lunedì, 30 novembre 2009

Italia criminale. Storia di un solista

"La latitanza di un bandito è appesa ai dettagli: armi sempre perfettamente oliate, vie di fuga preparate per tempo, automobili in perfette condizioni... La sera del 2 settembre 1965, a Parigi, uno di questi dettagli salta. La Simca su cui viaggia Luciano è a corto di benzina. Un problema da niente solo in apparenza perché finché si resta in movimento si è relativamente al sicuro ma, fermi in una stazione di servizio, si fa presto a diventare un bersaglio".

Italia criminaleIn una libreria di Verona, lo scorso marzo, ho trovato una piccola enciclopedia sulla malavita italiana del secondo dopoguerra. Italia criminale è il titolo del testo di Cristiano Armati. Dentro ci sono vita, morte e malefatte di chi ha fornito anima e fuoco all’Italia stordita e violenta tra gli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Ottanta. Tre sedicesimi fotografici in bianco e nero ritraggono l’ascesa, fatta di soldi e notorietà, e la caduta di gente tosta, imbastardita dalla guerra e dallo sgretolamento, una dietro l’altra, di ideologie buone soltanto a mascherare gli interessi della politica. La strada della criminalità, delle armi è scelta da personaggi come Salvatore Giuliano, Ugo Ciappina, Paolo Casaroli, Pietro Cavallero, Sante Notarnicola, Horst Fantazzini, i marsigliesi, Renato Vallanzasca, Angelo Epaminonda, Valerio Viccei, Felice Maniero, Domenico Gargano. Uomini di sangue misto, criminali nelle cui vene si accavallano disperazione, fame di denaro, inclinazione alla sovversione, all’anarchia, al disordine. A pagina 88, capitolo IV, entra in scena il Solista del mitra, Luciano Lutring, milanese classe 1937, una vita spesa tra quadri e poesie, rapine e mitra, belle donne e lunghe penitenze dietro le sbarre.

"Senza legami con nessuno, Luciano Lutring lascia la casa di Yvonne e si muove verso il centro alla ricerca di un albergo. Quando lo trova, scopre che le parole «the lucky for me» che porta incise sopra al braccio significano ancora qualcosa. Il padrone dell’albergo, infatti, è un appassionato di pittura e mette a disposizione di Luciano una mansarda con vista su Milano, dove il Solista può riprendere in mano i pennelli dipingendo scorci di una città che non tutti possono ammirare".

(Rocco Bellantone - Scrivolibero.blogspot.com)
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giovedì, 26 novembre 2009

Festival delle letterature dell'Abruzzo: Armati a Pescara

DOMENICA 29 SETTEMBRE - ore 19 e 30

Museo Vittoria Colonna - Pescara

Cristiano Armati presenta ROMA NOIR


Festival delle letterature dell
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martedì, 24 novembre 2009

Qui Belfast

GIOVEDì 26 NOVEMBRE - ore 18

CS 26 - Via dei Volsci 26 (San Lorenzo - Roma)

Cristiano Armati presenta con l'autrice

QUI BELFAST
20 anni di cronache dall'Irlanda di Bobby Sands e Pat Finucane


Qui Belfast
Qui Belfast è una raccolta di articoli, pubblicati nel corso di vent’anni, con cui Silvia Calamati, oggi collaboratrice di RAI News 24, cerca di aprire ancora una volta una breccia nel muro di omertà e connivenze costruito attorno al conflitto nord-irlandese: una censura il cui prezzo più alto è stato pagato da migliaia di cittadini innocenti. Girando in lungo e in largo le sei contee nord-irlandesi la giornalista ha raccolto le voci di gente comune, ma anche di personalità di spicco del mondo politico e culturale e religioso. Ha inoltre seguito il difficile processo politico che ha portato, dagli inizi degli anni Ottanta, alla firma dello storico “Accordo del venerdì santo” dell’aprile 1998. Nonostante tale accordo non si è ancora giunti a una “pace con giustizia” in Irlanda del Nord. Oggi il tentativo di far affievolire in tempi brevissimi una memoria storica di un conflitto in cui Londra ha avuto pesantissime responsabilità si scontra con il pressante bisogno di portare alla luce la verità su quel che è accaduto, così come richiesto dai familiari delle vittime, dai più prestigiosi organismi internazionali per i diritti umani e da giornalisti indipendenti (come Brian Feeney, del quotidiano The Irish News di Belfast, o Roy Greenslade, del londinese The Guardian), i cui articoli sono riportati in questo libro.
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categorie: segnalazioni
lunedì, 16 novembre 2009

Con Alessio Spataro per il diritto alla satira senza se e senza ma

La MinistronzaSiamo alle solite. Il disegnatore satirico Alessio Spataro dà alle stampe il fumetto "La Ministronza", dedicato al nuovo ministro della gioventù, Giorgia Meloni (alias "Giorgia Mecojoni" nell'opera di Spataro), e si scatena una polemica che - da Rosy Bindi fino a Gianfranco Fini - ha visto tutto l'arco parlamentare unito - nemmeno si discutesse di aumentare lo stipendio dei politici! - nel condannare fermamente la "volgarità" dell'artista catanese...
Ora si potrebbe discutere sullo strano concetto di volgarità dei nostri parlamentari, che si indignano per il livore con cui Spataro ha ritratto la Meloni (senza risparmiare alla ministra neppure esperienze di coprofagia) ma non hanno nulla da dire quando la stessa si abbandona all'elogio della visita a Predappio: luogo in cui, insieme a Benito Mussolini, riposa anche la condanna della Repubblica Italiana a ogni forma passata, presente e futura di fascismo.
L'opinione dei parlamentari, in ogni caso, non giunge certo inaspettata. Troppo note, infatti, sono le doti di ipocrita perbenismo che permeano l'arco costituzionale (e si ricordi sempre che la Costituzione proibisce il fascismo e non certo la libertà d'espressione!). Allo stesso modo, che fior fior di giornalisti - pronti a inneggiare alla libertà di stampa solo se le loro laute prebende vengono messe in discussione - non abbiano trovato necessario difendere il punto di vista di Spataro è una notizia non certo originale. Ma che, alla resa dei conti, persino "Il Manifesto" e "Liberazione" si adeguino al clima di caccia alle streghe - o di "caccia a Spataro" - che sta aleggiando sul Paese... beh... questo è molto grave. Entrambe le testate hanno con questa mossa perso due occasioni. Una per stare zitte. E l'altra per offrire la propria solidarietà.
Che altro dire?
BerluscoitiA giorni sarà in libreria "Berluscoiti. Del maiale non si butta via niente" (Castelvecchi), nuovo libro di Alessio Spataro dedicato alle avventure dell'attuale presidente del Consiglio. La sinistra reale, intanto, è completamente sola. Bisognerà tenerne conto, sia per continuare a scrivere o disegnare in piena autonomia e libertà, sia per continuare a lottare e a sognare.



CON ALESSIO SPATARO PER IL DIRITTO ALLA SATIRA
SENZA SE E SENZA MA


*

Una nota di Francesco "Baro" Barilli su
"La Ministronza, i quotidiani di sinistra e il caso Spataro":


"Il Manifesto" - 12 novembre 2009:

“… un florilegio di vignette di cattivo gusto che Alessio Spataro ha «dedicato» alla ministra della gioventù Giorgia Meloni - non solo non invoglia alla lettura ma offende. Le donne, sicuramente, intriso com'è di misoginia ma anche la politica (di destra e di sinistra) che da un bel po' si è liberata da quei cliché d'antan - cui evidentemente l'autore dell'«ironico» fumetto è ancora affezionato - che ancora invitano i «fascisti carogne a tornare nelle fogne». Non sappiamo dove e in che epoca abbia sinora vissuto Spataro. Di certo non al «manifesto» cui gli si attribuisce una collaborazione che non c'è mai stata … ”

"Liberazione" - 13 novembre 2009:

“E tuttavia - dovrebbe saperlo anche la satira - bisognerebbe non perdere mai di vista il confine oltre il quale la verve dissacratrice perde contatto con la realtà e rischia di diventare lesiva dell'altrui dignità, trasformandosi in disfida che ignora le persone reali, non in quanto ne produce la caricatura, ma perché ad esse sostituisce e sovrappone lo stereotipo ideologico. Inscrivendosi oltretutto in una cultura sessista. Questo sentiamo di dover dire sul fumetto con cui Alessio Spataro maltratta, molto oltre il lecito, la persona di Giorgia Meloni. E il fatto che quelle strisce non riescano proprio a muovere il riso è forse la miglior prova che esse sono il risultato di un sovraccarico che trascende la satira.”


Entrambi i pezzi non sono firmati. Quello su Liberazione è in prima pagina, quindi suppongo (ma potrei sbagliarmi) sia del direttore; su quello del Manifesto non azzardo ipotesi. Peraltro, dopotutto non conta molto se siano o meno firmati dai rispettivi direttori.
Ora, sia chiaro: Liberazione e Manifesto hanno tutto il diritto di scrivere una recensione sul fumetto di Alessio, anche solo scrivendo “questo libro fa cagare a spruzzo”. Legittimo. Magari leggendosi prima il libro (spero l’abbiano fatto, ma non ci metterei la mano sul fuoco). Ma gli articoli di cui qui ho postato qui sopra degli estratti non sono recensioni: sono solo qualcosa di cui non si sentiva il bisogno.
Quel che è in discussione, nel “caso Spataro-Meloni”, è: il disegnatore ha il diritto o no di esprimersi, in quanto artista satirico, anche attraverso l’esagerazione, la forzatura della realtà, persino la scurrilità (cosa, quest’ultima, di cui si nutre la satira da qualche secolo)?
La risposta dovrebbe essere chiara. Il fatto che io sia qui a ricordarla (a Liberazione e al Manifesto...) dimostra in che condizioni siano la società, il mondo dell'informazione e persino la sinistra.
Ripeto: in questo momento, di fronte al can can politico che si è sollevato, l'unica cosa decente da dire è affermare e difendere il diritto di espressione di Alessio. Se poi si vorrà criticarne il lavoro, recensendolo negativamente in quanto il prodotto può piacere o meno, è tutto un altro paio di maniche.

Giorgia Meloni
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domenica, 15 novembre 2009

Berluscoiti di Alessio Spataro

DALLA POLITICA DEL "FARE" ALLA POLITICA DEL "FARSELE"
IL VOLTO SEGRETO DI UN PREMIER AFFAMATO... NON SOLO DI POTERE!


Berluscoiti
Quando, nel 1994, Silvio Berlusconi annunciò alla nazione la sua volontà di «scendere in campo» per strappare l’Italia a un non meglio precisato complotto partitocratico, il fondatore del potente gruppo Mediaset, nonché padrone indiscusso della televisione, ottenne un immediato consenso presentando se stesso come uomo lontano dal «chiacchiericcio della politica» ma sempre pronto a «rimboccarsi le maniche» per regalare al Paese la stessa (seppur poco trasparente) fortuna che aveva arriso alle sue innumerevoli aziende e alla sua squadra di calcio.
Erano, questi, i tempi di «un milione di posti di lavoro» promessi agli elettori, conquistati dal «contratto con gli italiani» che il futuro Presidente del Consiglio avrebbe sottoscritto negli studi televisivi nel nome della «politica del fare». Da quel momento in poi, Silvio Berlusconi ha presieduto ben tre Governi ma, mentre l’Italia è sprofondata nella più grave crisi economica dell’ultimo mezzo secolo, regalando a tutto il mondo – grazie alle figure del suo leader – l’immagine di un popolo di pagliacci e veline, anche la tanto sbandierata praticità del Cavaliere ha finito per mostrare il suo vero volto. È stato così che Silvio Berlusconi, più che per «la politica del fare», è divenuto noto per «la politica del farsele», inaugurando una nuova stagione di scandali sessuali capaci di travolgere giornalisti, ministri e showgirl in una girandola di episodi esilaranti e disgustosi al tempo stesso. Gli stessi episodi che, con la consueta cattiveria, la matita di Alessio Spataro mette nero su bianco spiando i «berlus-coiti» del re di Arcore.

Un premier «affamato», sì. Ma non solo di potere!


ALESSIO SPATARO

(Catania, 1977) è uno dei protagonisti della scena satirica italiana. I suoi lavori sono comparsi sulle pagine di «Carta», «il manifesto», «Internazionale» e «Liberazione». Tra le sue pubblicazioni, i libri di vignette Cribbio (Edizioni Interculturali, 2004), Papa Nazingher (Purple Press, 2008) e il graphic novel Zona del silenzio (minimum fax, 2009), realizzato su testi di Checchino Antonini e dedicato al caso Aldrovandi. Il suo sito internet è on line all’indirizzo www.pazzia.org.

Berlusca presenta berluscoiti
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lunedì, 09 novembre 2009

Chi cammina sopra i corpi...

CHI CAMMINA SOPRA I CORPI...

Le vittime della repressione dello Stato
 da Carlo Giuliani a Stefano Cucchi. Quali analogie? Quali differenze?

A cura del collettivo studentesco Senza Tregua. Partecipano: Cristiano Armati, Giuliano Giuliani, Giancarlo Castelli.

Mercoledì 11 novembre, ore 18
Via degli Aurunci 40 (San Lorenzo - Roma)

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categorie: reading presentazioni e festival
giovedì, 05 novembre 2009

Contro la "teoria delle mele marce": le vittime dell'ordine pubblico e della violenza della polizia (2005-09)

16336_1256847108339_1444459713_30750781_883789_nIl 22 ottobre del 2009, con la morte improvvisa di Stefano Cucchi, è cambiata la storia. Prima che venissero rese pubbliche le fotografie del cadavere del trentunenne romano c’erano soltanto le immagini dei campi di concentramento nazisti a urlare «se questo è un uomo!» contro chi aveva costretto degli esseri umani a finire, ormai ridotti a scheletri, in cataste ammucchiate davanti ai forni crematori o malamente nascoste nelle fosse comuni. Eppure, ancora una volta, «tutto questo è stato». Stefano Cucchi, arrestato al Parco degli Acquedotti della Capitale nella notte del 15 per il possesso di modeste quantità di stupefacenti e, da lì, trascinato come una cosa tra la camera di sicurezza della Stazione “Tor Sapienza” dei carabinieri, i banchi del Tribunale di piazzale Clodio, le celle di Regina Coeli e il reparto detentivo dell’ospedale Sandro Pertini, non è sopravvissuto agli atroci maltrattamenti a cui è andato incontro. Ora è sulle pagine dei giornali che hanno avuto il coraggio di pubblicare le immagini del suo decesso e fissa i lettori con i 37 chili del suo corpo da «Cristo giovinetto», con gli occhi spaccati, la mascella rotta, la spina dorsale fratturata e una papilla fuori dalle orbite. Cosa gli è successo? Davvero, come è stato detto, «è caduto per le scale»? Davvero i suoi poveri resti sono soltanto il frutto dei suoi passati problemi di tossicodipendenza e dell’anoressia? O ha ragione chi ha avuto il coraggio di scrivere che la sua triste fine è da attribuirsi a «presunta morte naturale»?

Chi ha osato vergare queste parole mente sapendo di mentire. La morte «naturale» non si presume, si constata. E se intorno al destino di Stefano può essere presunto qualcosa, questo qualcosa si chiama manganellate in faccia, anfibiate alla schiena o, più semplicemente, violenza becera e insensata compiuta dalle forze di polizia. Non ci credete?

Chiedete a chi ci è passato. Domandate ai ragazzetti fermati con qualche grammo di hashish cosa significa essere spogliati nudi in una caserma, essere costretti a una perquisizione anale o vaginale, essere percossi con gli stracci bagnati e il dorso degli elenchi del telefono… Oppure domandate a chi è finito in carcere per piccoli reati quanto sia facile, in prigione, non riconoscere il codice di comportamento imposto dalla vigilanza e pagare con schiaffi, umiliazioni o peggio anche una semplice parola considerata fuori posto da chi, negli istituti di pena, rappresenta la legge.

Ebbene, se la legge è davvero uguale per tutti, è ora che chi indossa la divisa salga sul banco degli imputati per assumersi, insieme alle responsabilità penali dei singoli, anche la responsabilità di mettere in discussione il sistema dell’ordine pubblico, affrontando un discorso che riguarda –  indistintamente – gli agenti penitenziari, i carabinieri e la polizia. Perché, soltanto facendo i conti a partire dal 2005, sull’altare della sicurezza sono state sacrificate decine di vite: persone, spesso giovanissime, assassinate dagli stessi uomini assunti al servizio dello Stato in loro presunta tutela. Quando questo accade, sulla scena del delitto cala una pesante cortina di piombo. E se di processo si parla, questo riguarda in primo luogo le vittime, in genere definite «tossicodipendenti», «sbandate», «malate di mente», «extracomunitarie» o «drogate».
Federico AldrovandiÈ stato il caso di Federico Aldrovandi, un ragazzino appena maggiorenne massacrato da quattro agenti di polizia a Ferrara, il 25 settembre del 2005. Di lui, chi lo ha ucciso infierendo a calci, pugni e manganellate, ha prima detto «che sembrava un albanese», poi che si era ammazzato da solo prendendo a testate un muro.


giuseppeIn gergo viene definita «crisi psicomotoria»: la stessa che è stata affibbiata anche a Giuseppe Casu, un signore sessantenne di Quartu, in provincia di Cagliari, trascinato via con la forza dalla piazza dove vendeva fichi d’india in quanto ambulante abusivo e da qui, grazie all’intervento di guardie municipali e carabinieri, condotto in Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO) nell’ospedale di Is Mirrionis. Nel nosocomio nessuno fa domande sulla mano gonfia del signor Casu o sulla presenza di sangue nelle sue urine: a nessuno importa scoprire qual è l’origine delle ferite che il “paziente” ha sul corpo. Il venditore di fichi d’India viene semplicemente sedato e legato al letto. Lo stesso letto dove, il 9 ottobre del 2006, Giuseppe Casu muore.


n1624927738_93541_4360Anche secondo un’inchiesta condotta dalla ASL Giuseppe Casu è stato fatto oggetto di un «trattamento inaccettabile», ma questo non ha impedito alla sua storia di finire nel dimenticatoio. E la stessa cosa rischia di accadere a Riccardo Rasman, 34 anni, di Trieste. Si tratta di un ragazzo affetto da una sindrome schizofrenica contratta nel corso del servizio militare, a causa di ripetuti atti di nonnismo: un problema noto persino alla Corte dei conti, che gli ha riconosciuto l’infermità per cause di servizio, e che gli ha lasciato in eredità una vera e propria fobia nei confronti di chi indossa la divisa. Ebbene, il 27 ottobre del 2006 Riccardo Rasman è felice. Il giorno dopo avrebbe dovuto iniziare a lavorare e festeggia l’avvenimento facendo un po’ di baccano e lanciando qualche innocuo petardo dal balcone. Una sua vicina di casa, però, è spaventata dal trambusto e decide di chiamare la polizia. Sotto casa del ragazzo, poco dopo, si presentano due pattuglie, e quattro agenti, con malagrazia, iniziano a picchiare sulla porta dell’appartamento da cui provengono i rumori. Riccardo Raiman, dallo spioncino, vede quegli uomini in divisa ed ha subito paura. Si guarda bene dall’aprire e si rifugia sul letto, in camera. La sua fine è segnata. La polizia fa intervenire i vigili del fuoco, che sfondano la porta mentre gli agenti irrompono nella casa di Rasman percuotendolo senza pietà e utilizzando allo scopo persino il piede di porco usato per compiere l’effrazione. Quando, ammanettato con i polsi dietro la schiena e immobilizzato con del fil di ferro legato intorno ai piedi, Rasman diventa cianotico è troppo tardi. Alcuni vicini di casa riferiranno di aver sentito dei rantoli fortissimi, poi più nulla: Riccardo è morto; l’ennesimo nome che parenti, amici e persone di buona volontà sono costretti a invocare nella speranza di ottenere una verità e una giustizia che non arriva mai.


n47052082875_291Anche per il falegname Aldo Bianzino, 44 anni, di Pietralunga, in provincia di Perugia, i familiari e gli amici invocano verità e giustizia. Come il romano Stefano Cucchi, Bianzino era stato arrestato per il possesso di stupefacenti – nella fattispecie qualche pianta d’erba – e trascinato nel carcere Capanne. Qui, il 14 ottobre del 2007, Bianzino  muore in circostanze quantomeno misteriose visto che le lesioni agli organi interni che saranno accertate dall’autopsia lasciano pochi spazi al dubbio e parlano, ancora una volta, di percosse violente subite da un cittadino coinvolto in piccoli reati.



In questa macabra lista è stato iscritto anche Giuseppe Torrisi, 58 anni, un clochard di Milano ucciso a forza di botte da due agenti di polizia ferroviaria alla stazione Centrale, il 6 settembre del 2008. Dopo aver compiuto il misfatto, la coppia di sceriffi ha pensato bene di compilare un falso verbale accusando Torrisi di averli aggrediti con un taglierino.

sandriLa circostanza verrà smentita dalle riprese di una videocamera: fotogrammi che la dicono lunga sia sul modus operandi a cui le forze dell’ordine si abbandonano spesso e volentieri, sia sulla facilità con cui diventa possibile inquinare le prove nel momento in cui le figure di chi delinque e di chi indaga arrivano a coincidere. Non si è pensata la stessa cosa in relazione al caso di Gabriele Sandri, classe 1981, il dj romano ucciso da una pallottola esplosa dall’agente Luigi Spaccarotella l’11 novembre del 2007 in prossimità della stazione di servizio di Badia al Pino Est, vicino ad Arezzo?

Anche lì, forse per un malinteso spirito di corpo, un sentimento ai limiti dell’omertà ha accompagnato l’inchiesta che avrebbe dovuto accertare le cause della morte di Sandri, fatto passare per un teppista armato di sassi e bastoni quando, il vero delinquente, era ed è chi gli ha sparato: una persona che ha interpretato come licenza di uccidere l’autorità conferita dalla divisa.

Spaccarotella, è vero, è stato processato. Ma nemmeno la solennità del dibattimento ha scalfito la convinzione di chi è convinto che la legge utilizzi due pesi e due misure quando si tratta di giudicare un membro delle forze dell’ordine o un comune cittadino. Al di là di ogni buonsenso, infatti, Spaccarotella è stato riconosciuto colpevole soltanto di omicidio colposo (tendenzialmente chi estrae la pistola e fa fuoco contro una persona viene giudicato per omicidio volontario): la stessa imputazione per cui sono stati condannati anche i quattro agenti che massacrarono Federico Aldrovandi i quali, come se non fosse abbastanza grave quello che hanno fatto, non sono stati neppure espulsi dal servizio e attualmente indossano ancora la loro brava divisa, con un morto sulla coscienza, liberi di condurre una vita normale e magari di delinquere ancora.

4780_1020592690328_1690524277_50759_712636_nComunque c’è anche chi, a differenza di Sandri o Aldrovandi, non riesce neppure a sottoporre attraverso un processo – magari dagli esiti scandalosi – il suo caso all’attenzione dell’opinione pubblica. Il discorso vale per il ventiduenne Manuel Eliantonio, un ragazzo di Pinerolo che, la mattina del 23 dicembre del 2007, viene sorpreso dalla polizia alla guida di un auto rubata. Tradotto nel carcere di Marassi, Manuel va incontro a un calvario allucinante: percosso ripetutamente e costretto ad assumere psicofarmaci in grado di trasformare un uomo in una larva, cerca di denunciare le violenze che subisce ai suoi familiari e ai suoi legali. Visitato in carcere, ostenta evidenti segni di maltrattamenti, eppure nessuno riesce a fare nulla finché, il 25 luglio del 2008, la signora Maria non viene messa a conoscenza dell’avvenuto decesso del figlio. Secondo i verbali, e bisogna tenere conto che si tratta di un caso ormai frettolosamente archiviato, Manuel sarebbe morto per un arresto cardiaco sopraggiunto dopo l’inalazione di gas butano prelevato da una bomboletta comunemente utilizzata in carcere per alimentare il fornello ma, come testimonia la signora Maria, il corpo del ragazzo «era gonfio, di tutte le sfumature di colore. La testa sembrava una palla da bowling, aveva il naso rotto, l’occhio livido. Era irriconoscibile».

Una circostanza ancora più atroce se messa in parallelo con le ultime parole di Manuel. Quelle contenute in una lettera spedita a casa e recapitata alla madre lo stesso giorno della morte del figlio. Una lettera straziante dove, nero su bianco, il ragazzo dice: «Carissime bamboline, mi dispiace che non vi ho fatto avere più mie notizie ma anche io ho i miei problemi. Mi ammazzano di botte almeno una volta alla settimana, ora ho solo un occhio nero. Mi riempiono di psicofarmaci, quelli che riesco li sputo ma se non li prendo mi ricattano».
 

Tutto questo, purtroppo, non è che un frammento di ciò che accade nelle carceri italiane. Se si ha la voglia e il cuore di consultare i dossier compilati con encomiabile sistematicità dalle associazioni per i diritti dei detenuti si scopre che, tra suicidi e morti per cause da chiarire, all’interno dei penitenziari sta andando in scena un olocausto che non sembra in grado neppure di scuotere le coscienza della gente comune, dei cittadini “per bene”. Le colpe dei mass-media, a tal proposito, sono gravissime. Perché quando una nuova persona viene stritolata dagli ingranaggi della giustizia la tendenza è quella di far passare il messaggio che, alla resa dei conti, se chi è stato arrestato o fermato dalle forze di polizia si fosse comportato bene non si sarebbe trovato nella situazione di farsi sparare in testa o massacrare di botte.

La colpa della propria morte, in buona sostanza, ricade sempre sulla vittima. Anche nel caso in cui questa, come il senegalese Chehari Behari Diouf, 42 anni, residente a Civitavecchia, in provincia di Roma, non avesse fatto null’altro di diverso dallo starsene comodamente seduto nel giardino di casa sua. L’ispettore di polizia Paolo Morra ha avuto da ridire e, accusando il signor Diouf di schiamazzi, gli ha scaricato addosso il fucile, uccidendolo il 31 gennaio del 2009.

Dall’esecuzione di Diouf alla fine di Stefano Cucchi, la morale sembra essere sempre la stessa. Persino nel caso in cui le responsabilità vengano accertate, i colpevoli in divisa somo protetti da indagini a dir poco felpate e, mentre chi è caduto sotto i loro colpi viene sbattuto in prima pagina e magari presentato come delinquente o drogato, i membri delle forze dell’ordine conoscono diritti sconosciuti agli altri cittadini, come un devoto rispetto alla privacy che gli risparmia l’onta, obbligatoria per i comuni mortali, di finire con le loro belle facce sulle pagine dei giornali.

Quando, malgrado tutto, non si può evitare di prendere atto della colpevolezza di un carabiniere, una guardia carceraria o un poliziotto, poi, la giustificazione suprema è sempre la stessa. Che si parli di Luigi Spaccarotella (caso Sandri), di Paolo Forlani, Monica Segatto, Enzo Pontani e Luca Pollastri (caso Aldrovandi) o di Paolo Morra (caso Diouf), ecco che la teoria della “mela marcia” prende il sopravvento e i vari pregiudicati in divisa diventano delle semplici, dolorose, ma inevitabili, eccezione in un corpo comunque presentato come sano.

L’evidenza dei fatti se non la nuda statistica, però, afferma il contrario. Esiste in  Italia, ed è il caso di sottolinearlo, un serio problema di violenza della polizia: corollario di una più generale crisi del rispetto dei diritti umani. Le stesse politiche dell’ordine pubblico implementate nelle ultime legislature – e ormai estese a ogni ambito della vita civile come testimoniato dai continui provvedimenti presi, di volta in volta, per intensificare i controlli di polizia per le strade, sorvegliare gli stadi o «respingere» gli extracomunitari privi di permesso di soggiorno – (mal)celano la precisa volontà di erodere le garanzie democratiche a tutela del cittadino in nome di un pericoloso concetto di “sicurezza”. Si tratta di un processo involutivo enormemente pericoloso, foriero di sventure inconcepibili come quella in cui è incappato un altro ragazzino di nome Rumesh Rajgama Achrige, un writer diciottenne di Como che, il 29 marzo del 2006, nel corso di un banale controllo, si è ritrovato ridotto in fin di vita da un colpo di pistola sparato contro di lui da uno dei vigili urbani che, negli ultimi anni, si è pensato bene di armare.

Come affermato nell’interrogazione parlamentare degli onorevoli Locatelli e Giordano, i fatti di Como rappresentano: «Il fallimento di una classe politica che, non solo non cerca il dialogo anche attraverso la necessaria e legittima convocazione di un consiglio comunale straordinario, ma utilizza metodi repressivi per affrontare i presunti problemi della città».

Il discorso, più ampio, ha a che fare con un governo centrale particolarmente abile nello scambiare il concetto di “giustizia” con un’ambigua esigenza di legalità, criminalizzando categorie sempre più ampie di soggetti. Persone che la profonda crisi economica in corso rende incompatibili rispetto alle regole non scritte di un “sistema-Paese” ben disposto soltanto nei confronti di chi è pronto ad accettare una vita-coprifuoco, fatta di lavoro (in genere precario e mal pagato) e televisione. Ecco allora che i piccoli spacciatori, i ragazzi dei centri sociali, i migranti, i poveri, i tifosi di calcio e persino i malati psichici si ritrovano, tutti insieme, a vestire la maglia del “nemico”: individui nei confronti dei quali le forze di polizia sembrano combattere anziché, come in ogni caso sarebbe loro compito istituzionale, assistere nel rispetto delle garanzie istituzionali. Stefano Cucchi, massacrato senza pietà, è solo l’ennesimo anello di questa catena: una trama dove le “mele marce” non si trovano soltanto tra gli individui responsabili dei vari reati ma sopratutto nei gangli del potere legislativo, dove non si fa altro che legittimare una cultura della paura, dell’intolleranza e del sospetto in un contesto di progressiva e inesorabile erosione di ogni garanzia sociale.

adesso+bastaOra che le orbite tumefatte ed incavate di Cucchi gridano vendetta al cospetto di ogni residuo di coscienza collettiva sarà possibile operare un cambiamento e rivedere radicalmente le procedure di ordine pubblico in vigore in Italia? Sarà possibile, almeno per una volta, dare un senso a quegli slogan di «verità e giustizia» che comitati sparsi in tutto il Paese chiedono per le numerose vittime innocenti?


(Cristiano Armati - una versione ridotta e rivista di questo articolo è stata pubblicata su "Il Fatto Quotidiano" del 1 novembre 2009)

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