lunedì, 28 settembre 2009

Walter Rossi: noi non dimentichiamo

Walter Rossi
WALTER ROSSI UCCISO DAI FASCISTI A 20 ANNI - 30 SETTEMBRE 1977
NOI NON DIMENTICHIAMO!

30 settembre 2009 - ore 17 piazzale degli Eroi

ore 18 Un fiore alla lapide di Walter in viale delle Medaglie d'Oro

dalle Ore 20 in poi all'EX LAVANDERIA Padiglione 31 del Santa Maria della Pietà:
cena sociale: "Magna Pure te"
concerto dei Pad 31 + Sound System "DAJE PURE TE"
Partecipano: Sigaro (Banda bassotti) e Militant A

INTERVENGONO:


Cristiano ARMATI (Cuori Rossi), Tano d'AMICO, NUNZIO D'ERME, MADRI ROMA CITTA' APERTA

postato da: armati alle ore 14:42 | link | commenti
categorie: segnalazioni, cuori rossi
giovedì, 27 agosto 2009

Renato Biagetti (Fiumicino - Roma, 27 agosto 2006): cronaca di un'aggressione annunciata


Renato Biagetti

Focene è un borgo di villette basse costruite nel territorio del comune di Fiumicino lungo un viale schiacciato tra il recinto dell’aeroporto e il mare. Ci vivono poco meno di tremila persone che, come tutti gli abitanti del litorale laziale, conservano la memoria dei tempi in cui la spiaggia non serviva a piantare ombrelloni o ad aprire sedie sdraio ma, per il semplice fatto di trovarsi lontano dal centro, favoriva gli insediamenti abusivi e l’edilizia popolare.

Negli anni Sessanta, quando ne La dolce vita Marcello Mastroianni porta la bella attrice americana al mare, viene a Focene e, sulla pellicola di Fellini, restano impressionate scene di povertà e disagio: lontano dalla scintillante via Veneto, la faccia più vera della capitale.

In anni più recenti, rispetto a Ostia o a Fregene, le altre spiagge di Roma, Focene è restata una zona meno mondana e più popolare. Lentamente, però, accanto al traffico dei pendolari che scendono in città per lavorare, la frazione di Fiumicino ha iniziato timidamente a popolarsi di vetture che, sul portapacchi, ostentano colorate tavole da surf. Da quel momento, soprattutto d’estate, la spiaggia di Focene è diventata più bella e viva di quanto si possa immaginare: flutti da cavalcare durante il giorno e, dopo il tramonto, la musica reggae per ballare.

«Good Vibrations» e «Peace & Love»: potrebbero essere questi gli slogan della serata nella dance hall naturale allestita sulla spiaggia gestita dal “Buena Onda”; senz’altro espressioni che suonano familiari alle orecchie di Renato Biagetti: ventisei anni, laureato da poco ma, almeno per il momento, più interessato a lavorare come tecnico del suono che in qualche branca dell’ingegneria. Il futuro, in fondo, può aspettare… altrimenti che futuro è?

Il presente di Renato – residente nella zona di Grotta Perfetta – è già ricco per conto suo: la passione per il calcio; la frequenza quasi quotidiana del centro sociale Acrobax nato nell’ex cinodromo di Ponte Marconi; il supporto alle iniziative che utilizzano la musica per dire no al razzismo, no al sessismo, no alla guerra, no all’omofobia; l’amore per Laura, la sua fidanzata, e l’amicizia con un numero enorme di “fratelli” e “sorelle” ma, in modo particolare, con Paolo, un ragazzo che Renato conosce da una vita.

Il 27 agosto del 2006, quando Renato, Laura e Paolo prendono la macchina per andare a ballare al Buena Onda ci sono tutti i presupposti per passare insieme una bellissima serata. Il caldo torrido di Roma fa presto a impastarsi nella brezza marina e a sciogliersi insieme a una birra nelle reminiscenze afrogiamaicane del dub e del reggae. Il tempo, sospinto da un ritmo ispirato dai battiti del cuore, vola più in alto dei gabbiani e, quando torna a toccare terra, non è più nemmeno notte visto che l’orologio segna le cinque del mattino.

È facile immaginare i tre ragazzi mentre si preparano a tornare a casa: sembra quasi di sentire le loro battute, le loro risate. Il più allegro di tutti, probabilmente, sarà proprio Renato. Tutti quelli che lo conoscono, facendo mente locale, se lo ricordano sempre con il sorriso sulle labbra e mai incazzato.

Imboccato il viottolo che, dalla spiaggia, riporta alla strada principale, Renato e Paolo si mettono un momento seduti su un muretto mentre Laura recupera la macchina. Immediatamente, però, un’altra vettura si affianca ai ragazzi. La guidano due ragazzotti con la voce grossa: «È finita la festà, sì?!», urlano.

La loro, ovviamente, non è una domanda ma una provocazione: «Allora che cazzo state a fa’ qui? Andatevene a Roma! Merde!».

È così che comincia l’aggressione. Il posto dove colpire non è stato scelto a caso. Lo dicono tutti a Focene che al Buena Onda ci vanno le zecche. Renato e Paolo tentano di impedire ai due di uscire dalla macchina ma non ci riescono e gli aggressori, non appena aprono gli sportelli, hanno già il coltello tra le mani. Paolo viene colpito e anche Laura, quando cerca di intervenire, è presa a pugni. Il più grave di tutti, però, è Renato, anche se lui, quando i vigliacchi che l’hanno aggredito scappano, ha ancora la forza di parlare. Con l’energia che gli è rimasta dice a Paolo e Laura di sentirsi bene, che non c’è bisogno di preoccuparsi, piangere, stare male…

Anche un carabiniere si presenta al capezzale di Renato. Confabula con il ragazzo qualche minuto, quanto basta per raccogliere la deposizione del ferito…

Poi Renato non riesce più a parlare. Il viso dei sanitari che entrano ed escono dalla sala operatoria si fa scuro e a mezzogiorno la notizia diventa ufficiale. Forse alle cure di Renato non è stata dedicata la giusta emergenza – i suoi compagni punteranno il dito contro il ricovero e parleranno di «ritardi inaccettabili» - ma ormai quel ragazzo sempre allegro è morto, non c’è niente da fare.

 

* * *

 

Mentre Renato veniva accoltellato sulla spiaggia, diversi testimoni vedono i ragazzi che infieriscono con i coltelli e, quando gli aggressori scappano con la macchina, annotano il numero di targa e il modello della vettura.

Stranamente questi riferimenti non consentono affatto ai carabinieri di mettere immediatamente le mani sugli assassini così gli aggressori riescono a far perdere le loro tracce risultando irreperibili per almeno tre giorni.

Nell’attesa che venga chiarita l’identità di chi ha ucciso Renato, diversi giornalisti iniziano a scrivere di quanto è accaduto mandando in stampa articoli pieni di “certezze” ma avari di riflessioni approfondite oltre che di dubbi.

La morte di Renato, secondo la maggior parte dei giornalisti (si distingue, tra gli altri, Checchino Antonino di «Liberazione»), sarebbe soltanto il tragico epilogo di una rissa. Un episodio di violenza imputabile alla testa calda dei protagonisti o agli scoppi d’ira a cui, com’è noto, possono essere soggette le persone drogate o ubriache…

Le voci dei testimoni, a cominciare da Paolo e Laura, non vengono ascoltate. Quando, dopo settantadue ore di latitanza, i colpevoli vengono finalmente arrestati, il sindaco Walter Veltroni riesce a complimentarsi con le forze dell’ordine per la velocità (!) con cui i responsabili della morte di Renato sono stati intercettati limitandosi a condannare genericamente la “violenza” come se questa non fosse affatto, in questo come in altri casi, politicamente connotata.

Persino dopo l’arresto dei ragazzi che hanno accoltellato Renato, sono davvero pochi quelli che si prendono la briga di sottolineare che, per parlare di rissa, è necessario che tutte le parti coinvolte partecipino attivamente alla colluttazione.

A Focene, invece, le cose sono andate in modo completamente diverso: da una parte ci sono dei ragazzi pacifici che non disturbano nessuno, dall’altra due facinorosi che si presentano davanti al Buena Onda armati di coltello. Come si fa a sostenere che è stata una “rissa” ad uccidere Renato? E come si fa a misconoscere la chiara matrice politica dell’omicidio quando salta fuori che uno degli aggressori ha una croce celtica tatuata sul braccio?

L’assassino, nella fattispecie, è il diciannovenne Vittorio Emiliani e a Focene lo conoscono tutti visto che è proprio qui che è cresciuto. Quando è stato portato nella caserma di Ostia è scoppiato a piangere. Insieme al suo complice – ancora minorenne e quindi chiamato dai giornalisti solo con nomi di fantasia – ha confessato agli inquirenti: «Non sapevamo di aver ucciso un uomo, l’abbiamo letto sui giornali».

Emiliani ha ucciso, eppure avere un morto sulla coscienza non basta a fargli ammettere le colpe di cui si è macchiato: «C’è stata la lite, questo lo ricordiamo, ci siamo anche picchiati, ma non ricordiamo della coltellata che ha ucciso il ragazzo».

I carabinieri non insistono e mettono a verbale le dichiarazioni di Emiliani. Effettivamente la sua memoria deve funzionare davvero male visto che la «coltellata che ha ucciso il ragazzo» di cui parla non è stata soltanto una ma addirittura otto.

[…] L’arma del delitto, su indicazione dello stesso Vittorio Emiliani, viene ritrovato seppellita nei giardinetti di Focene. Secondo alcuni testimoni, anche il ragazzo minorenne che era con Emiliani ha partecipato all’aggressione armato di coltello. Questa seconda arma, però, non è mai stata ritrovata. E anche i tre giorni di latitanza degli imputati restano piuttosto oscuri quando si prova a ricostruire l’esatto svolgimento dei fatti. Una mancanza di chiarezza che i più malfidati attribuiscono a un particolare non esattamente irrilevante: a svolgere le indagini non è un corpo di polizia qualunque ma la stessa caserma in cui il signor Giulio Emiliani, padre di Vittorio, presta servizio come brigadiere.

 

* * *

 

Il caso di Renato Biagetti è particolarmente tragico ma tutt’altro che isolato. La rete dei centri sociali romani e le associazioni democratiche della capitale si mobilitano al grido di «Verità per Renato». L’Acrobax, a sole quarantotto ore dalla morte del compagno, emette un comunicato nel tentativo di arginare la disinformazione che sta piovendo sul cadavere del ragazzo assassinato:

 

Non si è trattato di una rissa tra balordi all’uscita di una delle discoteche del litorale ma di uno dei tanti episodi che si iscrive dentro un clima sociale, politico e culturale determinato dalle destre in Italia. Non sappiamo chi sono questi delinquenti ma queste pratiche ci ricordano da vicino le tante aggressioni agli spazi sociali e alle persone che li attraversano che si sono ripetute a Roma e altrove.

 

La croce celtica tatuata sul braccio di Emiliani, arrestato il giorno dopo l’emissione del comunicato, dimostrerà che gli amici di Renato hanno ragione. E anche quando l’Acrobax sostiene che la morte di Emiliano è soltanto «uno dei tanti episodi che si iscrive dentro un clima sociale, politico e culturale determinato dalle destre», l’affermazione può essere sostenuta da dati reali. Un dossier compilato per l’occasione, infatti, raccoglie informazioni riguardanti ben 134 aggressioni a sfondo razzista, omofobo e fascista compiute a Roma e nel Lazio tra il 2004 e l’estate del 2006. Una lettura assolutamente sconsolante, […] ed è proprio rispetto al contesto fotografato da questo dossier, tra l’altro, che quella di cui è stato vittima Biagetti può dirsi un’“aggressione annunciata”.

 

* * *

 

[…]Diluite negli spazi in genere riservati a reati come furti e rapine, le informazioni sulla violenza politica diventano difficilmente distinguibili da quelle sulla criminalità comune, generando lo stesso

tipo di attitudine che, all’ennesima potenza, esplode nel corso del processo agli assassini di Renato: l’attitudine a negare, insieme alle idee, anche la dignità della vittima. Perché morire nel corso di una rissa tra balordi non è assolutamente uguale a essere uccisi in virtù di un’aggressione subita a causa

della propria differenza morale ed esistenziale.

Eppure, da questo punto di vista, neppure il processo ha reso giustizia alla dinamica dei fatti di Focene. In primo grado Vittorio Emiliani è stato riconosciuto colpevole di omicidio volontario e condannato alla pena di quindici anni e otto mesi di reclusione. Nelle motivazioni della sentenza, però, riaffiora lo spettro della «rissa tra balordi» senza alcuna allusione alla matrice politica dell’agguato: degno corollario di un dibattimento in cui gli osservatori non hanno potuto fare a meno di sottolineare alcune circostanze a dir poco strane. La deposizione che, poco prima di morire, Renato rende al carabiniere arrivato a sentirlo all’ospedale Grassi, per esempio, non venne verbalizzata dal militare: come mai?

Si tratta di una dimenticanza o anche questa singolare perdita di memoria è di natura, per così dire, “sociale”?

Perché negli ultimi dieci anni, sembra quasi che condannare la violenza fascista sia diventato politicamente scorretto: un atto capace di far entrare in crisi le ragnatele di un sistema parlamentare che si presenta come moderato quando ha bisogno di conquistare i voti del ceto medio ma che poi, quando si tratta di aggregare la rabbia e il disagio di fasce sempre più ampie di popolazione, è costretto a cedere agli alleati di estrema destra la possibilità di farsi portatori di valori distorti e pericolosi, dalle manie xenofobe all’esaltazione dell’etica dell’attacco fisico che “il guerriero” porta al nemico e al diverso. Finché questa sorta di tacito accordo “regge”, i centri sociali vengono assaltati a colpi di molotov, i “capelloni” picchiati per strada, i gay insultati e aggrediti, i campi rom bruciati, gli attivisti di partiti e organizzazioni di sinistra sprangati, le donne molestate e i luoghi della memoria antifascista profanati.

Il tutto è ampiamente sottovalutato in quanto soltanto tragedie come quella di Renato riescono, per un attimo, a rompere la malcelata regola del silenzio che regola il trattamento della violenza politica… salvo arrivare a negare, anche parlando di ciò che è successo a Focene, la matrice culturalmente destrorsa dell’agguato riconducendo il tutto alla solita «rissa tra balordi»; come dire: la vittima avrebbe fatto meglio a starsene a casa anziché fare le cinque in discoteca!

Non c’è dubbio che un simile modo di pensare sortisca l’effetto di tranquillizzare l’opinione pubblica. Ma i familiari di Biagetti, insieme a tutti i soggetti che hanno dato vita all’associazione che porta il nome del giovane tecnico del suono, non è la “tranquillità” ma la «verità per Renato» quello che chiedono. Per questo, partecipando a manifestazioni, organizzando feste o gestendo il blog http://veritaperrenato.noblogs.org, «non è stata una rissa, è stata un’aggressione» è la cosa che, con più forza, continuano a ripetere gli amici e i compagni di Renato.

 

(Cristiano Armati, tratto da "Cuori rossi", Newton Compton 2009)

postato da: armati alle ore 11:45 | link | commenti (1)
categorie: strane storie, cuori rossi

Liberafesta: Armati a Genzano di Roma

SABATO 29 AGOSTO - ore 20 e 30

nell'ambito della Festa di Liberazione di Genzano
(viale delle Regioni, zona del mercato)

Cristiano Armati presenta

CUORI ROSSI
La sanguinosa storia di chi ha pagato con la vita il prezzo delle proprie idee

coordina Davide Dell'isola

Liberafesta
postato da: armati alle ore 10:59 | link | commenti
categorie: cuori rossi, reading presentazioni e festival
venerdì, 03 luglio 2009

Cuori rossi e Zona del silenzio: dedicati al caso Aldrovandi, due libri irritano la polizia

«Non sapremo mai di cos'è morto quel ragazzo». Uno dopo l'altro, in due giornate serrate di arringhe, i legali dei quattro imputati per l'omicidio colposo di Federico Aldrovandi, hanno provato a smontare le tesi della pubblica accusa fino ad approdare a una sorta di agnosticismo cosmico, uno scetticismo sitematico su ogni evidenza processuale. Conclusioni: sarebbe impossibile ricostruire le cause delle morte, ciò che è emerso «non rende plausibile (ma solo probabile, ndr) la catena causale» di eventi che hanno portato al decesso di un diciottenne incensurato e disarmato che tornava a casa all'alba di una domenica mattina di quasi quattro anni fa.
Sotto accusa, di nuovo, lo stile di vita presunto del diciottenne rimasto ucciso durante un violentissimo e misterioso controllo di polizia. In fin dei conti era un drogato, hanno insistito, un drogato perdipiù cintura marrone di karate. La tesi più cara ai difensori dei quattro membri degli equipaggi delle due volanti è quella della chetamina killer - «Sì, sì, sì», esclamava l'avvocata Vecchi del foro riminese: può dare allucinazione e agitazione - ma anche morfina ed Lsd. Eppure delle prime due sostanze furono trovate lievi tracce che non giustificherebbero l'agitazione, «l'incapacità di fermarsi di fronte allo sforzo». E di Lsd neppure quelle lievi tracce. Aldro, con ogni probabilità, fu truffato da chi gli vendette dei "francobolli" ma per le difese l'acido non si trovò «perché non fu cercato». I quattro legali e i loro collaboratori hanno spulciato ogni pagina degli atti e ne rendono conto con eloquenza in arringhe lunghe ore e ore. Confutano le perizie che, peraltro, a volte sono scritte con un linguaggio scivolosissimo e sono state svolte prima di conoscere le testimonianze che l'accusa considera decisiva. Ecco i "titoli": le difese puntano sul disaccordo tra il pm e i gli autori della superperizia che Proto ordinò quando sostituì la prima pm, quella di turno quella notte che non si presentò mai sulla scena del delitto, forse depistata da chi la avvisò appena si rese conto che il ragazzo era morto. E le indagini casalinghe? Appunto, per la difesa sarebbe tutta colpa della prima magistrata che poi, quando l'eco dell'inchiesta scavalcò i confini ferraresi, si dimise dal caso. Altro cavallo di battaglia delle difese: l'«indimostrabilità» del rilievo concausale del "contatto" tra i quattro e il giovane, pescato senza documenti in un'area - il parchetto di via Ippodromo - considerata sensibile. E la foto del cuore "spezzato"? Una «carta della disperazione» di un'accusa senza prove certe. Torna l'immagine di un ragazzo reso imbizzarrito dalle droghe, che si infurierebbe «alla sola vista del nemico», che terrorizza i passanti e poi salta sul cofano quindi sul tetto della volante, talmente forsennato da non sentire nemmeno il dolore allo scroto quando cade a cavalcioni dello sportello. Un'azione «fulminea» che nella ricostruzione delle difese si contrae in una manciata di minuti: la scena di almeno cinque minuti raccontata dalla superteste che li vide «come le formiche», «con i bastoni», sopra un ragazzo agonizzante che chiedeva di smetterla, diventa uno sketch da trenta secondi. Perché altrimenti la tesi del ragazzo "già morto", schiantato dalle droghe e dalla sindrome da eccitamento, ovvero che sarebbe morto indipendentemente dall'incontro con le volanti, non potrebbe reggersi. E i segni in testa? Solo uno sfregamento del cranio sull'asfalto. E sarebbe decisiva l'assenza di segni di manette sul dorso. E la posizione prona in cui fu lasciato nonostante non riuscisse a respirare? «Quella non compromette la ventilazione», si sente dire con ampie citazioni di letteratura scientifica. E le due testimoni residenti nella palazzina di fronte al cancello dell'ippodromo? «Non hanno visto nulla». E i manganelli? Calci e manganellate sarebbero la «leggenda nera di questo processo». Gli sfollagente, poi, erano vecchi. E le implorazioni di Federico citato da diversi testi? «Ma quelle parole erano davvero sue? Era allucinato, aveva un rapporto col mondo di tipo persecutorio». Insomma fu la droga, sempre la droga. «Il resto è probabile ma non può essere provato». Questa la trincea delle difese degli agenti che considerano le accuse «una prateria di illazioni», di suggestioni, congetture e bugie. E riservano frecciate a una stampa, a loro dire, troppo vicina alle parti civili, ossia ai genitori di Federico la cui ostinazione ha consentito l'approdo a un processo pubblico dopo mesi di depistaggi su cui indaga un'altra inchiesta.
Esplicite le citazioni in aula per il vostro cronista, da parte di uno dei legali, contro le citazioni «stonate» di questa vicenda che avrebbero «preconfezionato la sentenza». A irritare il collegio difensivo due libri: uno di Cristiano Armati ("Cuori rossi", Newton Compton) reo di aver accomunato Aldro alle centinaia di morti in ordine pubblico; l'altro quello scritto dal vostro cronista assieme al disegnatore Alessio Spataro ("Zona del silenzio", Minimum Fax) perché ci ostineremmo a «cercare verità e giustizia a senso unico, criticando insensatamente la polizia». Lunedì, dopo le probabili controdeduzioni del pm, il giudice monocratico si ritirerà in camera di consiglio.

(Checchino Antonini - da "Liberazione" del 1 luglio 2009)

Federico Aldrovandi
postato da: armati alle ore 10:20 | link | commenti
categorie: ospiti, cuori rossi
martedì, 30 giugno 2009

Cuori rossi e i buttafuori della memoria

Il 29 gennaio del 1995, nel piazzale del “Ferraris”, Vincenzo Claudio Spagnolo viene aggredito dalla Banda del Barbour, un gruppo di milanisti di buona famiglia e di estrema destra. Sta aspettando la sua ragazza, Spagna. Sono le 13:40. L’attacco è infame, vigliacco, premeditato, studiato a tavolino. Una coltellata a un genoano, come segno distintivo della Banda, come lasciapassare per diventare grandi ed importanti nell’orbita del tifo organizzato della Sud milanista. Un colpo al cuore. Claudio muore in ospedale. La Nord genoana non lo dimenticherà mai.

Vivere nel cuore di chi resta non è morire
Hasta siempre, Spagna! Esiste una ricostruzione minuziosa di quell’evento, “Diari di una domenica ultrà”, edita dalla Franco Angeli. Copertina blu, Valerio Marchi la esponeva sempre, a San Lorenzo. Ci sono altre tracce sparse: articoli di giornali e riviste, videointerviste, speciali televisivi. E c’è il capitolo 39 di “Cuori Rossi”. Cristiano Armati è passato da Foggia per presentarlo,“Cuori rossi”. Gli abbiamo esternato la nostra condivisione: Spagna con Curiel, coi morti di Portella della Ginestra e di Brescia, con i caduti di Modena e di Avola, con Fausto, Iaio e Valerio, in quella sequenza agghiacciante di volti che è la nostra memoria. Ci ha risposto: “Voi non sapete a quanti compagni, invece, non è andata affatto giù questa cosa… Non sapete quanti mi hanno chiesto: Che c’entra?”.

No suprises, cantavano i Radiohead, nonostante la tristezza, la profonda, abissale tristezza e la momentanea impotenza.
Claudio era un compagno. Uno di noi, senza che nessuna Commissione di Saggi & Saccenti possa azzardarsi a sostenere il contrario, o rimodulare le modalità, a fingere che esista un luogo e un modo per morire bene. Per morire a sinistra.
Claudio era un nostro compagno. Come Renato Biagetti, pugnalato a Focene a margine di una festa in spiaggia; come Carlo Giuliani, sacrificato all’altare degli otto grandi. Come Nicola Tommasoli, assassinato a Verona dalla furia vigliacca di un branco di cani.

Uscire dal percorso obbligato che segna l’appartenenza, la qualità e la tonalità del muscolo cardiaco. Rossi: nelle strade, nei quartieri, in curva, nei luoghi più impensati ed impensabili, a costruire le premesse per una nuova fase, a dilatare gli spazi angusti di una contraddizione per tramutarla – come alchimisti – in aperto conflitto. A pagare in prima persona, senza concessioni e senza sconti, il conto della repressione, degli agguati vigliacchi, delle lame nel buio.
Dovrebbe essere scontato, acclarato, un dato comune a tutti quelli che in comune hanno un contesto e un cammino.
Invece. Invece sembra di sentirli quelli che inquadravano da distanze siderali il modus vivendi di Davide Cesare, Dax, che ne scandagliavano il passato – come un novello Alceste Campanile – e ne indagavano le macchie, confinando il suo stile al sottobosco inesplorato e misconosciuto delle Sottoculture. Buone, si, per un libro al cocktail, per darsi un tono da tuttologi in sala da the, per democratizzare l’approccio ancora liceale, ancora classista. Ma non certo per condividere compagni in carne ed ossa.
Il 5 giugno 1975, ad Arzello d’Acqui, in provincia d’Alessandria, durante gli ultimi singulti del sequestro di Vallarino Gancia, i carabinieri uccidono Margherita “Mara” Cagol, militante e dirigente delle Brigate Rosse. Per un vezzo maschilista ritenuta sempre e solo “la compagna di Renato Curcio”. Sulla morte di Mara esiste una verità che non è verità di Stato, che non è conflitto a fuoco, e che parla di fredda e lucida esecuzione. Così come d’esecuzione si deve parlare per Annamaria Ludman e le vittime di via Fracchia, ancora a Genova, dopo l’incursione del Nucleo Antiterrorismo che costò la vita ad altri quattro brigatisti e – come dicono molti – segnò la fine della colonna genovese. O per Walter Greco, Pedro, ucciso a Trieste da un agente della digos. Tutti impressi nella carta del capitolo 23. Un “mai documentato eccesso di ritorsione”. Tutti impressi nella memoria. Bene, perché ai compagni non è permesso atteggiarsi a vittime e c’è la storia, ci sono i colpi ricevuti, ci sono i colpi dati. Senza dosaggi e senza filtri, in ossequio all’abitudine di leggere il dato, piuttosto che a crearlo, lavorando di fantasia e d’idealismo sfatto. Eppure, anche qui le voci salgono, come una nebbia densa: “Che c’entra la Cagol? E i brigatisti, che c’entrano con i compagni?”.

Riflesso, rimando automatico ad un passato che non si vuole affrontare: le Brigate Rosse sono ancora “sedicenti”, per molti, a 40 anni di distanza. Eredità, a tratti inevitabile, di un partito glorioso ed infame, infinitamente grande e miserabilissimo. L’album di famiglia deve rimanere ermeticamente chiuso, se proprio non può essere dato alle fiamme. Anche qualora questo comportasse, come conseguenza immediata, l’impossibilità (presente e reale) di parlare con una voce della famosa “soluzione politica” per uscire dagli anni di piombo. Evitare le figuracce sui Battisti, sui Persichetti, sui Lollo. Capire chi siamo e da dove veniamo, prima di sbraitare stupidaggini, giocare – senza la minima esperienza concreta e la necessaria sapienza di vita – ai buttafuori della memoria.
Cominciando dallo studio approfondito del senso di quella formula, Vittima Consapevole, che fungeva da rivendicazione a prescindere, e toglieva ossigeno alla fatalità. Luigi Pinto non si trovava per caso a due passi dalla bomba che ha devastato la Loggia di Brescia. E posto fine alla sua vita. È bene non dimenticarlo mai. O, per chi non lo sa o lo ignora o parla di “vittime”, di cominciare a familiarizzare col nuovo linguaggio d’un tempo. Perché cambiano gli esecutori e le dinamiche. Ma raramente cambiano i mandanti.
E il fatto resta: in tanti, troppi, si autoproclamano ancora oggi giudici e si autoconvocano, per inspiegabili inerzie, a sentenziare sul passato, a selezionare, a scegliere, a vivisezionare le vite di quelli che la vita l’hanno dedicata alla propria guerra che, per definizione, è insindacabile.
Nell’incapacità di possedere una lettura organica, a dividere i buoni dai cattivi, anche a distanza di decenni. Genova – quella dell’Ottanta, quella del Novantacinque e quella del Duemilauno – non ci ha insegnato niente.

(ilLaerte - Zona Partigiana)

postato da: armati alle ore 15:26 | link | commenti
categorie: ospiti, cuori rossi
lunedì, 08 giugno 2009

Cuori rossi a Pisa

MERCOLEDì 10 GIUGNO - Ore 21 e 15

CIRCOLO ARCI AGORA' (Via Bovio 48-50 / PISA)

Cristiano Armati presenta

CUORI ROSSI


A cura della Biblioteca Itinerante del circolo con la collaborazione della libreria "Tra le righe". Durante la presentazione del libro, intervento canoro dei VINCANTO e del coro Agorà. Ingresso gratuito.

cuori
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categorie: cuori rossi, reading presentazioni e festival
venerdì, 08 maggio 2009

Armati a Padova

MERCOLEDì 20 MAGGIO - ORE 19 e 30

Associazione ALTRAGRICOLTURA NORD EST

Corso Australia 61 - Padova

Cristiano Armati presenta

CUORI ROSSI

La sanguinosa storia di chi ha pagato con la vita il prezzo delle proprie idee
postato da: armati alle ore 12:28 | link | commenti
categorie: cuori rossi, reading presentazioni e festival
martedì, 05 maggio 2009

Armati a Livorno: le fotografie del 26 aprile

Fortezza nuova
In diretta dalla Fortezza dal Basso di Livorno
le fotografie della presentazione di "Cuori rossi"
e dello spettacolo "Verona Caput Fasci" del 26 aprile 2009


Cristiano Armati