I libri, i reading, le poesie e gli articoli di (e su) Cristiano Armati
Una figura inquieta si aggira nella storia della letteratura occidentale. Le sue origini si perdono nelle notti del medioevo quando, raccogliendo le parole pronunciate dai vecchi accanto al focolare, una nuova generazione di poeti rompeva la regola della narrativa esemplare, sostituendo le stereotipate vite dei santi tanto care agli ecclesiastici (e al potere) con le più eccitanti avventure dei cavalieri: personaggi che, pur appartenendo al mondo della fiction, sopportavano le vicissitudini, gli amori e le alterne fortune che caratterizzano la vita reale. Da questo momento in poi, parlare dei modi con cui la scrittura si confronta con la società significa dare voce a una serie ininterrotta di battaglie: conflitti che, nel corso dei secoli, sono stati sostenuti dagli autori più diversi per assicurare alla narrativa la possibilità e il diritto di interpretare la realtà. Tra questa strana razza di guerrieri, un posto di assoluto rilievo è quello occupato da Aleksandr Isàevič Solženicyn e dai suoi romanzi, Una giornata di Ivàn Denìsovič in modo particolare. Il discorso, evidentemente, potrebbe essere impostato a partire da un dato squisitamente biografico: oppositore “istintivo” dello stalinismo sovietico, il premio Nobel per la letteratura del 1971 sopporta lunghi anni di detenzione politica soltanto per essersi concesso il lusso di irridere “Baffone” nella sua corrispondenza privata; eppure non è certo questo a rendere “rivoluzionaria” la sua opera. Il cuore pulsante della narrativa di Solženicyn, infatti, è lo stesso che si agitava nei cantastorie dell’anno mille prima che le gesta di un Orlando furioso diventassero popolari persino tra le dame di corte, in un momento in cui il principale nemico della letteratura era la censura della Chiesa, subito pronta a reputare “sconveniente” che le lacrime e il sangue della vita irrompessero nel canone letterario mettendo in discussione ogni idea di “normalità”.
Da questo punto di vista, tutto il lavoro di Solženicyn può essere letto non soltanto come eversivo rispetto alla morale e alla legge in vigore nell’Unione Sovietica degli anni Quaranta e Cinquanta ma, cosa più interessante, come un’ininterrotta metafora del «mestiere di scrivere», tenendo presente che la principale “fatica” di uno scrittore degno di questo nome resta quella di sottrarsi alle tendenze normalizzatrici insite in qualunque sistema per conquistare nuovi territori espressivi al proprio bisogno di creatività. Non è certo un caso, infatti, se Una giornata di Ivàn Denìsovič resta una lettura tutt’altro che tranquillizzante anche oggi che il Muro di Berlino è caduto da un pezzo insieme alle categorie geopolitiche utilizzate dai primi lettori e dai primi critici del grande scrittore russo. Indipendentemente dall’universo concentrazionario dipinto da Solženicyn, le parole di questo eterno dissidente colpiscono i contemporanei e si guadagnano l’appellativo di “classico” perché il loro valore va ben oltre quello di essere una preziosa testimonianza sugli orrori dei gulag. Come una continua linea di febbre, nella prosa di Solženicyn si respira la tensione di personaggi che, in situazioni estreme come quelle della detenzione o della malattia, fanno coincidere la loro volontà di sopravvivere con la necessità di salvaguardare se stessi dalla disumanizzazione della situazione contingente. «Che bella cosa, si poteva non morire!», esclama l’alter ego dello scrittore in un passaggio di Una giornata di Ivàn Denìsovič: una frase memorabile che Solženicyn non dedica a una scampata esecuzione o a una guarigione insperata ma… al successo con cui il protagonista del romanzo riesce a personalizzare gli scarponi in dotazione ai detenuti!
Oggi, come all’epoca in cui i libri di Solženicyn sfidarono il regime sovietico per vedere la luce, una simile affermazione non ha certo perduto la carica sovversiva che spaventò la polizia stalinista. E, con la classe antiretorica che contraddistingue la penna del matematico divenuto scrittore, continua a spaventare chi affronta la lettura di Solženicyn con la consapevolezza che nella vita quotidiana non c’è affatto bisogno di essere rinchiusi in un lager per cedere la propria umanità alla vigliaccheria di una dilagante omologazione.
(Cristiano Armati, Il cavaliere e il santo. Letteratura e vita in Aleksandr Isàevič Solženicyn, in A. I. Solženicyn, Una giornata di Ivàn Denìsovič, Newton Compton, Roma 2008)
