 

La croce celtica tatuata sul braccio di Emiliani, arrestato il giorno dopo l’emissione del comunicato, dimostrerà che gli amici di Renato hanno ragione. E anche quando l’Acrobax sostiene che la morte di Emiliano è soltanto «uno dei tanti episodi che si iscrive dentro un clima sociale, politico e culturale determinato dalle destre», l’affermazione può essere sostenuta da dati reali. Un dossier compilato per l’occasione, infatti, raccoglie informazioni riguardanti ben 134 aggressioni a sfondo razzista, omofobo e fascista compiute a Roma e nel Lazio tra il 2004 e l’estate del 2006. Una lettura assolutamente sconsolante, […] ed è proprio rispetto al contesto fotografato da questo dossier, tra l’altro, che quella di cui è stato vittima Biagetti può dirsi un’“aggressione annunciata”.

 

* * *

 

[…]Diluite negli spazi in genere riservati a reati come furti e rapine, le informazioni sulla violenza politica diventano difficilmente distinguibili da quelle sulla criminalità comune, generando lo stesso

tipo di attitudine che, all’ennesima potenza, esplode nel corso del processo agli assassini di Renato: l’attitudine a negare, insieme alle idee, anche la dignità della vittima. Perché morire nel corso di una rissa tra balordi non è assolutamente uguale a essere uccisi in virtù di un’aggressione subita a causa

della propria differenza morale ed esistenziale.

Eppure, da questo punto di vista, neppure il processo ha reso giustizia alla dinamica dei fatti di Focene. In primo grado Vittorio Emiliani è stato riconosciuto colpevole di omicidio volontario e condannato alla pena di quindici anni e otto mesi di reclusione. Nelle motivazioni della sentenza, però, riaffiora lo spettro della «rissa tra balordi» senza alcuna allusione alla matrice politica dell’agguato: degno corollario di un dibattimento in cui gli osservatori non hanno potuto fare a meno di sottolineare alcune circostanze a dir poco strane. La deposizione che, poco prima di morire, Renato rende al carabiniere arrivato a sentirlo all’ospedale Grassi, per esempio, non venne verbalizzata dal militare: come mai?

Si tratta di una dimenticanza o anche questa singolare perdita di memoria è di natura, per così dire, “sociale”?

Perché negli ultimi dieci anni, sembra quasi che condannare la violenza fascista sia diventato politicamente scorretto: un atto capace di far entrare in crisi le ragnatele di un sistema parlamentare che si presenta come moderato quando ha bisogno di conquistare i voti del ceto medio ma che poi, quando si tratta di aggregare la rabbia e il disagio di fasce sempre più ampie di popolazione, è costretto a cedere agli alleati di estrema destra la possibilità di farsi portatori di valori distorti e pericolosi, dalle manie xenofobe all’esaltazione dell’etica dell’attacco fisico che “il guerriero” porta al nemico e al diverso. Finché questa sorta di tacito accordo “regge”, i centri sociali vengono assaltati a colpi di molotov, i “capelloni” picchiati per strada, i gay insultati e aggrediti, i campi rom bruciati, gli attivisti di partiti e organizzazioni di sinistra sprangati, le donne molestate e i luoghi della memoria antifascista profanati.

Il tutto è ampiamente sottovalutato in quanto soltanto tragedie come quella di Renato riescono, per un attimo, a rompere la malcelata regola del silenzio che regola il trattamento della violenza politica… salvo arrivare a negare, anche parlando di ciò che è successo a Focene, la matrice culturalmente destrorsa dell’agguato riconducendo il tutto alla solita «rissa tra balordi»; come dire: la vittima avrebbe fatto meglio a starsene a casa anziché fare le cinque in discoteca!

Non c’è dubbio che un simile modo di pensare sortisca l’effetto di tranquillizzare l’opinione pubblica. Ma i familiari di Biagetti, insieme a tutti i soggetti che hanno dato vita all’associazione che porta il nome del giovane tecnico del suono, non è la “tranquillità” ma la «verità per Renato» quello che chiedono. Per questo, partecipando a manifestazioni, organizzando feste o gestendo il blog http://veritaperrenato.noblogs.org, «non è stata una rissa, è stata un’aggressione» è la cosa che, con più forza, continuano a ripetere gli amici e i compagni di Renato.

 

(Cristiano Armati, tratto da "Cuori rossi", Newton Compton 2009)

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categorie: strane storie, cuori rossi

Liberafesta: Armati a Genzano di Roma

SABATO 29 AGOSTO - ore 20 e 30

nell'ambito della Festa di Liberazione di Genzano
(viale delle Regioni, zona del mercato)

Cristiano Armati presenta

CUORI ROSSI
La sanguinosa storia di chi ha pagato con la vita il prezzo delle proprie idee

coordina Davide Dell'isola

Liberafesta
postato da: armati alle ore 10:59 | link | commenti
categorie: cuori rossi, reading presentazioni e festival
mercoledì, 26 agosto 2009

Il peggio (dopo un incidente, code provocate dai curiosi sull'autostrada)

Il peggio è sempre per chi resta
per questo, dietro una ferita,
è solo per invidia
se la gente rallenta
e si ferma per guardare

Incidente
postato da: armati alle ore 09:28 | link | commenti (2)
categorie: bestemmie in forma di rosa

Approdo alla lettura: Armati a Ostia (Roma)

VENERDì 28 AGOSTO - ORE 21

Pontile di piazza dei Ravennati - Ostia (Roma)

Nell'ambito della manifestazione
APPRODO ALLA LETTURA

Cristiano Armati presenta

ROMA NOIR


Modera Paolo Perelli

Approdo alla Lettura
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categorie: reading presentazioni e festival, roma noir
martedì, 11 agosto 2009

La "Roma noir" di Cristiano Armati

Roma noirRoma Noir (Newton Compton) è una raccolta di racconti noir ambientati a Roma, protagonisti personaggi marginali e emarginati confrontati con vite dure dove i protagonisti più che vivere sopravvivono. Personaggi minimali, le cui vicende dure e oscure nel caso migliore avranno forse due righe sui giornali, tra loro spiccano Anagnina, circense che quando è troppo cresciuta per fare la contorsionista potrà solo vendere il suo corpo, Cammillo, mostruoso ragazzo lupo evitato da tutti che solo dopo morto troverà qualcuno che prova pietà umana nei suoi confronti, Carlo, che prova a redimersi da un passato con l’aiuto dello zio, ma nemmeno la paternità riuscirà a tenere lontano dalla droga che gli sarà fatale, Pamela prostituta con gli occhi verdi e le treccine colorate, Johnny pappone buono che ama l’anziana madre e che offre anche personalmente i suoi servigi. Un linguaggio efficace, crudo che vi catturerà all’interno della periferia romana.

Qualche domanda a Cristiano Armati, giornalista free lance romano, autore di Roma Criminale, Italia Criminale e Cuori Rossi, tutti per Newton Compton. 
 
Una Roma insolita, sconosciuta ai più che affiora nelle cronache dei quotidiani solo in occasione di fatti efferati. Perché hai scelto questa ambientazione?

Posso dire che, dal punto della location, Roma noir è un libro che ha scelto da solo la sua ambientazione. Io, anno dopo anno, mi sono limitato a vivere le storie che ho raccolto e quindi a trasformarle in racconti. A tenere insieme tutto il materiale, due fili conduttori: un’idea di noir molto più vicina a quella che ha animato i padri fondatori del genere (un nome su tutti: Guy de Maupassant) rispetto all’odierna tendenza al poliziesco (alle storie di guardie ho sempre preferito quelle di ladri); e uno sguardo che ha tratto la sua ispirazione dalla vita reale, quella che si vive sulla strada.

C’è qualche personaggio reale o sono stereotipi?

I personaggi che racconto sono veri come i quartieri in cui vivono, i lavori che svolgono, gli amori che li attraversano. In fase di scrittura, ovviamente, è stato necessario modificare i loro nomi e, in alcuni casi, inventare dei luoghi in cui farli agire perché non è certo possibile mandare in libreria una raccolta di racconti che svela i nomi dei protagonisti dello spaccio in un determinato quartiere o le tecniche di eliminazione dei corpi delle persone rapite nel corso della trascorsa stagione dei sequestri. Ma si tratta di accorgimenti che non inficiano la realtà della narrazione.

Come ti sei documentato, da inchieste giornalistiche o da tuoi personali sopraluoghi?

Il mio motto è “prima vivere, poi scrivere”. Quindi è stato così che mi sono documentato: vivendo.

Le donne o sono prostitute o personaggi passivi quasi sempre legati alla sessualità. Perché le descrivi in modo così negativo?

Si tratta di una sensazione che capisco ma che ha delle ragioni di ordine sociale. Intanto la stessa ambientazione del libro: la periferia romana, per certi versi, eredita un contesto all’interno del quale il maschile e il femminile rappresentano ancora universi differenti e non mondi completamente omogenei rispetto alle scelte e alle possibilità. Poi c’è un altro discorso: Roma noir è un lavoro fondamentalmente dedicato alla discriminazione economica. E la discriminazione economica, a livello materiale, non è nient’altro che il luogo in cui la discriminazione sessuale trova la sua origine e la sua possibilità di riprodursi e diffondersi. Direi che è per questo che, in alcuni racconti, le donne di Roma noir possono apparire così.

C’è una possibilità di riscatto per questi personaggi o le loro vite vanno bene così?

Si tratta di una domanda difficile. Per quanto mi riguarda non può esserci riscatto se non c’è amore, di conseguenza non me la sento proprio di condannare le vite dei personaggi di cui parlo: come si può auspicare un riscatto se si è al sicuro dentro una torre d’avorio fatta di disprezzo o, peggio, di spocchia intellettuale? Io amo le mie periferie, i luoghi in cui sono nato e cresciuto, fatti anche di degrado, di spazzatura non raccolta dal comune, di servizi erogati in misura infima rispetto a quanto viene predisposto per il centro eppure sempre in grado di alimentare al loro interno una voglia di vivere e di lottare che dà la misura di un’umanità ancora non omologata e capace di slanci di ribellione e generosità addirittura commoventi.

Raccontaci la tua Roma …

La mia Roma è un luogo in cui per arrivare in centro occorrono venti fermate di metropolitana o un ora e mezza di autobus. Nella mia Roma i servizi sociali non esistono e vengono sostituiti dalla solidarietà di vicinato. Qui, i mestieri a disposizione di chi vuole emergere, comprendono lo spaccio o la rapina a mano armata. La lingua che si parla è lontana dall’italiano insegnato a scuola, che infatti viene dimenticato in fretta, mentre i valori diffusi – il coraggio e l’amicizia su tutti – sono sottoposti al fuoco incrociato della televisione e degli hard-discount. All’interno della mia Roma si agita un fuoco di resistenza indomabile anche se, quando si tratta di prendere la penna e dare una rappresentazione della periferia, tutto ciò che i giornalisti, gli scrittori e gli intellettuali riescono a fare è parlare di violenza bestiale o sfornare l’ennesima macchietta di coatto in grado di far ridere senza mai spingere a pensare.

(Intervista di Ambretta Sampietro - Milanonera.com)

postato da: armati alle ore 13:08 | link | commenti (8)
categorie: recensioni, interviste, rassegna stampa, roma noir
venerdì, 07 agosto 2009

Viaggio di nozze a Theran: intervista a Azadeh Moaveni

151Azadeh Moaveni è giornalista e scrittrice. Cittadina americana cresciuta in Iran, è un’esperta di Medio Oriente, ed è una delle poche corrispondenti americane a collaborare in maniera continuativa dal 1999 con l’Iran; scrive sui diritti delle donne, le culture giovanili e le riforme islamiche per «Time», «The New York Times» e «The Washington Post». In Italia è editorialista di «Internazionale». Ha pubblicato Lipstick Jihad, Viaggio di nozze a Theran, ed è co-autrice con il Premio Nobel per la pace Shirin Ebadi di Iran Awakening. Parla correttamente sia il Farsi che l’arabo e attualmente vive con i sui figli a Londra. Il suo sito è www.azadeh.info.

1. Azadeh Moaveni, oltre a innumerevoli articoli scritti per le principali testate statunitensi, con Viaggio di nozze a Teheran ha al suo attivo ben tre libri. Ci sono delle differenze tra la Moaveni giornalista e la Moaveni scrittrice?

Sin dai miei primi giorni in prima linea come cronista, sono sempre stata convinta che le storie personali siano uno strumento di comunicazione più efficace, specialmente quelle estere, da paesi distanti e complicati, rispetto all'analisi o la fredda cronaca giornalistica. Ricordo che quando fui inviata in Iraq dopo l'invasione americana, scrissi la storia di alcune ragazzine, di come non potevano più andare a scuola, perché il clima di sicurezza si era deteriorato. Quella fu una delle mie storie da prima pagina che ottennero un'attenzione enorme e penso che in parte fosse a causa del potere dei dettagli personali: raccontava la storia di queste ragazzine e delle loro famiglie che erano molto felici che Saddam Hussein se ne fosse andato, ma che in cambio avevano perso la loro sicurezza fondamentale. Credo che questo si sia trasferito nella mia scrittura e credo di aver scelto il genere del memoir perché dà la possibilità di raccontare e in più spiegare concetti politici complessi da capire, specialmente per chi non è un esperto o uno specialista.

2. Ci sono degli autori che l’hanno influenzata in modo particolare o per lei, perennemente in viaggio per scelte di vita e per lavoro, è stato naturale cimentarsi con il reportage narrativo?

Quando ho iniziato a scrivere Lipstick Jihad, ero ancora una studentessa e una giornalista e non avevo ancora intrapreso la strada del memoir. Sono stata molto influenzata da due libri in particolare, due scrittori. Uno naturalmente è Kapuscinski, l'autore di Shah-in-Shah, forse il resoconto giornalistico definitivo sulla rivoluzione iraniana, ma raccontato in istantanee, attraverso pagine brevi, quasi come una serie di scene che documentano il dispiegarsi della rivoluzione con un occhio per la storia individuale, scritto in modo estremamente evocativo e intenso. Mi è stato di grande ispirazione perché a volte credo che nei paesi dove la gente attraversa esperienze terribili, forme di narrativa più asciutte non siano sufficienti per trasmettere la dimensione della sofferenza che la gente attraversa o il dramma che entra nella loro vita quotidiana. Poi c'è The mantle of the prophet, un libro accademico scritto in parte da Roy Mottahedeh: è la storia di un giovane ecclesiastico che visse a Qom durante la rivoluzione, e del suo cammino da seminarista a sacerdote, e credo che più di ogni altro libro di storia, della storia iraniana nel ventesimo secolo, catturi il processo intellettuale, politico ed emotivo che hanno attraversato gli iraniani assistendo alla caduta degli scià e l'emergere di Khomeini. Questi due scrittori mi hanno molto influenzato.

3. Non ha mai pensato che il libro, in virtù del maggiore spazio che offre all’autore e alla dimensione più raccolta che propone al lettore, stia arrivando sempre di più a sostituire la stampa periodica nel ruolo di diffondere le notizie in modo obbiettivo e approfondito?

C'è stata una cosa che mi ha molto toccato quando iniziai a girare l'America dopo la pubblicazione di Lipstick Jihad. Molti americani vennero a parlarmi di quanto fossero confusi sull'Iran nell'ultimo decennio o negli ultimi due, a seconda della loro età, e mi dissero quanto il mio libro avesse abbattuto pregiudizi e idee sbagliate sull'Iran, e me lo dicevano adolescenti, casalinghe e persone che ero certa non leggessero le
pagine di cronaca estera dei loro quotidiani, ma me lo dissero anche i lettori abituali di notizie estere che forse non avevano sentito una connessione umana con gli iraniani. Credo che questa sia la mia massima aspirazione, nello scrivere questo tipo di memoir, che naturalmente mette insieme il racconto personale con il background politico e sociale dell'Iran. Credo che ogni giornalista sia frustrato dal limite di dover scrivere in uno stile adatto ad un quotidiano, che racconta le notizie e si mantiene al di fuori della storia. Come iraniana è difficile restare fuori dalla storia quando i tuoi amici e parenti stanno vivendo le notizie sulla propria pelle, quindi è questa la mia speranza, quello che cerco di ottenere è la capacità di fornire una sorta di panorama più profondo per le persone che altrimenti forse seguirebbero le notizie sull'Iran ma non intimamente.

4. In Viaggio di nozze a Teheran ha raccontato come il regime di sanzioni che grava sull’Iran sia pagato dal popolo, e non certo dall’attuale governo fondamentalista. Con il tramonto dell’amministrazione Bush e l’avvento di Obama le è sembrato di cogliere dei segni di mutamento nelle politiche di ingerenza statunitensi in Medio Oriente?

È molto presto per dire se l'amministrazione di Obama si distaccherà in modo significativo dalle politiche dell'amministrazione Bush nei confronti dell'Iran. Ci sono segnali importanti che suggeriscono di sì, ci sono state nomine alla Casa Bianca e nello staff che suggeriscono che stia coinvolgendo esperti bene informati e dalla mentalità aperta per trattare con l'Iran, d'altra parte però gli Stati Uniti si trovano di fronte ad una posizione di negoziato molto complicata: l'Iran è quasi una potenza nucleare con un’enorme influenza sull'Iraq e l'Afghanistan, e in una certa misura gli Stati Uniti dovranno tenere una posizione molto dura per sedersi al tavolo dei negoziati, quindi è difficile dire quanto di quel che sta uscendo da Washington sia quel tipo di negoziato retorico da realpolitik, se ci sia stata una riconsiderazione fondamentale dell'Iran, di che tipo di minaccia si tratti. Credo che sia presto per dirlo, in questo momento.

5. Spesso, nel suo libro, si osserva come in Iran la depressione economica abbia contribuito in modo decisivo a spianare la strada alla politica di repressione e intolleranza del governo Ahmadinejad. Non teme che, in un clima di crisi come quello attuale, anche in Europa o negli Stati Uniti possano vacillare le garanzie offerte ai cittadini in una democrazia?


Sebbene in Iran la cattiva economia e il basso tenore di vita siano critici per il popolo, per certi giochi di potere e per la repressione politica dei dissidenti, credo che il modo in cui il governo iraniano sta affrontando la crisi economica in termini di misure restrittive politiche sia piuttosto unico nel suo genere. Non lo vedrei come un insieme di problemi che possono essere generalizzati e confrontati con quelli di altri paesi dell'occidente. Anche loro stanno attraversando una crisi economica molto significativa, ma il problema in Iran è che il governo non capisce che non ha una risposta significativa economica per i problemi della gente, e per lo stato dell'economia, e in Iran il progresso economico è molto legato alla politica, ad esempio finché l'Iran non rivede le sue posizioni ad esempio su Israele, probabilmente non sarà in grado di unirsi al WTO, l'organizzazione mondiale del commercio, per avere legami economici significativi con l'Europa e il resto del mondo, escludendo ad esempio la Cina. In questo senso in Iran si tratta di una serie di problemi correlati tra loro molto specifici e contorti, mentre in occidente credo che i governi abbiano gli strumenti per affrontare la crisi economica e possano isolare il
problema. Certo, anche loro sono politicizzati, ma non quanto l'Iran. Credo che l'Iran debba prima fare i conti con la sua identità politica e poi con l'economia. È molto difficile gestire le due cose allo stesso tempo.

6. Dopo il G8 de L’Aquila, ma proprio mentre le violenze contro i manifestanti iraniani in madrepatria si facevano più intensi, il Ministero degli Esteri di Teheran ha protestato formalmente con il governo italiano per il modo in cui la polizia ha represso le manifestazioni di protesta, dimostrando il modo ipocrita con cui l’Occidente gestisce la tematica dei diritti umani. Lei come giudica questa diatriba diplomatica?

Non mi sorprenderebbe sentire che il ministro degli esteri iraniano o qualsiasi altro ufficiale iraniano vuole dare lezioni all'occidente su come si trattano i cittadini, mentre sappiamo che il governo iraniano sta frenando il dissenso e picchiando i manifestanti in casa propria. È un comportamento piuttosto comune per il governo iraniano, ignorare quello che succede nel proprio orticello e accusare l'occidente di usare due pesi e due misure. Certo è incredibilmente ironico che un ufficiale iraniano voglia insegnare a un paese straniero ad affrontare le manifestazioni pacifiche quando lui stesso manda poliziotti in borghese a sparare sulla folla di civili com’è avvenuto nel corso degli ultimi due mesi, ma sfortunatamente è un'abitudine del governo iraniano quello di scagliarsi sull'occidente per ignorare i suoi problemi interni.

7. Tra i protagonisti di Viaggio di nozze a Teheran c’è l’inquietante figura di “Mr X”: un agente dei servizi segreti che controlla la sua attività di reporter in modo ossessivo. Dopo le ultime elezioni e la protesta popolare che ha scosso l’Iran, il tema dei servizi segreti è tornato all’ordine del giorno insieme al volto insanguinato di Neda Agha Soltan. In Italia, su alcuni giornali, si è ventilata l’ipotesi che la manifestante non sia stata affatto uccisa dalla polizia iraniana ma che la sua morte sia solo una messa in scena organizzata dall’intelligence degli Stati Uniti o da una fazione interna avversa ad Ahmadinejad. Lei cosa ne pensa di una simile possibilità?

Credo che l'idea che è stata esposta da alcuni opinionisti e pubblicazioni d'occidente, che Neda Agha Soltan sia stata forse assassinata da una fazione interna avversa ad Ahmadinejad o forse persino istigata dagli Stati Uniti o qualche altro potere occidentale che cospira contro l'Iran sia abbastanza grottesca. Trovo molto spiacevole che in occidente ci siano persone che pur partendo da posizioni di sinistra restano cieche nelle loro abitudini liberali, nel loro modo di guardare il mondo e quel che succede in posti come l'Iran. Molto spesso la loro analisi e le loro affermazioni finiscono per assomigliare a quel che stanno dicendo le file più dure del governo iraniano. Ci sono state tantissime persone, giovani, manifestanti disarmati, civili, semplici astanti che sono stati assassinati nel corso della protesta nelle ultime settimane, Neda Agha Soltan forse è stata solo la più fotogenica e l'unica ad essere filmata, ma lei non rappresenta un incidente isolato e credo che sia davvero molto ingenuo immaginare o proporre una visione della situazione che fa sembrare il governo iraniano completamente innocente e vittima di una qualche cospirazione. Credo che sia davvero il fallimento del liberalismo occidentale quando accadono queste cose spiacevoli, avanzare una sorta di analisi indipendente che insulta gli iraniani che devono effettivamente sopportare questo genere di brutalità.

8. Ha descritto se stessa come una “sciita secolare”, auspicando l’avvento di un modo di vivere la fede più privato, in grado di salvaguardare le identità locali senza prestare il fianco ai fondamentalismi e alle ingerenze dello Stato. Nei duri scontri in corso in Iran attualmente, quale spazio si sta conquistando questa prospettiva?

Da fuori potrebbe sembrare che i terribili conflitti in Iran esplosi nell'ambito di questa protesta elettorale e la repressione degli ultimi trent'anni e in particolare gli ultimi quattro nel nome dell'Islam, si può pensare che tutto questo abbia precluso lo sviluppo di identità religiose individuali, quelle di chi pratica la propria fede, nella propria casa, senza imporla sugli altri, arrivando a considerare la religione come un'esperienza privata da vivere entro le mura domestiche. Credo che per molti iraniani questo tipo di repressione nel nome dell'Islam abbia invece solo rafforzato l'individualità della religione. Sono sicura che ci sia un'esigua maggioranza di iraniani che finiranno per subire il lavaggio del cervello da parte dello stato, credo che sia inevitabile, e ce ne sono molti che sono diventati più religiosi per abitudine perché è diventata la lingua corrente in pubblico e credo che sia qualcosa che si può dare per scontata. Credo che nella protesta a cui stiamo assistendo, se si chiedesse a molti iraniani che stanno protestando per le elezioni: «Credete nella separazione tra religione e stato?», risponderebbero un fragoroso «Sì», eppure protestano inneggiando Allah Akhbar sui tetti delle case. Questo può sembrare contraddittorio, ma credo che accada soprattutto per abitudine, è la lingua permessa per l'espressione del dissenso in Iran e non indica necessariamente che la gente e la società non abbiano compreso l’importanza di una religione privata, perché credo che la gente abbia toccato con mano quanto la vita può diventare sgradevole quando le persone si controllano l'un l'altra come poliziotti e tutti ispezionano i fatti altrui riproducendo il fondamentalismo del governo nei loro quartieri, nelle loro case. Credo quindi che l'esperienza di vivere sotto questo tipo di governo fondamentalista, a lungo andare, e già adesso, sarà di grande aiuto a creare un atteggiamento più moderno verso l'Islam in Iran.

(Intervista di Cristiano Armati per NewtonCompton.com)



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