Siamo alle solite. Il disegnatore satirico Alessio Spataro dà alle stampe il fumetto "La Ministronza", dedicato al nuovo ministro della gioventù, Giorgia Meloni (alias "Giorgia Mecojoni" nell'opera di Spataro), e si scatena una polemica che - da Rosy Bindi fino a Gianfranco Fini - ha visto tutto l'arco parlamentare unito - nemmeno si discutesse di aumentare lo stipendio dei politici! - nel condannare fermamente la "volgarità" dell'artista catanese...
Ora si potrebbe discutere sullo strano concetto di volgarità dei nostri parlamentari, che si indignano per il livore con cui Spataro ha ritratto la Meloni (senza risparmiare alla ministra neppure esperienze di coprofagia) ma non hanno nulla da dire quando la stessa si abbandona all'elogio della visita a Predappio: luogo in cui, insieme a Benito Mussolini, riposa anche la condanna della Repubblica Italiana a ogni forma passata, presente e futura di fascismo.
L'opinione dei parlamentari, in ogni caso, non giunge certo inaspettata. Troppo note, infatti, sono le doti di ipocrita perbenismo che permeano l'arco costituzionale (e si ricordi sempre che la Costituzione proibisce il fascismo e non certo la libertà d'espressione!). Allo stesso modo, che fior fior di giornalisti - pronti a inneggiare alla libertà di stampa solo se le loro laute prebende vengono messe in discussione - non abbiano trovato necessario difendere il punto di vista di Spataro è una notizia non certo originale. Ma che, alla resa dei conti, persino "Il Manifesto" e "Liberazione" si adeguino al clima di caccia alle streghe - o di "caccia a Spataro" - che sta aleggiando sul Paese... beh... questo è molto grave. Entrambe le testate hanno con questa mossa perso due occasioni. Una per stare zitte. E l'altra per offrire la propria solidarietà.
Che altro dire? A giorni sarà in libreria "Berluscoiti. Del maiale non si butta via niente" (Castelvecchi), nuovo libro di Alessio Spataro dedicato alle avventure dell'attuale presidente del Consiglio. La sinistra reale, intanto, è completamente sola. Bisognerà tenerne conto, sia per continuare a scrivere o disegnare in piena autonomia e libertà, sia per continuare a lottare e a sognare.
CON ALESSIO SPATARO PER IL DIRITTO ALLA SATIRA
SENZA SE E SENZA MA
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Una nota di Francesco "Baro" Barilli su
"La Ministronza, i quotidiani di sinistra e il caso Spataro":
"Il Manifesto" - 12 novembre 2009:
“… un florilegio di vignette di cattivo gusto che Alessio Spataro ha «dedicato» alla ministra della gioventù Giorgia Meloni - non solo non invoglia alla lettura ma offende. Le donne, sicuramente, intriso com'è di misoginia ma anche la politica (di destra e di sinistra) che da un bel po' si è liberata da quei cliché d'antan - cui evidentemente l'autore dell'«ironico» fumetto è ancora affezionato - che ancora invitano i «fascisti carogne a tornare nelle fogne». Non sappiamo dove e in che epoca abbia sinora vissuto Spataro. Di certo non al «manifesto» cui gli si attribuisce una collaborazione che non c'è mai stata … ”
"Liberazione" - 13 novembre 2009:
“E tuttavia - dovrebbe saperlo anche la satira - bisognerebbe non perdere mai di vista il confine oltre il quale la verve dissacratrice perde contatto con la realtà e rischia di diventare lesiva dell'altrui dignità, trasformandosi in disfida che ignora le persone reali, non in quanto ne produce la caricatura, ma perché ad esse sostituisce e sovrappone lo stereotipo ideologico. Inscrivendosi oltretutto in una cultura sessista. Questo sentiamo di dover dire sul fumetto con cui Alessio Spataro maltratta, molto oltre il lecito, la persona di Giorgia Meloni. E il fatto che quelle strisce non riescano proprio a muovere il riso è forse la miglior prova che esse sono il risultato di un sovraccarico che trascende la satira.”
Entrambi i pezzi non sono firmati. Quello su Liberazione è in prima pagina, quindi suppongo (ma potrei sbagliarmi) sia del direttore; su quello del Manifesto non azzardo ipotesi. Peraltro, dopotutto non conta molto se siano o meno firmati dai rispettivi direttori.
Ora, sia chiaro: Liberazione e Manifesto hanno tutto il diritto di scrivere una recensione sul fumetto di Alessio, anche solo scrivendo “questo libro fa cagare a spruzzo”. Legittimo. Magari leggendosi prima il libro (spero l’abbiano fatto, ma non ci metterei la mano sul fuoco). Ma gli articoli di cui qui ho postato qui sopra degli estratti non sono recensioni: sono solo qualcosa di cui non si sentiva il bisogno.
Quel che è in discussione, nel “caso Spataro-Meloni”, è: il disegnatore ha il diritto o no di esprimersi, in quanto artista satirico, anche attraverso l’esagerazione, la forzatura della realtà, persino la scurrilità (cosa, quest’ultima, di cui si nutre la satira da qualche secolo)?
La risposta dovrebbe essere chiara. Il fatto che io sia qui a ricordarla (a Liberazione e al Manifesto...) dimostra in che condizioni siano la società, il mondo dell'informazione e persino la sinistra.
Ripeto: in questo momento, di fronte al can can politico che si è sollevato, l'unica cosa decente da dire è affermare e difendere il diritto di espressione di Alessio. Se poi si vorrà criticarne il lavoro, recensendolo negativamente in quanto il prodotto può piacere o meno, è tutto un altro paio di maniche.
DALLA POLITICA DEL "FARE" ALLA POLITICA DEL "FARSELE"
IL VOLTO SEGRETO DI UN PREMIER AFFAMATO... NON SOLO DI POTERE!
Quando, nel 1994, Silvio Berlusconi annunciò alla nazione la sua volontà di «scendere in campo» per strappare l’Italia a un non meglio precisato complotto partitocratico, il fondatore del potente gruppo Mediaset, nonché padrone indiscusso della televisione, ottenne un immediato consenso presentando se stesso come uomo lontano dal «chiacchiericcio della politica» ma sempre pronto a «rimboccarsi le maniche» per regalare al Paese la stessa (seppur poco trasparente) fortuna che aveva arriso alle sue innumerevoli aziende e alla sua squadra di calcio.
Erano, questi, i tempi di «un milione di posti di lavoro» promessi agli elettori, conquistati dal «contratto con gli italiani» che il futuro Presidente del Consiglio avrebbe sottoscritto negli studi televisivi nel nome della «politica del fare». Da quel momento in poi, Silvio Berlusconi ha presieduto ben tre Governi ma, mentre l’Italia è sprofondata nella più grave crisi economica dell’ultimo mezzo secolo, regalando a tutto il mondo – grazie alle figure del suo leader – l’immagine di un popolo di pagliacci e veline, anche la tanto sbandierata praticità del Cavaliere ha finito per mostrare il suo vero volto. È stato così che Silvio Berlusconi, più che per «la politica del fare», è divenuto noto per «la politica del farsele», inaugurando una nuova stagione di scandali sessuali capaci di travolgere giornalisti, ministri e showgirl in una girandola di episodi esilaranti e disgustosi al tempo stesso. Gli stessi episodi che, con la consueta cattiveria, la matita di Alessio Spataro mette nero su bianco spiando i «berlus-coiti» del re di Arcore.
Un premier «affamato», sì. Ma non solo di potere!
ALESSIO SPATARO
(Catania, 1977) è uno dei protagonisti della scena satirica italiana. I suoi lavori sono comparsi sulle pagine di «Carta», «il manifesto», «Internazionale» e «Liberazione». Tra le sue pubblicazioni, i libri di vignette Cribbio (Edizioni Interculturali, 2004), Papa Nazingher (Purple Press, 2008) e il graphic novel Zona del silenzio (minimum fax, 2009), realizzato su testi di Checchino Antonini e dedicato al caso Aldrovandi. Il suo sito internet è on line all’indirizzo www.pazzia.org.
C’è un cambiamento nel mondo dell’editoria italiana. Cristiano Armati, editor della Newton Compton nonché autore dei bestseller "Roma criminale" e "Cuori rossi", ha lasciato la casa editrice per cui aveva lavorato negli ultimi cinque anni contribuendo in maniera decisa al rilancio del marchio per trasferirsi alla Castelvecchi dove, a partire dal 1 ottobre 2009, assumerà l’incarico di direttore editoriale.
«Sono molto soddisfatto di questa scelta e ringrazio Pietro D’Amore per la bellissima proposta», ha dichiarato Armati, «nel gruppo Vivalibri ho trovato i nuovi stimoli che stavo cercando da tempo e che ora mi impegnerò a utilizzare per dare vita a un progetto editoriale deciso ad allargare il pubblico del marchio Castelvecchi attraverso una produzione impegnata e popolare al tempo stesso».
Già in occasione della prossima fiera di Francoforte, Cristiano Armati visiterà i padiglioni dell’appuntamento librario più importante del mondo nel suo nuovo ruolo di direttore editoriale di Castelvecchi. Nella redazione di via Isonzo, intanto, le luci restano accese anche nel cuore della notte. Si lavora ai lanci dei mesi di marzo ed aprile. Fonti bene informate assicurano che i lettori potranno aspettarsi dalla casa editrice romana grandi novità.
Azadeh Moaveni è giornalista e scrittrice. Cittadina americana cresciuta in Iran, è un’esperta di Medio Oriente, ed è una delle poche corrispondenti americane a collaborare in maniera continuativa dal 1999 con l’Iran; scrive sui diritti delle donne, le culture giovanili e le riforme islamiche per «Time», «The New York Times» e «The Washington Post». In Italia è editorialista di «Internazionale». Ha pubblicato Lipstick Jihad, Viaggio di nozze a Theran, ed è co-autrice con il Premio Nobel per la pace Shirin Ebadi di Iran Awakening. Parla correttamente sia il Farsi che l’arabo e attualmente vive con i sui figli a Londra. Il suo sito è www.azadeh.info.
1. Azadeh Moaveni, oltre a innumerevoli articoli scritti per le principali testate statunitensi, con Viaggio di nozze a Teheran ha al suo attivo ben tre libri. Ci sono delle differenze tra la Moaveni giornalista e la Moaveni scrittrice?
Sin dai miei primi giorni in prima linea come cronista, sono sempre stata convinta che le storie personali siano uno strumento di comunicazione più efficace, specialmente quelle estere, da paesi distanti e complicati, rispetto all'analisi o la fredda cronaca giornalistica. Ricordo che quando fui inviata in Iraq dopo l'invasione americana, scrissi la storia di alcune ragazzine, di come non potevano più andare a scuola, perché il clima di sicurezza si era deteriorato. Quella fu una delle mie storie da prima pagina che ottennero un'attenzione enorme e penso che in parte fosse a causa del potere dei dettagli personali: raccontava la storia di queste ragazzine e delle loro famiglie che erano molto felici che Saddam Hussein se ne fosse andato, ma che in cambio avevano perso la loro sicurezza fondamentale. Credo che questo si sia trasferito nella mia scrittura e credo di aver scelto il genere del memoir perché dà la possibilità di raccontare e in più spiegare concetti politici complessi da capire, specialmente per chi non è un esperto o uno specialista.
2. Ci sono degli autori che l’hanno influenzata in modo particolare o per lei, perennemente in viaggio per scelte di vita e per lavoro, è stato naturale cimentarsi con il reportage narrativo?
Quando ho iniziato a scrivere Lipstick Jihad, ero ancora una studentessa e una giornalista e non avevo ancora intrapreso la strada del memoir. Sono stata molto influenzata da due libri in particolare, due scrittori. Uno naturalmente è Kapuscinski, l'autore di Shah-in-Shah, forse il resoconto giornalistico definitivo sulla rivoluzione iraniana, ma raccontato in istantanee, attraverso pagine brevi, quasi come una serie di scene che documentano il dispiegarsi della rivoluzione con un occhio per la storia individuale, scritto in modo estremamente evocativo e intenso. Mi è stato di grande ispirazione perché a volte credo che nei paesi dove la gente attraversa esperienze terribili, forme di narrativa più asciutte non siano sufficienti per trasmettere la dimensione della sofferenza che la gente attraversa o il dramma che entra nella loro vita quotidiana. Poi c'è The mantle of the prophet, un libro accademico scritto in parte da Roy Mottahedeh: è la storia di un giovane ecclesiastico che visse a Qom durante la rivoluzione, e del suo cammino da seminarista a sacerdote, e credo che più di ogni altro libro di storia, della storia iraniana nel ventesimo secolo, catturi il processo intellettuale, politico ed emotivo che hanno attraversato gli iraniani assistendo alla caduta degli scià e l'emergere di Khomeini. Questi due scrittori mi hanno molto influenzato.
3. Non ha mai pensato che il libro, in virtù del maggiore spazio che offre all’autore e alla dimensione più raccolta che propone al lettore, stia arrivando sempre di più a sostituire la stampa periodica nel ruolo di diffondere le notizie in modo obbiettivo e approfondito?
C'è stata una cosa che mi ha molto toccato quando iniziai a girare l'America dopo la pubblicazione di Lipstick Jihad. Molti americani vennero a parlarmi di quanto fossero confusi sull'Iran nell'ultimo decennio o negli ultimi due, a seconda della loro età, e mi dissero quanto il mio libro avesse abbattuto pregiudizi e idee sbagliate sull'Iran, e me lo dicevano adolescenti, casalinghe e persone che ero certa non leggessero le
pagine di cronaca estera dei loro quotidiani, ma me lo dissero anche i lettori abituali di notizie estere che forse non avevano sentito una connessione umana con gli iraniani. Credo che questa sia la mia massima aspirazione, nello scrivere questo tipo di memoir, che naturalmente mette insieme il racconto personale con il background politico e sociale dell'Iran. Credo che ogni giornalista sia frustrato dal limite di dover scrivere in uno stile adatto ad un quotidiano, che racconta le notizie e si mantiene al di fuori della storia. Come iraniana è difficile restare fuori dalla storia quando i tuoi amici e parenti stanno vivendo le notizie sulla propria pelle, quindi è questa la mia speranza, quello che cerco di ottenere è la capacità di fornire una sorta di panorama più profondo per le persone che altrimenti forse seguirebbero le notizie sull'Iran ma non intimamente.
4. In Viaggio di nozze a Teheran ha raccontato come il regime di sanzioni che grava sull’Iran sia pagato dal popolo, e non certo dall’attuale governo fondamentalista. Con il tramonto dell’amministrazione Bush e l’avvento di Obama le è sembrato di cogliere dei segni di mutamento nelle politiche di ingerenza statunitensi in Medio Oriente?
È molto presto per dire se l'amministrazione di Obama si distaccherà in modo significativo dalle politiche dell'amministrazione Bush nei confronti dell'Iran. Ci sono segnali importanti che suggeriscono di sì, ci sono state nomine alla Casa Bianca e nello staff che suggeriscono che stia coinvolgendo esperti bene informati e dalla mentalità aperta per trattare con l'Iran, d'altra parte però gli Stati Uniti si trovano di fronte ad una posizione di negoziato molto complicata: l'Iran è quasi una potenza nucleare con un’enorme influenza sull'Iraq e l'Afghanistan, e in una certa misura gli Stati Uniti dovranno tenere una posizione molto dura per sedersi al tavolo dei negoziati, quindi è difficile dire quanto di quel che sta uscendo da Washington sia quel tipo di negoziato retorico da realpolitik, se ci sia stata una riconsiderazione fondamentale dell'Iran, di che tipo di minaccia si tratti. Credo che sia presto per dirlo, in questo momento.
5. Spesso, nel suo libro, si osserva come in Iran la depressione economica abbia contribuito in modo decisivo a spianare la strada alla politica di repressione e intolleranza del governo Ahmadinejad. Non teme che, in un clima di crisi come quello attuale, anche in Europa o negli Stati Uniti possano vacillare le garanzie offerte ai cittadini in una democrazia?
Sebbene in Iran la cattiva economia e il basso tenore di vita siano critici per il popolo, per certi giochi di potere e per la repressione politica dei dissidenti, credo che il modo in cui il governo iraniano sta affrontando la crisi economica in termini di misure restrittive politiche sia piuttosto unico nel suo genere. Non lo vedrei come un insieme di problemi che possono essere generalizzati e confrontati con quelli di altri paesi dell'occidente. Anche loro stanno attraversando una crisi economica molto significativa, ma il problema in Iran è che il governo non capisce che non ha una risposta significativa economica per i problemi della gente, e per lo stato dell'economia, e in Iran il progresso economico è molto legato alla politica, ad esempio finché l'Iran non rivede le sue posizioni ad esempio su Israele, probabilmente non sarà in grado di unirsi al WTO, l'organizzazione mondiale del commercio, per avere legami economici significativi con l'Europa e il resto del mondo, escludendo ad esempio la Cina. In questo senso in Iran si tratta di una serie di problemi correlati tra loro molto specifici e contorti, mentre in occidente credo che i governi abbiano gli strumenti per affrontare la crisi economica e possano isolare il
problema. Certo, anche loro sono politicizzati, ma non quanto l'Iran. Credo che l'Iran debba prima fare i conti con la sua identità politica e poi con l'economia. È molto difficile gestire le due cose allo stesso tempo.
6. Dopo il G8 de L’Aquila, ma proprio mentre le violenze contro i manifestanti iraniani in madrepatria si facevano più intensi, il Ministero degli Esteri di Teheran ha protestato formalmente con il governo italiano per il modo in cui la polizia ha represso le manifestazioni di protesta, dimostrando il modo ipocrita con cui l’Occidente gestisce la tematica dei diritti umani. Lei come giudica questa diatriba diplomatica?
Non mi sorprenderebbe sentire che il ministro degli esteri iraniano o qualsiasi altro ufficiale iraniano vuole dare lezioni all'occidente su come si trattano i cittadini, mentre sappiamo che il governo iraniano sta frenando il dissenso e picchiando i manifestanti in casa propria. È un comportamento piuttosto comune per il governo iraniano, ignorare quello che succede nel proprio orticello e accusare l'occidente di usare due pesi e due misure. Certo è incredibilmente ironico che un ufficiale iraniano voglia insegnare a un paese straniero ad affrontare le manifestazioni pacifiche quando lui stesso manda poliziotti in borghese a sparare sulla folla di civili com’è avvenuto nel corso degli ultimi due mesi, ma sfortunatamente è un'abitudine del governo iraniano quello di scagliarsi sull'occidente per ignorare i suoi problemi interni.
7. Tra i protagonisti di Viaggio di nozze a Teheran c’è l’inquietante figura di “Mr X”: un agente dei servizi segreti che controlla la sua attività di reporter in modo ossessivo. Dopo le ultime elezioni e la protesta popolare che ha scosso l’Iran, il tema dei servizi segreti è tornato all’ordine del giorno insieme al volto insanguinato di Neda Agha Soltan. In Italia, su alcuni giornali, si è ventilata l’ipotesi che la manifestante non sia stata affatto uccisa dalla polizia iraniana ma che la sua morte sia solo una messa in scena organizzata dall’intelligence degli Stati Uniti o da una fazione interna avversa ad Ahmadinejad. Lei cosa ne pensa di una simile possibilità?
Credo che l'idea che è stata esposta da alcuni opinionisti e pubblicazioni d'occidente, che Neda Agha Soltan sia stata forse assassinata da una fazione interna avversa ad Ahmadinejad o forse persino istigata dagli Stati Uniti o qualche altro potere occidentale che cospira contro l'Iran sia abbastanza grottesca. Trovo molto spiacevole che in occidente ci siano persone che pur partendo da posizioni di sinistra restano cieche nelle loro abitudini liberali, nel loro modo di guardare il mondo e quel che succede in posti come l'Iran. Molto spesso la loro analisi e le loro affermazioni finiscono per assomigliare a quel che stanno dicendo le file più dure del governo iraniano. Ci sono state tantissime persone, giovani, manifestanti disarmati, civili, semplici astanti che sono stati assassinati nel corso della protesta nelle ultime settimane, Neda Agha Soltan forse è stata solo la più fotogenica e l'unica ad essere filmata, ma lei non rappresenta un incidente isolato e credo che sia davvero molto ingenuo immaginare o proporre una visione della situazione che fa sembrare il governo iraniano completamente innocente e vittima di una qualche cospirazione. Credo che sia davvero il fallimento del liberalismo occidentale quando accadono queste cose spiacevoli, avanzare una sorta di analisi indipendente che insulta gli iraniani che devono effettivamente sopportare questo genere di brutalità.
8. Ha descritto se stessa come una “sciita secolare”, auspicando l’avvento di un modo di vivere la fede più privato, in grado di salvaguardare le identità locali senza prestare il fianco ai fondamentalismi e alle ingerenze dello Stato. Nei duri scontri in corso in Iran attualmente, quale spazio si sta conquistando questa prospettiva?
Da fuori potrebbe sembrare che i terribili conflitti in Iran esplosi nell'ambito di questa protesta elettorale e la repressione degli ultimi trent'anni e in particolare gli ultimi quattro nel nome dell'Islam, si può pensare che tutto questo abbia precluso lo sviluppo di identità religiose individuali, quelle di chi pratica la propria fede, nella propria casa, senza imporla sugli altri, arrivando a considerare la religione come un'esperienza privata da vivere entro le mura domestiche. Credo che per molti iraniani questo tipo di repressione nel nome dell'Islam abbia invece solo rafforzato l'individualità della religione. Sono sicura che ci sia un'esigua maggioranza di iraniani che finiranno per subire il lavaggio del cervello da parte dello stato, credo che sia inevitabile, e ce ne sono molti che sono diventati più religiosi per abitudine perché è diventata la lingua corrente in pubblico e credo che sia qualcosa che si può dare per scontata. Credo che nella protesta a cui stiamo assistendo, se si chiedesse a molti iraniani che stanno protestando per le elezioni: «Credete nella separazione tra religione e stato?», risponderebbero un fragoroso «Sì», eppure protestano inneggiando Allah Akhbar sui tetti delle case. Questo può sembrare contraddittorio, ma credo che accada soprattutto per abitudine, è la lingua permessa per l'espressione del dissenso in Iran e non indica necessariamente che la gente e la società non abbiano compreso l’importanza di una religione privata, perché credo che la gente abbia toccato con mano quanto la vita può diventare sgradevole quando le persone si controllano l'un l'altra come poliziotti e tutti ispezionano i fatti altrui riproducendo il fondamentalismo del governo nei loro quartieri, nelle loro case. Credo quindi che l'esperienza di vivere sotto questo tipo di governo fondamentalista, a lungo andare, e già adesso, sarà di grande aiuto a creare un atteggiamento più moderno verso l'Islam in Iran.
Spiaggia, conchiglie, crostacei (ma anche paesaggi alpini, fiori protetti, birra, salame) e... libri pocket. Ecco il programma che si appresta a mettere in pratica un gran numero di italiani in partenza per le ferie di agosto. La vacanza impone il riposo e non volendo annoiarsi anche il tempo per la lettura si allunga. E per scegliere un buon libro, invogliati dal formato tascabile e da un costo alla portata di tutti anche in clima di recessione, non c'è che l'imbarazzo della scelta. Così, per saperne un poco di più su questa tipologia, abbiamo posto alcune domande a personaggi molto competenti del settore:
1) Il “pocket” ha tutto per piacere durante l’estate: formato, prezzo contenuto: quali sono i titoli che presentate in questo periodo?
È vero, quando arriva l’estate e si cerca una lettura in grado di unire la passione al desiderio di svago, il formato pocket – quello meno impegnativo per eccellenza – dà il meglio di sé. Per questo la nostra nuova collana di supertascabili si chiama proprio così: NEWTON POCKET; e, per affrontare al meglio la bella stagione, proponiamo ai nostri lettori alcuni nuovi titoli di sicuro interesse. Si tratta di Jeanne Kalogridis, con il suo bestseller “Il labirinto delle streghe”, dell’autore di culto Simon Clark, autore de “La città dei vampiri”, poi un romanzo storico avvincente come “Gli ultimi giorni di Cartagine” di Juan Carlos M. Leroy e, per finire, “Il codice di Atlantide” di Stev Pavlu. Tutte proposte che si vanno ad aggiungere a un catalogo che comprende altri grandi nomi, da Federica Bosco, “l’autrice italiana più amata dalle italiane”, ad Andrea Frediani, l’autore del vendutissimo “300 guerrieri”.
n salutopena registro la possibilità di un cambiamento te lo farò sapere,
collocazione in tempi utili. e su questo testo è piut
2)Ci sono titoli per i quali prevedete in partenza il formato pocket destinato all’estate?
L’edizione economica è uno dei modi attraverso i quali un libro continua a essere stampato e ad avere una sua vita. È chiaro che, così come ci sono titoli che sembrano fatti apposta per il periodo natalizio, ce ne sono altri che possono catturare meglio l’attenzione dei lettori durante l’estate. E di questo, ovviamente, in fase di programmazione se ne tiene conto.
3) Quali sono le iniziative a favore di questi libri: espositori, incentivi, locandine, ecc.
Fornite consigli per l’esposizione ai rivenditori di giornali?
Fino al 2 agosto, i prezzi dei titoli compresi nella collana Newton Pocket scendono da 4,90 a 3,90 euro: un motivo in più per dedicare spazio a questa iniziativa aderendo alla campagna “L’estate viaggia a 3,90” che abbiamo appena lanciato.
4) Quali sono i generi che vanno di più in questo periodo?
È proprio la cosiddetta narrativa di “genere” ad andare particolarmente forte in estate: dal thriller al romanzo storico passando per il noir e il rosa, i lettori, sotto l’ombrellone, sfogano anche con la lettura il bisogno di evasione che è andato accumulandosi nel corso dell’intero anno.
5) Quali sono i consigli che potete dare al rivenditore di giornali per aiutare le vendite dei “pocket” in questo periodo?
Un solo consiglio: dedicare più spazio espositivo ai libri. Ne beneficerà il fatturato ma ci si guadagnerà anche in termini di fidelizzazione del cliente, questo è garantito.
6) Chi è il lettore principale del Vostro “pocket”?
La Newton Compton, con la sua programmazione editoriale, cerca di rivolgersi a un pubblico il più allargato possibile. Facciamo libri per tutti e i pocket, da questo punto di vista, non fanno eccezione: bisogna tenere presente che niente come il prezzo di copertina basso spinge il lettore ad addentrarsi anche in territori che normalmente non frequenta e così le persone più diverse approfittano dell’offerta per scoprire qualcosa di nuovo senza spendere un capitale.
7) Se fosse un pubblicitario, come definirebbe il “pocket”?
Un piccolo libro, una grande emozione!!!
(Intervista di Donatella Cei per "Azienda Edicola" n. 9 - 2009)
Tutto quello che dovresti sapere sull'Africa e che nessuno ti ha mai raccontato
Sfruttamento delle materie prime, traffico d'armi, AIDS, cavie umane e bambini soldato
Fin dai tempi più remoti l’Africa è stata terra di conquista, e gli interessi stranieri ne hanno impedito il consolidamento in Stati, seminando guerre, miseria e morte. Oggi, agli inizi del XXI secolo, dopo anni di promesse dell’Occidente, spesso tradite dai fatti, nonostante il suo illimitato potenziale l’Africa non è ancora riuscita a darsi un'unità politica ed economica, né ha realizzato un’equa redistribuzione delle risorse. I conflitti armati continuano a creare terreno fertile per l’ingerenza straniera, a cui si aggiungono nuove piaghe: dal terrorismo alla droga, dalla biopirateria all’emergenza climatica. In questo saggio Carrisi evidenzia come, nell’epoca della globalizzazione, il continente nero si trovi soggiogato da una nuova forma di “colonialismo” che vede in campo nuovi attori – Cina, India, Brasile, Iran –, oltre ai tradizionali, Stati Uniti ed Europa. Eppure l’Africa negli ultimi anni ha conosciuto una crescita economica rilevante (dovuta essenzialmente alla domanda di “oro nero”), che potrebbe consentirle di iniziare a recuperare il ritardo accumulato. Ma, come sottolinea Carrisi, per riuscirci è necessario sciogliere alcuni “nodi” fondamentali: “governance”, AIDS, nuove tecnologie, gestione delle risorse, e soprattutto lasciare finalmente agli africani il loro destino e il loro futuro.
Giuseppe Carrisi giornalista Rai, scrittore e documentarista, da anni si occupa delle problematiche dei Paesi in via di sviluppo, in particolare dell'Africa, e ha realizzato numerosi reportage da zone di guerra (Palestina, Sierra Leone, Uganda, Repubblica Democratica del Congo). Ha pubblicato il volume Kalami va alla guerra, dedicato al fenomeno dei bambini utilizzati nei conflitti armati, e sullo stesso argomento ha anche realizzato un film-documentario, dal titolo Kidogò, un bambino soldato, presentato al Giffoni Film Festival 2008.
La banda della Magliana è tornata
ed è più cattiva che mai
Nel cuore della più degradata tra le periferie romane, tra rave illegali e risse da stadio, un gruppo di giovani sbandati dediti a ogni tipo di crimine incappa nel ritrovamento di un grosso quantitativo di cocaina. Il denaro che potrebbero ricavarne è il loro primo pensiero... prima di scoprirsi proiettati in un affare più grande di loro, dove i boss della banda della Magliana incarnano un passato di violenza rabbiosa: sopraffazioni pronte a tornare in gioco lungo la strada che, dai palazzoni della borgata, arriva fino alla cupola del grande spaccio internazionale. Un romanzo-verità, una testimonianza nuda e cruda di un mondo in cui l'amore si paga in contanti e dove la vita umana vale meno di un grammo di droga.
Luca Moretti (L’Aquila, 1977) vive e lavora a Roma. Ha fondato il magazine letterario Terranullius.it e ha pubblicato con Antonio Bufi le raccolte di racconti L’orata spudorata e L’orata innamorata. Cani da rapina è il suo primo romanzo. La sua opera migliore si chiama Eva.
ROMA - Definita la cinquina dei finalisti all'edizione 2009 del Premio Strega, che sara' assegnato il 2 luglio a Villa Giulia. A contendersi il prestigioso riconoscimento letterario saranno Tiziano Scarpa con 'Stabat Mater' (Einaudi), Massimo Lugli con 'L'istinto del lupo' (Newton), Cesarina Vighy con 'L'ultima estate' (Fazi), Antonio Scurati con 'Il bambino che sognava la fine del mondo' (Bompiani) e Andrea Vitali con 'Almeno il cappello' (Garzanti). (Agr)
Come è nata l'idea del tuo primo libro, "La legge di Lupo solitario"?
C'erano troppi poliziotti e investigatori privati e ho pensato a un personaggio completamente out. Ho cominciato senza uno schema definitivo. Ci ho messo cinque anni...
Perché?
Mi fermavo spesso. Avevo paura. Avevo giurato che, se non fosse andata bene, non avrei provato più a scrivere narrativa.
E "L'istinto del Lupo", quello con cui concorrerai allo Strega?
Chiacchierai con il mio editor, Cristiano Armati, e mi ha detto: "Perché invece di un seguito non scrivi un prequel?". Mi si è aperto un mondo. Ho cominciato il giorno dopo e, in sei mesi, l'ho finito.
(Intervista a Massimo Lugli di Maurizio Gallo, da "Il Tempo" del 9 giugno 2009)
Cosa fanno tre uomini e quattro donne dentro un ufficio al trentaseiesimo piano di sabato mattina? Sembrerebbero partecipare a una riunione aziendale straordinaria... finché il capo non informa i suoi collaboratori che, al termine della discussione, ognuno di loro deve morire: l’azienda chiude ed è molto meglio non lasciare testimoni vivi. Questa infatti non è un’azienda qualsiasi. Qui c’è di mezzo la CIA, che per l’occasione ha fatto le cose in grande: il palazzo è blindato e a ogni via d’uscita sono collegati serbatoi di gas mortale. Gli ascensori e i telefoni sono fuori uso e l’unica scelta a disposizione dei convocati è quella di avvelenarsi con un micidiale cocktail a base di champagne o essere eliminati con un colpo di pistola alla tempia... La segretaria, a questo punto, impazzisce: si impossessa dell’arma e spara al capo. È il segnale che gli agenti segreti stavano aspettando. In un attimo, i nervi tesi innescano la miccia e nella stanza delle riunioni si scatena l’inferno. Tra accoltellamenti, sparatorie, vetri in frantumi, salti acrobatici, esplosioni di gas nervino e rivelazioni sempre più scioccanti, quella che era iniziata come una tranquilla riunione tra placidi impiegati si trasforma in una giostra folle e sanguinaria, spietata e surreale come un film di Tarantino.
Duane Swierczynski è caporedattore del «Philadelphia City Paper» nonché autore di fumetti per la Marvel Comics. Uccidere o essere uccisi è il suo terzo romanzo. Il suo blog si chiama Secret Dead.