Alla fine la giustizia avrebbe fatto il suo corso. Paolo Forlani, Segatto Monica, Enzo Pontani e Pollastri Luca, vale a dire i quattro poliziotti responsabili della morte di Federico Aldrovandi, ucciso a Ferrara il 25 settembre del 2005, sono stati riconosciuti colpevoli - almeno in primo grado - di omicidio colposo (!!!) e condannati a 3 anni e 6 mesi di reclusione. Anche l'agente Luigi Spaccarotella, l'uomo che l'11 novembre del 2007 uccide con un colpo di pistola Gabriele Sandri, è stato ritenuto colpevole di omicidio colposo (!!!). La condanna, nel suo caso, è pari a 6 anni di reclusione.
I tribunali responsabili di queste sentenze, ancora una volta, hanno scomodato giudici, giurati, avvocati, uscieri e l'enorme dolore dei parenti e degli amici di queste nuove vittime dello Stato per ribadire una verità vecchia quanto il mondo: LA LEGGE NON E' UGUALE PER TUTTI.
Un esempio? Doina Matei, la ragazza rumena responsabile di aver ucciso Vanessa Russo sotto la metropolitana di Roma colpendo la sua vittima con un ombrello, è stata accusata di omicidio preterintenzionale e condannata a 16 anni di reclusione che, a differenza dei summenzionati appartenenti alle forze dell'ordine, sta effettivamente scontando dietro le sbarre di una galera.
Ora, senza sminuire la gravità della tragedia di Vanessa Russo, è evidente che la volontarietà di chi commette un omicidio è assolutamente più chiara quando, come nel caso di Aldrovandi e Sandri, il colpevole utilizza per uccidere i manganelli e la pistola rispetto a quando, come nel caso di Doina Matei, l'unica cosa rintracciata tra le mani dell'omicida è un ombrello!
Eppure le sentenze relative ai casi citati non danno alcuna importanza all'evidenza e affermano il contrario. Cosa significa?
Una cosa semplice: se è chiaro che, con la sentenza Matei, le aule del tribunale hanno dato spazio all'afflato razzista che aleggia in Italia da un bel po' di tempo condannando in maniera simbolica ed esemplare tutta la comunità rumena presente nella penisola, è altrettanto chiaro che, quegli stessi tribunali, non hanno esitato a trattare con leggerezza gli assassini nel momento in cui questi lavorano per lo Stato e indossano la divisa. La Legge, dunque, non è uguale per tutti. Al contrario, qualsiasi sentenza DISCENDE DIRETTAMENTE DA UN'INTERPRETAZIONE POLITICA della giurisprudenza e non certo dall'astrattezza delle norme a cui pretende di fare riferimento.
Ma le considerazioni che discendono dal valore scandaloso delle sentenze pronunciate in relazione ai casi Sandri ed Aldrovandi non finiscono qui.
Perché, insieme allo sdegno unanime che circonda i giudici responsabili di aver sostanzialmente favorito gli assassini dei due ragazzi, si leva un coro pronto a togliere alla Polizia italiana in quanto istituzione qualunque tipo di responsabilità attribuendo ogni colpa ad alcuni suoi esponenti di volta in volta definiti "pazzi", "incapaci" o "mele marce".
Il problema, dunque, sarebbe solo questo? Che come in ogni luogo anche tra le forze dell'ordine finiscono per capitare individui instabili che, in casi "eccezionali", possono tradire il loro mandato di protezione del cittadino diventando addirittura i suoi assassini?
La statistica, a dire la verità, sembra affermare il contrario. Dopo Carlo Giuliani, ucciso a Genova il 20 luglio del 2001, le vittime delle forze dell'ordine si susseguono con una frequenza a dir poco allarmante. Federico Aldrovandi e Gabriele Sandri, infatti, finiscono in una lista che comprende, tra gli altri: Giuseppe Casu (Quartu, 9 ottobre 2006), ricoverato coattamente in un ospedale psichiatrico con l'ausilio delle forze dell'ordine e deceduto nel corso del "trattamento" subito; Riccardo Rasman (Trieste, 27 ottobre 2006), deceduto "per asfissia" dopo che quattro agenti di polizia irrompono nella sua casa per motivi a dir poco futili (aveva lanciato dei petardi dal balcone e non voleva aprire la porta in quanto la sua schizofrenia gli generava una paura, non certo ingiustificata, per le divise); Aldo Bianzino (Perugia, 21 ottobre 2007), trascinato in carcere per qualche pianta di marjuana e lì deceduto in seguito a lesioni spacciate per un "problema cardiaco"; Giuseppe Turrisi (Milano, 6 settembre 2008), un senzatetto massacrato a calci e pugni da due agenti di polizia; Manuel Eliantonio (Genova, 25 luglio 2008), un ragazzo di soli 22 anni arrestato e, anche lui, ritrovato massacrato in carcere; Chehari Behari Diouf (Civitavecchia, 31 gennaio 2009), assassinato da un ispettore di polizia che gli scarica addosso un fucile a pallettoni perché "disturbato dalla confusione in giardino"... e se a questa lista - assolutamente parziale - si aggiungessero anche le 24 - ventiquattro! - vittime della famigerata banda della Uno bianca cosa succederebbe? Si continuerebbe a parlare di "mele marce" o si comincerebbe a pensare che, per quanto riguarda le forze dell'ordine, c'è QUALCOSA CHE NON FUNZIONA A LIVELLO DI SISTEMA?
Il discorso è difficile, serio, complicato. Niente di strano, dunque, se nessun politico né, figuriamoci, alcun organo di informazione ufficiale prova a farlo.
A proposito: avete notato che, se i giornali fanno sempre a gare quando si tratta di "sbattere il mostro in prima pagina", quando in prima pagina dovrebbero finire i rappresentanti delle forze dell'ordine le fotografie non ci sono mai?
Ai giornalisti che, tradendo ogni deontologia professionale, si rendono complici di un simile modo di agire chiediamo: perché?
In attesa di una risposta forse impossibile non ci resta che constatare l'esistenza di un sospetto. Il sospetto, nella fattispecie, riguarda proprio la morbidezza delle sentenze con cui i colpevoli in divisa di fatti di sangue sono sistematicamente beneficiati: è forse possibile che queste sentenze siano così morbide perché in caso contrario le forze di polizia, qualora chiamate ad assolvere un simile compito (e se la democrazia in Italia non fosse poi così stabile? E se, come in passato, il Paese cadesse vittima di una svolta autoritaria?), non se la sentirebbero di aprire il fuoco sulla gente o di usare la violenza per reprimere manifestazioni di piazza?
L'interrogativo - quello di un corpo di polizia da addomesticare in attesa di una chiamata generale alla repressione diffusa - resta inquietante ed aperto.
Come le ferite di sentenze compiacenti, complici di delitti atroci destinati a restare impuniti.