I libri, i reading, le poesie e gli articoli di (e su) Cristiano Armati
Roma Noir (Newton Compton) è una raccolta di racconti noir ambientati a Roma, protagonisti personaggi marginali e emarginati confrontati con vite dure dove i protagonisti più che vivere sopravvivono. Personaggi minimali, le cui vicende dure e oscure nel caso migliore avranno forse due righe sui giornali, tra loro spiccano Anagnina, circense che quando è troppo cresciuta per fare la contorsionista potrà solo vendere il suo corpo, Cammillo, mostruoso ragazzo lupo evitato da tutti che solo dopo morto troverà qualcuno che prova pietà umana nei suoi confronti, Carlo, che prova a redimersi da un passato con l’aiuto dello zio, ma nemmeno la paternità riuscirà a tenere lontano dalla droga che gli sarà fatale, Pamela prostituta con gli occhi verdi e le treccine colorate, Johnny pappone buono che ama l’anziana madre e che offre anche personalmente i suoi servigi. Un linguaggio efficace, crudo che vi catturerà all’interno della periferia romana.
Qualche domanda a Cristiano Armati, giornalista free lance romano, autore di Roma Criminale, Italia Criminale e Cuori Rossi, tutti per Newton Compton.
Una Roma insolita, sconosciuta ai più che affiora nelle cronache dei quotidiani solo in occasione di fatti efferati. Perché hai scelto questa ambientazione?
Posso dire che, dal punto della location, Roma noir è un libro che ha scelto da solo la sua ambientazione. Io, anno dopo anno, mi sono limitato a vivere le storie che ho raccolto e quindi a trasformarle in racconti. A tenere insieme tutto il materiale, due fili conduttori: un’idea di noir molto più vicina a quella che ha animato i padri fondatori del genere (un nome su tutti: Guy de Maupassant) rispetto all’odierna tendenza al poliziesco (alle storie di guardie ho sempre preferito quelle di ladri); e uno sguardo che ha tratto la sua ispirazione dalla vita reale, quella che si vive sulla strada.
C’è qualche personaggio reale o sono stereotipi?
I personaggi che racconto sono veri come i quartieri in cui vivono, i lavori che svolgono, gli amori che li attraversano. In fase di scrittura, ovviamente, è stato necessario modificare i loro nomi e, in alcuni casi, inventare dei luoghi in cui farli agire perché non è certo possibile mandare in libreria una raccolta di racconti che svela i nomi dei protagonisti dello spaccio in un determinato quartiere o le tecniche di eliminazione dei corpi delle persone rapite nel corso della trascorsa stagione dei sequestri. Ma si tratta di accorgimenti che non inficiano la realtà della narrazione.
Come ti sei documentato, da inchieste giornalistiche o da tuoi personali sopraluoghi?
Il mio motto è “prima vivere, poi scrivere”. Quindi è stato così che mi sono documentato: vivendo.
Le donne o sono prostitute o personaggi passivi quasi sempre legati alla sessualità. Perché le descrivi in modo così negativo?
Si tratta di una sensazione che capisco ma che ha delle ragioni di ordine sociale. Intanto la stessa ambientazione del libro: la periferia romana, per certi versi, eredita un contesto all’interno del quale il maschile e il femminile rappresentano ancora universi differenti e non mondi completamente omogenei rispetto alle scelte e alle possibilità. Poi c’è un altro discorso: Roma noir è un lavoro fondamentalmente dedicato alla discriminazione economica. E la discriminazione economica, a livello materiale, non è nient’altro che il luogo in cui la discriminazione sessuale trova la sua origine e la sua possibilità di riprodursi e diffondersi. Direi che è per questo che, in alcuni racconti, le donne di Roma noir possono apparire così.
C’è una possibilità di riscatto per questi personaggi o le loro vite vanno bene così?
Si tratta di una domanda difficile. Per quanto mi riguarda non può esserci riscatto se non c’è amore, di conseguenza non me la sento proprio di condannare le vite dei personaggi di cui parlo: come si può auspicare un riscatto se si è al sicuro dentro una torre d’avorio fatta di disprezzo o, peggio, di spocchia intellettuale? Io amo le mie periferie, i luoghi in cui sono nato e cresciuto, fatti anche di degrado, di spazzatura non raccolta dal comune, di servizi erogati in misura infima rispetto a quanto viene predisposto per il centro eppure sempre in grado di alimentare al loro interno una voglia di vivere e di lottare che dà la misura di un’umanità ancora non omologata e capace di slanci di ribellione e generosità addirittura commoventi.
Raccontaci la tua Roma …
La mia Roma è un luogo in cui per arrivare in centro occorrono venti fermate di metropolitana o un ora e mezza di autobus. Nella mia Roma i servizi sociali non esistono e vengono sostituiti dalla solidarietà di vicinato. Qui, i mestieri a disposizione di chi vuole emergere, comprendono lo spaccio o la rapina a mano armata. La lingua che si parla è lontana dall’italiano insegnato a scuola, che infatti viene dimenticato in fretta, mentre i valori diffusi – il coraggio e l’amicizia su tutti – sono sottoposti al fuoco incrociato della televisione e degli hard-discount. All’interno della mia Roma si agita un fuoco di resistenza indomabile anche se, quando si tratta di prendere la penna e dare una rappresentazione della periferia, tutto ciò che i giornalisti, gli scrittori e gli intellettuali riescono a fare è parlare di violenza bestiale o sfornare l’ennesima macchietta di coatto in grado di far ridere senza mai spingere a pensare.
(Intervista di Ambretta Sampietro - Milanonera.com)
1) Il “pocket” ha tutto per piacere durante l’estate: formato, prezzo contenuto: quali sono i titoli che presentate in questo periodo?
2) Ci sono titoli per i quali prevedete in partenza il formato pocket destinato all’estate?
3) Quali sono le iniziative a favore di questi libri: espositori, incentivi, locandine, ecc.
Fornite consigli per l’esposizione ai rivenditori di giornali?
Fino al 2 agosto, i prezzi dei titoli compresi nella collana Newton Pocket scendono da 4,90 a 3,90 euro: un motivo in più per dedicare spazio a questa iniziativa aderendo alla campagna “L’estate viaggia a 3,90” che abbiamo appena lanciato.
4) Quali sono i generi che vanno di più in questo periodo?
È proprio la cosiddetta narrativa di “genere” ad andare particolarmente forte in estate: dal thriller al romanzo storico passando per il noir e il rosa, i lettori, sotto l’ombrellone, sfogano anche con la lettura il bisogno di evasione che è andato accumulandosi nel corso dell’intero anno.
5) Quali sono i consigli che potete dare al rivenditore di giornali per aiutare le vendite dei “pocket” in questo periodo?
Un solo consiglio: dedicare più spazio espositivo ai libri. Ne beneficerà il fatturato ma ci si guadagnerà anche in termini di fidelizzazione del cliente, questo è garantito.
6) Chi è il lettore principale del Vostro “pocket”?
La Newton Compton, con la sua programmazione editoriale, cerca di rivolgersi a un pubblico il più allargato possibile. Facciamo libri per tutti e i pocket, da questo punto di vista, non fanno eccezione: bisogna tenere presente che niente come il prezzo di copertina basso spinge il lettore ad addentrarsi anche in territori che normalmente non frequenta e così le persone più diverse approfittano dell’offerta per scoprire qualcosa di nuovo senza spendere un capitale.
7) Se fosse un pubblicitario, come definirebbe il “pocket”?
Un piccolo libro, una grande emozione!!!
(Intervista di Donatella Cei per "Azienda Edicola" n. 9 - 2009)
Qualità letteraria, un catalogo ricco e composito, prezzi popolari: sono solo alcune delle caratteristiche della Newton Compton, casa editrice romana fondata nel 1969 da Vittorio Avanzini, e che, con quarant’anni di editoria indipendente alle spalle, prosegue la sua storia in un viaggio in cui l’amore per il libro, la lettura e il lettore, rappresenta il vero modo di essere editori. Oggi Cosa rappresenta per lei l’editoria?
Personalmente faccio fatica a capire dove finisce l’editoria e dove inizia la vita. Lavorando sia come editor che come autore, il pensiero dei libri occupa tutta la mia giornata. Se non avessi avuto tale passione, prima che questa si trasformasse in un mestiere, oggi non solo non avrei la passione… ma neppure il mestiere!
All’editor si affida in genere la cura di alimentare una collana: che requisiti bisogna avere per essere davvero un bravo editor?
Conoscere le lingue straniere, avere confidenza con tutto ciò che attiene ai software per la lavorazione dei libri, capire il funzionamento delle macchine tipografiche per riuscire a pensare al libro in chiave cartotecnica, possedere una cultura di base ampia, sostenuta da una continua curiosità e capacità di scrittura. Queste le principali caratteristiche di chi si occupa professionalmente di scegliere, progettare e creare libri.
All’interno di una casa editrice con una lunga storia alle spalle, è importante saper associare innovazione e cambiamento con tradizione e continuità. È questo a dare forza e carattere alla casa editrice?
Sì, infatti noi procediamo nel solco tracciato da Vittorio Avanzini, perché crediamo nella sua idea di tenere bassi i prezzi di copertina e di dare sempre massimo risalto ai classici. Allo stesso modo ci apriamo all’innovazione, curando con molta attenzione tutto ciò che attiene al paratesto e setacciando i mercati mondiali a caccia di autori interessanti e sempre nuovi.
Narrativa mondiale, grandi autori, volumi originali e divertenti, tascabili. Quali particolarità possiede ogni singola collezione editoriale?
Ogni collana ha un’anima che rispecchia il modo in cui la redazione editoriale riesce a dialogare con la contemporaneità. Soltanto quando questo accade, e cioè quando una singola collezione editoriale si pone come punto di riferimento all’interno di un dibattito allargato, l’operazione di varare una collana può dirsi riuscita.
Quali sono stati i casi editoriali nella vostra produzione?
Per fortuna abbiamo avuto e abbiamo diversi bestseller e longseller nel nostro catalogo. Recentemente abbiamo superato le 150mila copie vendute con Il libro che la tua chiesa non ti farebbe mai leggere, ma penso anche ai libri di Federica Bosco, la regina della chick-lit italiana, oppure al grande successo della collana 101 e di titoli come 101 cose da fare a Roma almeno una volta nella vita e 101 cose da fare a Milano almeno una volta nella vita: libri che hanno rinnovato il concetto di “guida turistica” portando la narrativa dentro il territorio della saggistica. Un simile approccio caratterizza anche la nostra produzione saggistica, da Roma criminale a La santa casta della chiesa di Claudio Rendina. E anche in questo caso si parla di veri e propri casi editoriali.
Marco Benedetto, vicepresidente de “L’espresso”, parlando della crisi dell’editoria in un’intervista al “Sole24ore”, ha detto: ‹‹Non siamo all’Apocalisse. I giornali non moriranno e il bisogno d’informazione ci sarà sempre››. Sarà così anche per l’editoria libraria?
Direi proprio di sì. Il libro, poi, ha dalla sua la bellezza di essere un oggetto che con il passare del tempo non invecchia assolutamente mai.
Quali soluzioni potranno essere adottate?
Favorire l’entrata delle masse nel mondo della lettura attraverso una promozione socio-economica delle stesse: un compito che può apparire scontato, ma che in Italia non è mai stato assolto fino in fondo né dagli intellettuali né dai mezzi di informazione. Tenere basso il prezzo di copertina, poi, è un fattore importantissimo e troppo spesso disatteso.
L’editoria elettronica e il web: una prospettiva dell’editoria libraria, tra le proposte risolutive della crisi?
Bisognerà prestare attenzione all’avvento dei reader, strumenti per la lettura digitale ormai di ottima qualità, e all’audiolibro, una soluzione mai decollata davvero in Italia. La mia idea, però, è che il libro, crisi o non crisi, ha già dentro di sé le soluzioni per rinnovare se stesso senza stravolgere la forma che l’ha reso tanto importante nei secoli.
Che possibilità ci sono oggi per i giovani? Quali i suoi consigli?
Le possibilità ci sono perché l’editoria, proprio per la sua anima artigiana, tenderà sempre ad assorbire chi dimostra sul campo di poter affrontare questo lavoro con professionalità e qualità. Il mio suggerimento è di aprire gli occhi e di tentare, senza pensare di prendere scorciatoie. Le cose serie si fanno sempre passando per la porta principale.
RACCONTARE chi non ha voce è arduo. Cercare, dietro le immagini rassicuranti, gli sfondi che nessuno ama vedere, mostrare una normalità del male che la cronaca nera relega nel diverso, nel distante, nel folle, in una parola nell'altro da sé. Un'operazione che può risultare ansiogena e dunque far pensare, intuire che, dietro alla carta patinata, c'è un'altra realtà. Un effetto non sempre bene accetto in tempi di leggerezza a tutti i costi. E' il bello di Roma noir, l'ultimo libro di Cristiano Armati, già stimato autore di Cuori rossi. Le prostitute bambine della via Salaria, le periferie dove "alle otto di sera chiudono tutto. Anche i bar". E la droga che ruba la vita, il sangue dei delitti e le rivolte dei ragazzi di borgata. I senza tetto e l'esistenza che si trascina buia, nelle baracche sotto i cavalcavia del raccordo anulare.
Le sue storie sono romane; potrebbero accadere altrove?
Domenica 22 marzo 2009, secondo appuntamento con Happy Book e questa volta sarà una domenica dedicata interamente al Noir. Il libro protagonista che ha dato ispirazione all'intero evento è "Roma Noir" di Cristiano Armati, scrittore di punta della Newton Compton e celebre per il suo "Roma Criminale" e il recente Cuori Rossi. Un libro che ci svela attraverso 27 racconti il lato oscuro di una città conosciuta per le sue bellezze storiche, per la sua etichetta di eternità. Cristiano Armati da sempre si occupa di cronaca nera e crimini, lo fa per passione, per capire e scoprire con delle avvincenti inchieste e con il suo talento narrativo. In occasione di questo nuovo libro Roma Noir lo abbiamo intervistato per scoprire Roma, i suoi misfatti e soprattutto come lavora questo giovane scrittore romano.
Il genere "noir" è inflazionato? Non vi sono più idee originali e si ripropongono meccanismi ben oliati, oppure si ricalcano scenari presi in prestito dalla letteratura a stelle e strisce? Domande che non suonano nuove a chi si occupa di un certo tipo di narrativa. La ricerca di una proposta interessante, che sia fuori dagli schemi ed anzi, tracci per prima un sentiero da percorrere, è obiettivo prestigioso. Irrompe ora sul mercato una "collana" che ha l'intento di far uscire i racconti neri dal ventre delle città italiane - ognuna è "maledetta" a suo modo - senza belletto o artificio. A gestire l'iniziativa è Cristiano Armati, editor e autore di Roma noir, dedicato alla Capitale. In programma, dopo questa pubblicazione, altri libri che avranno come sfondo intrecci e degrado di tanti luoghi della penisola.Quale, fra gli episodi narrati, appartiene alla città di Roma? C'è un atto criminale, un contesto sociale, che non si sarebbe mai potuto verificare se non nella Capitale?
Mi viene subito in mente "Una persona normale". Un racconto che parla di disoccupazione ma che non sarebbe potuto nascere altrove semplicemente perché è parlato - e prima ancora pensato - quasi completamente in romano.
Da editor, vuoi dare un parere sulla situazione dell'editoria italiana, legata soprattutto al genere noir? A tuo avviso c'è spazio per i nuovi autori, o le case editrici preferiscono sempre più non rischiare e puntare sul nome affermato, magari proveniente dall'estero?
Direi che la salute del settore, malgrado le tante cassandre che prima danno alle stampe libri non proprio validi e poi piangono, mi sembra buona. È vero che l'Italia resta il paese più esterofilo del mondo, ma avere a disposizione tanti autori tradotti nella nostra lingua non è certo un limite ma un'opportunità.
(Intervista di Valerio Cattano per Omero.it)"La storia, la lotta e i sogni di chi ha pagato con la vita il prezzo delle proprie idee. Dagli eccidi di contadini e operai nel dopoguerra all'esecuzione di Valerio Verbano e Peppino Impastato, dai caduti del '77 alla morte di Carlo Giuliani". Queste sono le parole che campeggiano sotto le lettere cubitali del titolo del nuovo libro di Cristiano Armati, un viaggio lungo e appassionato nelle vicende personali di chi è morto per far sopravvire un ideale: vite che però, collegate e vicine, disegnano una mappa della nostra Repubblica dai suoi primi giorni ad oggi.
DOMANDA. Ciao Cristiano, partiamo dal titolo e da una domanda forse un po’ scontata, che però non potevi aspettarti ti venisse risparmiata: in quale modo – se c’è – il tuo libro risponde o si rapporta a Cuori Neri di Luca Telese, uscito due anni prima di Cuori Rossi?
RISPOSTA. Certo. Cuori rossi può essere visto anche come una risposta a Cuori neri. Le differenze tra i due lavori, poi, non sono certo di ordine “cromatico”. Cuori neri si concentra sul periodo degli “anni di piombo”, Cuori rossi sostiene che la conflittualità politica è stata una costante dell’età repubblicana, dagli anni Quaranta ai giorni nostri. In secondo luogo Cuori neri, ricostruendo la vita e la morte dei militanti dell’estrema destra, sceglie di escludere dal discorso chi scelse la via della lotta armata. In Cuori rossi, al contrario, si dà un grande spazio all’argomento cercando di fare i conti, senza omissioni e senza reticenze, con “l’album di famiglia” della sinistra italiana.
D. Probabilmente non era un tuo intento, ma il volume, per ampiezza e meticolosità di selezione, si presenta con caratteristiche enciclopediche. Ecco, come stanno sotto lo “stesso tetto” vicende stragiste (Portella della Ginestra, Piazza Fontana, Brescia... ) o omicidi mirati di evidente segno politico (con mandanti, esecutori, strategie) con omicidi apparentemente ascrivibili da altri ambiti, come quello del tifoso genoano Vincenzo Spagnolo, di Mario Salvi di Primavalle, del diciottenne ferrarese Federico Aldrovandi o del “nostro” Renato Biagetti, accoltellato due anni fa a Focene?
R. Sinceramente l’indice di Cuori rossi si è “scritto da solo” mentre procedevo con la trattazione dell’argomento. Ovviamente, nel corso di oltre sessant’anni di storia, cambiano le istituzioni e le persone e il presente si offre sempre nel segno di una differenza rispetto al passato. Malgrado tutto, però, i caduti della repressione, in Italia, possono essere collegati attraverso un filo conduttore davvero importanti: tutti loro, infatti, hanno dato la vita per la proprie idee – manifestando in piazza o, semplicemente, riflettendo attraverso il proprio stile di vita un vissuto esistenziale libertario o socialista. Per chiarire il concetto, nell’introduzione al libro dico che i “cuori rossi” italiani sono le stesse persone che, dai tempi della rivoluzione francese, continuano a incitare alla fraternità, alla libertà e all’uguaglianza tutte le donne e gli uomini di buona volontà.
D. A tuo avviso, non c’è forse un cambiamento nel meccanismo della repressione? Mi spiego: non credi che questo “meccanismo” sia passato dall’identificare il “nemico di Stato”, “il sovversivo” nell’avversario politico, nell’attivista di sinistra, alla creazione di un clima di terrore nei confronti del “diverso”, del “capellone”, del drogato”, dello “zingaro”, dell’”omosessuale”? Nel senso: non serve più dimostrarsi schierati politicamente, esercitare la propria fede politica in atti o azioni esplicite, ma basta solo mostrare un “segno” di diversità, di anomalia, di difformità dall’immagine del “bravo cittadino”, per essere oggi bersaglio politico?
R. A essere sinceri sono stato a lungo convinto che la repressione moderna avesse quasi abbandonato il suo lato più “fisico” per adoperarsi sopratutto nella società e nella cultura affinché un generale indottrinamento finisse per prevalere sui fremiti di protesta. Invece, dopo Genova e la morte di Carlo Giuliani, mi pare di poter dire che i classici strumenti di repressione utilizzati dallo Stato – la pistola, il manganello, la carica frontale della polizia – siano più attuali che mai! La cosa, da un certo punto di vista, potrebbe essere considerata positiva: malgrado un controllo sociale feroce, le idee di cui parlavamo sopra restano vive e vegete nella coscienza e nell’azione di molti. D’altra parte, può essere vero che nella contemporaneità il “capellone” o lo “zingaro” siano percepiti dal potere come più pericolosi del “sovversivo” classico, ma la differenza tra ieri e oggi non è tanto questa. La vera e più preoccupante differenza tra ieri e oggi è che oggi si nega l’evidenza e, quando cade un militante di sinistra, sulla stampa come tra i politici scatta immediatamente una gara alla “depoliticizzazione” del fatto. Così, quando è stato ucciso Renato Biagetti a Roma o Davide “Dax” Cesare a Milano, i commenti più ricorrenti sono stati quelli che hanno interpretato i fatti come una “rissa tra balordi” (quando si trattava di feroci aggressioni compiuti da simpatizzanti dell’estrema destra!). Un’abitudine nuova e pericolosa che non riguarda solo la politica. Per esempio quando, ancora a Milano, è stato assassinato Abba, un giovanissimo cittadino italiano di origine ghanese, gli stessi politici e gli stessi giornalisti che gridavano alla “rissa tra balordi” per parlare di Biagetti o Dax si sono messi a urlare che, no: la morte di Abba non c’entrava nulla con il razzismo. E questo malgrado che Abba sia stato assassinato a sprangate da individui (di note simpatie destrorse) che urlavano “sporco negro” mentre lo colpivano!
D. Proseguendo dalla domanda precedente, vorrei poter avere da te una lettura di queste storie di compagni, storie di passione e di tragedie, di sessant’anni della Storia del nostro paese, attraverso la teoria della “Terza guerra civile italiana” che descrivi in prefazione, pur specificando che si tratta di una definizione temporanea: “in attesa di una definizione migliore”.
R. Sì, in attesa di una definizione migliore (che non so quale possa essere) ho usato l’espressione di “Terza guerra civile italiana” per descrivere il conflitto a “bassa intensità” che, a partire dalla fine della seconda guerra mondiale si è abbattuta sull’Italia. Si tratta di un’espressione che condivido per diversi motivi: il più importante è che mi sembra corretto utilizzare la parola “guerra” quando si assiste alla realtà di un paese tutt’altro che pacificato. In secondo luogo, parlando di Terza guerra civile, volevo allacciarmi a altre tradizioni fondamentali: il Risorgimento, prima di tutto, (la Prima guerra civile; basti pensare alla spietata repressione del “brigantaggio”) che rispetto ai proclami di un Mazzini o di un Garibaldi è stato senz’altro “tradito” quando a “fare l’Italia” sono stai i notabili di Casa Savoia (e le rivendicazioni sociali avanzate dai padri della patria completamente dimenticate); poi la Resistenza al nazifascismo: anch’essa tradita, visto che, alla fine della guerra, i fascisti tornarono quasi tutti ai posti che occupavano durante il regime e che le conquiste sociali a cui credevano i partigiani furono conseguite solo in forme a dir poco timide. Ecco, direi che è proprio in questi “tradimenti” – la mancanza di un serio e radicale programma di riforme sociali prima di tutto – che trovano spazio le annose contraddizioni che ancora oggi alimentato la “Terza guerra civile italiana”.
D. Una curiosità di metodo: come nasce Cuori Rossi e soprattutto qual è stato il tuo approccio nella selezione dei casi e delle fonti?
R. Cuori rossi nasce mentre raccoglievo la documentazione che mi sarebbe servita a scrivere Roma criminale. All’epoca iniziai a mettere da parte i materiali con una connotazione politica più forte: articoli di giornali, testimonianze orali, atti di tribunali, film e canzoni che hanno contribuito alla selezione dei casi insieme a un’altro genere di testimonianze: le scritte sui muri che, in tutte le città italiane, non hanno mai smesso di ricordare i tanti “cuori rossi” uccisi.
D. C’è qualche storia, vicenda, vita, alla quale ti sei sentito maggiormente legato nella sua indagine e scrittura? Ce ne racconteresti i motivi?
R. A livello narrativo sono legato alla storia di Eugenio Curiel: il direttore de “L’Unità” clandestina, ucciso giovanissimo a Milano quando mancava pochissimo alla Liberazione: una figura importante e complessa da un punto di vista culturale, nonché simbolo di quella condizione giovanile che in Italia è sempre stata vessata e penalizzata. A livello, sentimentale, invece, sono particolarmente vicino al caso di Mario Salvi detto “il Gufo”: un militante dell’Autonomia nato e cresciuto nel mio quartiere e ucciso a Campo de’ Fiori da un agente di polizia penitenziaria dopo aver compiuto un’azione contro il palazzo di Grazia e Giustizia. Da quel giorno in poi, la piazza principale di Primavalle è stata ribattezzata “piazza Mario Salvi” ed è proprio così che anche io la chiamo.
D. Dopo la lettura di Cuori Rossi si ha la chiara sensazione di un viaggio attraverso tappe tutt’altro che sommerse, anzi, a parte alcuni casi in cui sono recuperate vicende umane dimenticate, si tratta per lo più di fatti noti e abbandonati, paradigmatici della vita della nostra Repubblica e però spesso rimossi: che obiettivo – se c’è – ti sei posto nella stesura del libro rispetto ad un lavoro di interazione con la memoria collettiva? Quali e quanti destinatari avevi in mente nei due anni di lavoro?
R. È vero: molto spesso non serve nascondere le cose per spingerle verso il baratro dell’oblio. Anzi, direi che una delle caratteristiche della contemporaneità sia quella di raggiungere l’effetto del dimenticare non tanto (o non solo) censurando ma contando su una parcellizzazione del corpo sociale: una frammentazione degli stili di vita che ha ridotto qualunque idea di comunità a pugni di individui spesso scollegati tra di loro. E non è certo facile, in queste condizioni, “ricordare”. Per quanto riguarda i destinatari, la speranza era quella di coinvolgere nella lettura del libro un pubblico il più ampio possibile: dallo studente all’operaio, dal disoccupato all’addetto al call center prima di passare per gli intellettuali e i lavoratori iper-specializzati. Ogni libro che scrivo, però, ha in mente un target così.
D. Che risposta hai riscontrato da parte di istituzioni e ambienti politici all’uscita del libro? E nello specifico, da parte di quella sinistra scomparsa dal Parlamento italiano?
R. Per quanto riguarda gli ambienti politici e culturali la risposta è stata ottima. È da quando è uscito il libro che giro l’Italia per parlare di Cuori rossi ospitato da centri sociali e/o da associazioni democratiche. Ho presentato Cuori rossi a “La Sapienza” di Roma grazie ai collettivi Militant e Senza Tregua nel momento in cui la protesta dell’Onda raggiungeva il suo culmine e, sempre a Roma, nel centro sociale Corto Circuito a margine di una serie di iniziative organizzate per commemorare i “cuori rossi” del IX e X Municipio. A Milano sono salito grazie all’invito delle associazioni Dax 16 marzo 2003 e Rozzano rossa e all’ospitalità dei centri sociali Cox 18 e Onda Anomala: amici e compagni di Davide “Dax” Cesare; una figura che è stata centrale anche in provincia di Brescia, dove lui aveva vissuto e dove sono stato con il supporto di Radio Onda d’Urto. Ho partecipato, a Cuneo, a un dibattito con Luca Telese organizzato nell’ambito della manifestazione “Scrittori in città” promossa dal comune e, in seguito, ho raccolto o sto per raccogliere l’invito per presentare il libro a Terni, Pescara, Foggia, Napoli e Pesaro. Insomma, da questo punto di vista il libro non è passato certo inosservato. Sono stato anche in diverse sezioni di Rifondazione comunista e dei Comunisti italiani eppure su giornali come «Il Manifesto» o «Liberazione» non è uscita una sola riga dedicata a Cuori rossi, mi sto ancora chiedendo perché.
D. Ti ringrazio della disponibilità e soprattutto per aver scritto dei Cuori Rossi del nostro paese. Ti lascio con una curiosità personale, forse un po’ troppo in stile Tv Sorrisi e Canzoni, ma concedimela: quali sono i progetti di Cristiano Armati per l’imminente futuro?
R. Con la Newton Compton ho appena pubblicato un libro di racconti di vita intitolato Roma noir. Per il resto, a chi mi chiede cosa farò in futuro rispondo sempre che il futuro può aspettare… altrimenti che razza di futuro è?
Armati, la stagione delle violenze politiche ce la siamo ormai lasciata definitivamente alle spalle?
Secondo me la stagione delle violenze politiche non è finita e - stando a quello che succede tutti i giorni (in Italia e nel mondo) non finirà mai.
Addirittura.
Sì, perché la politica (come la religione… ma persino come il tifo calcistico!) non è altro che il “vestito” ideologico che determinati gruppi sociali danno ai propri interessi; mentre la violenza, dalla preistoria a oggi, ha sempre caratterizzato il modo che gli uomini hanno di comportarsi nei confronti dei loro simili ogni volta che si tratta di conciliare interessi opposti o di integrare differenze di ordine esistenziale.
La vulgata di destra sugli anni ‘70 e ‘80 tende a descrivere i giovani “neri” come ragazzi goliardici che usavano la violenza quasi esclusivamente per difendersi dall’assedio instancabile dei “rossi”. Quanto c’è di vero?
Di vero c’è poco. Una comunicazione corretta e interessata a raggiungere il cuore delle cose dovrebbe avere il coraggio di impegnarsi in un’analisi seria sul ruolo che la violenza assume all’interno della “cultura della destra”: un paesaggio politico dove non dovrebbe essere difficile scorgere l’esaltazione di valori aggressivi e i miti della “virilità” e dell’”onore”; concetti molto pericolosi da maneggiare quando, dai politici che li propugnano nascosti nella penombra dei loro privilegi, si passa alla strada, alla vita di tutti i giorni e alle inquietudini di una base che spesso ha colpito i propri avversari in modo estremamente duro e sanguinoso.
Viceversa, la storiografia di sinistra tende a vedere i giovani fascisti come debosciati figli di papà imbottiti di droga e con un piede e mezzo nella criminalità spicciola, elevandone a prototipo i massacratori del Circeo.
Pretendere di descrivere qualunque tendenza culturale o politica come un monolite significa operare una semplificazione ridicola. Eppure la storia della destra ha prodotto anche i mostri del Circeo… assassini della peggior risma eppure non certo isolati dai “camerati” che, insieme a loro, avevano l’abitudine di impigrire sui tavolini dei bar di piazza Euclide progettando qualche rapina o qualche violenza sessuale di gruppo.
Quindi i ragazzi della destra erano tutti come Izzo & co.?
Questa tesi è ovviamente una cavolata indegna di considerazione. Però anche imputare gli orrori dei massacratori del Circeo soltanto alla loro devianza psico-sessuale o a altre ragioni di ordine individuale significa rifiutarsi di sfogliare la parte più dolorosa dell’ “album di famiglia” della destra italiana.
Secondo lei, Cuori neri di Telese è un libro completo e obiettivo?
Per quanto riguarda la completezza - e relativamente agli anni di piombo - la panoramica offerta da Cuori neri è senz’altro esaustiva. Per quanto riguarda l’obiettività il discorso diventa più complesso. Cuori neri, giustamente, ha messo in luce uno dei lati più drammatici della violenza politica: il fatto che, nella maggioranza dei casi, finisce per colpire persone collaterali rispetto ai leader o agli attori principali. Bisogna senz’altro tenerne conto ma sempre facendo attenzione a non dare troppo spazio alla “casualità”: dal mio punto di vista quando si tratta di morire, le proprie idee e la propria differenza esistenziale contano di più del fatto di trovarsi nel classico “posto sbagliato al momento sbagliato”.
Invece Cuori rossi?
A Roma si dice “Oste, è buono il vino?” quando si vuole sorvolare su una domanda a cui si potrebbe rispondere soltanto “sì”. Bisogna pensare, riguardo alla completezza, che ho scelto di iniziare la narrazione nel 1944 e di protrarla fino ai giorni nostri.
E per quanto riguarda l’obbiettività?
Posso dire di non essermi tirato indietro quando si è trattato di raccontare le idee delle vittime, anche quando queste idee potevano risultare a dir poco “scomode”… malgrado tutto, però, c’è poco da fare. Soltanto i lettori potrebbero rispondere a una domanda così.