I libri, i reading, le poesie e gli articoli di (e su) Cristiano Armati

Focene è un borgo di villette basse costruite nel territorio del comune di Fiumicino lungo un viale schiacciato tra il recinto dell’aeroporto e il mare. Ci vivono poco meno di tremila persone che, come tutti gli abitanti del litorale laziale, conservano la memoria dei tempi in cui la spiaggia non serviva a piantare ombrelloni o ad aprire sedie sdraio ma, per il semplice fatto di trovarsi lontano dal centro, favoriva gli insediamenti abusivi e l’edilizia popolare.
Negli anni Sessanta, quando ne La dolce vita Marcello Mastroianni porta la bella attrice americana al mare, viene a Focene e, sulla pellicola di Fellini, restano impressionate scene di povertà e disagio: lontano dalla scintillante via Veneto, la faccia più vera della capitale.
In anni più recenti, rispetto a Ostia o a Fregene, le altre spiagge di Roma, Focene è restata una zona meno mondana e più popolare. Lentamente, però, accanto al traffico dei pendolari che scendono in città per lavorare, la frazione di Fiumicino ha iniziato timidamente a popolarsi di vetture che, sul portapacchi, ostentano colorate tavole da surf. Da quel momento, soprattutto d’estate, la spiaggia di Focene è diventata più bella e viva di quanto si possa immaginare: flutti da cavalcare durante il giorno e, dopo il tramonto, la musica reggae per ballare.
«Good Vibrations» e «Peace & Love»: potrebbero essere questi gli slogan della serata nella dance hall naturale allestita sulla spiaggia gestita dal “Buena Onda”; senz’altro espressioni che suonano familiari alle orecchie di Renato Biagetti: ventisei anni, laureato da poco ma, almeno per il momento, più interessato a lavorare come tecnico del suono che in qualche branca dell’ingegneria. Il futuro, in fondo, può aspettare… altrimenti che futuro è?
Il presente di Renato – residente nella zona di Grotta Perfetta – è già ricco per conto suo: la passione per il calcio; la frequenza quasi quotidiana del centro sociale Acrobax nato nell’ex cinodromo di Ponte Marconi; il supporto alle iniziative che utilizzano la musica per dire no al razzismo, no al sessismo, no alla guerra, no all’omofobia; l’amore per Laura, la sua fidanzata, e l’amicizia con un numero enorme di “fratelli” e “sorelle” ma, in modo particolare, con Paolo, un ragazzo che Renato conosce da una vita.
Il 27 agosto del 2006, quando Renato, Laura e Paolo prendono la macchina per andare a ballare al Buena Onda ci sono tutti i presupposti per passare insieme una bellissima serata. Il caldo torrido di Roma fa presto a impastarsi nella brezza marina e a sciogliersi insieme a una birra nelle reminiscenze afrogiamaicane del dub e del reggae. Il tempo, sospinto da un ritmo ispirato dai battiti del cuore, vola più in alto dei gabbiani e, quando torna a toccare terra, non è più nemmeno notte visto che l’orologio segna le cinque del mattino.
È facile immaginare i tre ragazzi mentre si preparano a tornare a casa: sembra quasi di sentire le loro battute, le loro risate. Il più allegro di tutti, probabilmente, sarà proprio Renato. Tutti quelli che lo conoscono, facendo mente locale, se lo ricordano sempre con il sorriso sulle labbra e mai incazzato.
Imboccato il viottolo che, dalla spiaggia, riporta alla strada principale, Renato e Paolo si mettono un momento seduti su un muretto mentre Laura recupera la macchina. Immediatamente, però, un’altra vettura si affianca ai ragazzi. La guidano due ragazzotti con la voce grossa: «È finita la festà, sì?!», urlano.
La loro, ovviamente, non è una domanda ma una provocazione: «Allora che cazzo state a fa’ qui? Andatevene a Roma! Merde!».
È così che comincia l’aggressione. Il posto dove colpire non è stato scelto a caso. Lo dicono tutti a Focene che al Buena Onda ci vanno le zecche. Renato e Paolo tentano di impedire ai due di uscire dalla macchina ma non ci riescono e gli aggressori, non appena aprono gli sportelli, hanno già il coltello tra le mani. Paolo viene colpito e anche Laura, quando cerca di intervenire, è presa a pugni. Il più grave di tutti, però, è Renato, anche se lui, quando i vigliacchi che l’hanno aggredito scappano, ha ancora la forza di parlare. Con l’energia che gli è rimasta dice a Paolo e Laura di sentirsi bene, che non c’è bisogno di preoccuparsi, piangere, stare male…
Anche un carabiniere si presenta al capezzale di Renato. Confabula con il ragazzo qualche minuto, quanto basta per raccogliere la deposizione del ferito…
Poi Renato non riesce più a parlare. Il viso dei sanitari che entrano ed escono dalla sala operatoria si fa scuro e a mezzogiorno la notizia diventa ufficiale. Forse alle cure di Renato non è stata dedicata la giusta emergenza – i suoi compagni punteranno il dito contro il ricovero e parleranno di «ritardi inaccettabili» - ma ormai quel ragazzo sempre allegro è morto, non c’è niente da fare.
* * *
Mentre Renato veniva accoltellato sulla spiaggia, diversi testimoni vedono i ragazzi che infieriscono con i coltelli e, quando gli aggressori scappano con la macchina, annotano il numero di targa e il modello della vettura.
Stranamente questi riferimenti non consentono affatto ai carabinieri di mettere immediatamente le mani sugli assassini così gli aggressori riescono a far perdere le loro tracce risultando irreperibili per almeno tre giorni.
Nell’attesa che venga chiarita l’identità di chi ha ucciso Renato, diversi giornalisti iniziano a scrivere di quanto è accaduto mandando in stampa articoli pieni di “certezze” ma avari di riflessioni approfondite oltre che di dubbi.
La morte di Renato, secondo la maggior parte dei giornalisti (si distingue, tra gli altri, Checchino Antonino di «Liberazione»), sarebbe soltanto il tragico epilogo di una rissa. Un episodio di violenza imputabile alla testa calda dei protagonisti o agli scoppi d’ira a cui, com’è noto, possono essere soggette le persone drogate o ubriache…
Le voci dei testimoni, a cominciare da Paolo e Laura, non vengono ascoltate. Quando, dopo settantadue ore di latitanza, i colpevoli vengono finalmente arrestati, il sindaco Walter Veltroni riesce a complimentarsi con le forze dell’ordine per la velocità (!) con cui i responsabili della morte di Renato sono stati intercettati limitandosi a condannare genericamente la “violenza” come se questa non fosse affatto, in questo come in altri casi, politicamente connotata.
Persino dopo l’arresto dei ragazzi che hanno accoltellato Renato, sono davvero pochi quelli che si prendono la briga di sottolineare che, per parlare di rissa, è necessario che tutte le parti coinvolte partecipino attivamente alla colluttazione.
A Focene, invece, le cose sono andate in modo completamente diverso: da una parte ci sono dei ragazzi pacifici che non disturbano nessuno, dall’altra due facinorosi che si presentano davanti al Buena Onda armati di coltello. Come si fa a sostenere che è stata una “rissa” ad uccidere Renato? E come si fa a misconoscere la
L’assassino, nella fattispecie, è il diciannovenne Vittorio Emiliani e a Focene lo conoscono tutti visto che è proprio qui che è cresciuto. Quando è stato portato nella caserma di Ostia è scoppiato a piangere. Insieme al suo complice – ancora minorenne e quindi chiamato dai giornalisti solo con nomi di fantasia – ha confessato agli inquirenti: «Non sapevamo di aver ucciso un uomo, l’abbiamo letto sui giornali».
Emiliani ha ucciso, eppure avere un morto sulla coscienza non basta a fargli ammettere le colpe di cui si è macchiato: «C’è stata la lite, questo lo ricordiamo, ci siamo anche picchiati, ma non ricordiamo della coltellata che ha ucciso il ragazzo».
I carabinieri non insistono e mettono a verbale le di
[…] L’arma del delitto, su indicazione dello stesso Vittorio Emiliani, viene ritrovato seppellita nei giardinetti di Focene. Secondo alcuni testimoni, anche il ragazzo minorenne che era con Emiliani ha partecipato all’aggressione armato di coltello. Questa seconda arma, però, non è mai stata ritrovata. E anche i tre giorni di latitanza degli imputati restano piuttosto oscuri quando si prova a ricostruire l’esatto svolgimento dei fatti. Una mancanza di chiarezza che i più malfidati attribuiscono a un particolare non esattamente irrilevante: a svolgere le indagini non è un corpo di polizia qualunque ma la stessa caserma in cui il signor Giulio Emiliani, padre di Vittorio, presta servizio come brigadiere.
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Il caso di Renato Biagetti è particolarmente tragico ma tutt’altro che isolato. La rete dei centri sociali romani e le associazioni democratiche della capitale si mobilitano al grido di «Verità per Renato». L’Acrobax, a sole quarantotto ore dalla morte del compagno, emette un comunicato nel tentativo di arginare la dis
Non si è trattato di una rissa tra balordi all’uscita di una delle discoteche del litorale ma di uno dei tanti episodi che si iscrive dentro un clima sociale, politico e culturale determinato dalle destre in Italia. Non sappiamo chi sono questi delinquenti ma queste pratiche ci ricordano da vicino le tante aggressioni agli spazi sociali e alle persone che li attraversano che si sono ripetute a Roma e altrove.
La croce celtica tatuata sul braccio di Emiliani, arrestato il giorno dopo l’emissione del comunicato, dimostrerà che gli amici di Renato hanno ragione. E anche quando l’Acrobax sostiene che la morte di Emiliano è soltanto «uno dei tanti episodi che si iscrive dentro un clima sociale, politico e culturale determinato dalle destre», l’affermazione può essere sostenuta da dati reali. Un dossier compilato per l’occasione, infatti, raccoglie
* * *
[…]Diluite negli spazi in genere riservati a reati come furti e rapine, le
tipo di attitudine che, all’ennesima potenza, esplode nel corso del processo agli assassini di Renato: l’attitudine a negare, insieme alle idee, anche la dignità della vittima. Perché morire nel corso di una rissa tra balordi non è assolutamente uguale a essere uccisi in virtù di un’aggressione subita a causa
della propria differenza morale ed esistenziale.
Eppure, da questo punto di vista, neppure il processo ha reso giustizia alla dinamica dei fatti di Focene. In primo grado Vittorio Emiliani è stato riconosciuto colpevole di omicidio volontario e condannato alla pena di quindici anni e otto mesi di reclusione. Nelle motivazioni della sentenza, però, riaffiora lo spettro della «rissa tra balordi» senza alcuna allusione alla matrice politica dell’agguato: degno corollario di un dibattimento in cui gli osservatori non hanno potuto fare a meno di sottolineare alcune circostanze a dir poco strane. La deposizione che, poco prima di morire, Renato rende al carabiniere arrivato a sentirlo all’ospedale Grassi, per esempio, non venne verbalizzata dal militare: come mai?
Si tratta di una dimenticanza o anche questa singolare perdita di memoria è di natura, per così dire, “sociale”?
Perché negli ultimi dieci anni, sembra quasi che condannare la violenza fascista sia diventato politicamente scorretto: un atto capace di far entrare in crisi le ragnatele di un sistema parlamentare che si presenta come moderato quando ha bisogno di conquistare i voti del ceto medio ma che poi, quando si tratta di aggregare la rabbia e il disagio di fasce sempre più ampie di popolazione, è costretto a cedere agli alleati di estrema destra la possibilità di farsi portatori di valori distorti e pericolosi, dalle manie xenofobe all’esaltazione dell’etica dell’attacco fisico che “il guerriero” porta al nemico e al diverso. Finché questa sorta di tacito accordo “regge”, i centri sociali vengono assaltati a colpi di molotov, i “capelloni” picchiati per strada, i gay insultati e aggrediti, i campi rom bruciati, gli attivisti di partiti e organizzazioni di sinistra sprangati, le donne molestate e i luoghi della memoria antifascista profanati.
Il tutto è ampiamente sottovalutato in quanto soltanto tragedie come quella di Renato riescono, per un attimo, a rompere la malcelata regola del silenzio che regola il trattamento della violenza politica… salvo arrivare a negare, anche parlando di ciò che è successo a Focene, la matrice culturalmente destrorsa dell’agguato riconducendo il tutto alla solita «rissa tra balordi»; come dire: la vittima avrebbe fatto meglio a starsene a casa anziché fare le cinque in discoteca!
Non c’è dubbio che un simile modo di pensare sortisca l’effetto di tranquillizzare l’opinione pubblica. Ma i familiari di Biagetti, insieme a tutti i soggetti che hanno dato vita all’associazione che porta il nome del giovane tecnico del suono, non è la “tranquillità” ma la «verità per Renato» quello che chiedono. Per questo, partecipando a manifestazioni, organizzando feste o gestendo il blog http://veritaperrenato.noblogs.org, «non è stata una rissa, è stata un’aggressione» è la cosa che, con più forza, continuano a ripetere gli amici e i compagni di Renato.
(Cristiano Armati, tratto da "Cuori rossi", Newton Compton 2009)


Roma Noir (Newton Compton) è una raccolta di racconti noir ambientati a Roma, protagonisti personaggi marginali e emarginati confrontati con vite dure dove i protagonisti più che vivere sopravvivono. Personaggi minimali, le cui vicende dure e oscure nel caso migliore avranno forse due righe sui giornali, tra loro spiccano Anagnina, circense che quando è troppo cresciuta per fare la contorsionista potrà solo vendere il suo corpo, Cammillo, mostruoso ragazzo lupo evitato da tutti che solo dopo morto troverà qualcuno che prova pietà umana nei suoi confronti, Carlo, che prova a redimersi da un passato con l’aiuto dello zio, ma nemmeno la paternità riuscirà a tenere lontano dalla droga che gli sarà fatale, Pamela prostituta con gli occhi verdi e le treccine colorate, Johnny pappone buono che ama l’anziana madre e che offre anche personalmente i suoi servigi. Un linguaggio efficace, crudo che vi catturerà all’interno della periferia romana.
Qualche domanda a Cristiano Armati, giornalista free lance romano, autore di Roma Criminale, Italia Criminale e Cuori Rossi, tutti per Newton Compton.
Una Roma insolita, sconosciuta ai più che affiora nelle cronache dei quotidiani solo in occasione di fatti efferati. Perché hai scelto questa ambientazione?
Posso dire che, dal punto della location, Roma noir è un libro che ha scelto da solo la sua ambientazione. Io, anno dopo anno, mi sono limitato a vivere le storie che ho raccolto e quindi a trasformarle in racconti. A tenere insieme tutto il materiale, due fili conduttori: un’idea di noir molto più vicina a quella che ha animato i padri fondatori del genere (un nome su tutti: Guy de Maupassant) rispetto all’odierna tendenza al poliziesco (alle storie di guardie ho sempre preferito quelle di ladri); e uno sguardo che ha tratto la sua ispirazione dalla vita reale, quella che si vive sulla strada.
C’è qualche personaggio reale o sono stereotipi?
I personaggi che racconto sono veri come i quartieri in cui vivono, i lavori che svolgono, gli amori che li attraversano. In fase di scrittura, ovviamente, è stato necessario modificare i loro nomi e, in alcuni casi, inventare dei luoghi in cui farli agire perché non è certo possibile mandare in libreria una raccolta di racconti che svela i nomi dei protagonisti dello spaccio in un determinato quartiere o le tecniche di eliminazione dei corpi delle persone rapite nel corso della trascorsa stagione dei sequestri. Ma si tratta di accorgimenti che non inficiano la realtà della narrazione.
Come ti sei documentato, da inchieste giornalistiche o da tuoi personali sopraluoghi?
Il mio motto è “prima vivere, poi scrivere”. Quindi è stato così che mi sono documentato: vivendo.
Le donne o sono prostitute o personaggi passivi quasi sempre legati alla sessualità. Perché le descrivi in modo così negativo?
Si tratta di una sensazione che capisco ma che ha delle ragioni di ordine sociale. Intanto la stessa ambientazione del libro: la periferia romana, per certi versi, eredita un contesto all’interno del quale il maschile e il femminile rappresentano ancora universi differenti e non mondi completamente omogenei rispetto alle scelte e alle possibilità. Poi c’è un altro discorso: Roma noir è un lavoro fondamentalmente dedicato alla discriminazione economica. E la discriminazione economica, a livello materiale, non è nient’altro che il luogo in cui la discriminazione sessuale trova la sua origine e la sua possibilità di riprodursi e diffondersi. Direi che è per questo che, in alcuni racconti, le donne di Roma noir possono apparire così.
C’è una possibilità di riscatto per questi personaggi o le loro vite vanno bene così?
Si tratta di una domanda difficile. Per quanto mi riguarda non può esserci riscatto se non c’è amore, di conseguenza non me la sento proprio di condannare le vite dei personaggi di cui parlo: come si può auspicare un riscatto se si è al sicuro dentro una torre d’avorio fatta di disprezzo o, peggio, di spocchia intellettuale? Io amo le mie periferie, i luoghi in cui sono nato e cresciuto, fatti anche di degrado, di spazzatura non raccolta dal comune, di servizi erogati in misura infima rispetto a quanto viene predisposto per il centro eppure sempre in grado di alimentare al loro interno una voglia di vivere e di lottare che dà la misura di un’umanità ancora non omologata e capace di slanci di ribellione e generosità addirittura commoventi.
Raccontaci la tua Roma …
La mia Roma è un luogo in cui per arrivare in centro occorrono venti fermate di metropolitana o un ora e mezza di autobus. Nella mia Roma i servizi sociali non esistono e vengono sostituiti dalla solidarietà di vicinato. Qui, i mestieri a disposizione di chi vuole emergere, comprendono lo spaccio o la rapina a mano armata. La lingua che si parla è lontana dall’italiano insegnato a scuola, che infatti viene dimenticato in fretta, mentre i valori diffusi – il coraggio e l’amicizia su tutti – sono sottoposti al fuoco incrociato della televisione e degli hard-discount. All’interno della mia Roma si agita un fuoco di resistenza indomabile anche se, quando si tratta di prendere la penna e dare una rappresentazione della periferia, tutto ciò che i giornalisti, gli scrittori e gli intellettuali riescono a fare è parlare di violenza bestiale o sfornare l’ennesima macchietta di coatto in grado di far ridere senza mai spingere a pensare.
(Intervista di Ambretta Sampietro - Milanonera.com)
Azadeh Moaveni è giornalista e scrittrice. Cittadina americana cresciuta in Iran, è un’esperta di Medio Oriente, ed è una delle poche corrispondenti americane a collaborare in maniera continuativa dal 1999 con l’Iran; scrive sui diritti delle donne, le culture giovanili e le riforme islamiche per «Time», «The New York Times» e «The Washington Post». In Italia è editorialista di «Internazionale». Ha pubblicato Lipstick Jihad, Viaggio di nozze a Theran, ed è co-autrice con il Premio Nobel per la pace Shirin Ebadi di Iran Awakening. Parla correttamente sia il Farsi che l’arabo e attualmente vive con i sui figli a Londra. Il suo sito è www.azadeh.info.