I libri, i reading, le poesie e gli articoli di (e su) Cristiano Armati
Disobbedire agli ordini
L'eredità morale degli Arditi del Popolo
Pagina dopo pagina, la lettura de La Legione romana degli Arditi del Popolo di Valerio Gentili mi richiamava alla memoria un’immagine che inizialmente non riuscivo a mettere a fuoco. Catturato dalla prosa asciutta e dal rigore mostrato dal giovanissimo autore di questo libro bello e necessario, approfondivo la conoscenza di uomini e simboli dai contorni leggendari ma, seppur rapito dalle tante informazioni inedite contenute nel volume, continuavo a pensare al luogo e al tempo in cui questa immagine, evidentemente ridotta a un ricordo seppellito nell’inconscio, doveva essersi materializzata forte e chiara davanti ai miei occhi.
Avvincente come un romanzo in cui il lettore capace di rispettare il patto narrativo non può fare a meno di immedesimarsi nelle situazioni descritte dall’autore, La legione romana degli Arditi del Popolo, vale a dire la storia delle prime formazioni armate che strenuamente si opposero al fascismo, mi costringeva ad affrontare in prima persona l’avventura fiumana di Gabriele D’Annunzio e dei suoi legionari insieme al freddo intenso delle trincee della prima guerra mondiale, il clima di povertà e disperazione precedente il periodo di scioperi e repressione noto come “il biennio rosso” e l’avvento della violenza delle camice nere di Mussolini, spalleggiate dagli industriali e coperte dal grosso delle forze di polizia. Talmente è vivido il racconto di Valerio Gentili che, tra le pagine del suo libro, sembra di sentire crepitare le mitragliatrici utilizzate dai fascisti per assaltare le case del popolo, le leghe contadine e le sedi dei giornali dissidenti. Un’aggressione brutale e indiscriminata contro ogni luogo o persona decisi ad opporsi all’ordine voluto dal Duce che, oggi, sarebbe più facilmente scivolata nel dimenticatoio se, ad ostacolarla con più coraggio che mezzi, non ci fosse stata l’abnegazione e spesso il sacrificio estremo di una strana razza di soldati anarchici e comunisti – gli Arditi del Popolo – capaci di non confondere la necessità di obbedire agli ordini propria di qualunque sistema gerarchico con il pericolo di trasformarsi in servi di un potere volgare e assassino: un regime capace, tra le altre cose e al pari del complice nazista, di rinchiudere uomini, donne e bambini in vagoni piombati diretti ai campi di sterminio (ebrei, zingari, omosessuali, oppositori politici… le loro grida continuano a pesare come macigni sulla coscienza di chi ancora oggi si propone come erede di quella stagione sanguinaria) annullando qualunque garanzia democratica con la forza ed il terrore.
Non a caso è stato proprio nei capitoli finali del libro di Valerio Gentili – mentre l’epopea degli Arditi volge al termine e i boia in camicia nera, nelle loro prigioni, innalzano i cavalletti per estorcere con le pinze arroventate e i fili elettrici impossibili confessioni ai loro fieri oppositori – che l’immagine di cui sto parlando, l’immagine a cui affidare il ruolo di scrivere l’introduzione a un libro così importante, ha finalmente assunto una consistenza concreta. All’improvviso, infatti, mi sono ricordato di un sentiero arrampicato tra le montagne della provincia di Cuneo: un tratturo ammorbidito dall’erba, come se la Natura stessa volesse ancora aiutare il suo segreto a sfuggire alla vista del passante occasionale o della spia. In questa località, amena soltanto all’apparenza, la consistenza della terra battuta cede d’un tratto il passo alla solidità della pietra viva, infilzando uno scalino dopo l’altro fino alla sommità di un monte. Qui, dove l’aria è rarefatta dall’alta quota e il cielo perennemente terso, la sacralità del luogo è affidato a un circolo di croci di legno, tese sulla serenità della valle sottostante come sentinelle. Si tratta delle tombe di un gruppo di partigiani caduti nel corso della guerra di Resistenza, come direbbe Piero Calamandrei, uomini «che volontari si adunarono per dignità e non per odio. Decisi a riscattare la vergogna e il terrore del mondo». Tra di loro, ugualmente segnalato da una croce ma a differenza degli altri privo persino del conforto di un nome, c’è un partigiano ricordato da una targa che si limita a dire «tedesco anonimo»: un soldato dell’esercito del male che, evidentemente, non ebbe paura di gettare alle ortiche la sua uniforme per continuare a combattere dalla parte giusta. La sua lezione, affidata a quel sacrario della provincia di Cuneo, andrebbe trasferita nei tribunali di guerra in cui i tanti aguzzini fascisti e nazisti insistono a scrollare le spalle di fronte alle loro responsabilità, continuando a ripetere di avere solo «obbedito agli ordini»; quasi pretendendo, con simili scuse, non soltanto il perdono ma anche il riconoscimento di un’inesistente dignità.
A pensarci bene gli Arditi del Popolo di cui parla Valerio Gentili sono simili al soldato tedesco senza nome venuto a morire tra montagne tanto lontane da casa sua: combattenti che ebbero la capacità e la forza di disobbedire agli ordini rifiutandosi di diventare la manodopera del terrore al servizio di forze antipopolari ma che, malgrado tutto, faticarono a trovare posto in quella tradizione di giustizia e libertà a cui dovrebbe continuare a ispirarsi la Repubblica italiana. Le ragioni del sostanziale silenzio su una simile esperienza, mai valorizzata come avrebbe meritato, sono tante. A Valerio Gentili e al suo La legione romana degli Arditi del Popolo va il plauso di averle ripercorse insieme alle vite e alle avventure degli eroici protagonisti di quell’esperienza. Una storia da conoscere e da fare propria. Affinché nessuno possa ancora pesare di giustificare l’abominio barattando la rettitudine della propria coscienza con l’abiezione di chi si limita ad obbedire agli ordini.
(Cristiano Armati - Introduzione a "La Legione romana degli Arditi del popolo" di Valerio Gentili, Purple Press, Roma 2009)

“Non c’è un campo dove si possa sabotar meglio lo sforzo di guerra tedesco che quello ferroviario. I ferrovieri sono gente attaccata al dovere, e il dovere in tempo di guerra, della guerra di Hitler contro i civili, i ferrovieri sanno bene in che cosa consista. Meglio essi lo sanno, meglio potranno compiere il loro lavoro, in modo che i tedescacci siano i soli a soffrirne, e non i nostri compatrioti, e perché la Gestapo si disperi invano a scoprire gli autori dei sabotaggi. Uno dei mezzi migliori per frenare lo sforzo di guerra tedesco consiste nell’applica alla lettera i regolamenti”. Nel 1943 in Italia i treni non dovevano più arrivare così in orario come recitava l’orgoglio mussoliniano. E allora poteva capitare che qualcuno tornasse a sfogliare con ansia e nostalgia l’orario generale delle Ferrovie dello Stato, per ritrovare un ordine di collegamenti e di cause effetto in un paese diviso in due dall’armistizio che aveva riconosciuto “l’impossibilità di continuare l’impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria” e che “nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione” era stato offerto al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane. Un libretto inutile allora? Non per tutti. Infatti sul finire dello stesso anno, diffuso in maniera ovviamente clandestina, iniziò a circolare un libretto con la copertina presa in prestito proprio dall’orario generale delle Ferrovie dello Stato. Si trattava di un manuale di resistenza, sabotaggio e guerriglia antifascista.
È il Libretto rosso dei partigiani che Purple Press ripubblica in questi giorni (a cura di Cristiano Armati, Introduzione di Ferruccio Parri, 128 pp, euro 9,90). Non è il resoconto personale di un partigiano scritto a posteriori, né un testo di propaganda di partito, non è un romanzo, non è una raccolta di lettere dal carcere: è un manuale di sabotaggio alla macchina industriale bellica tedesca. Sulla quarta di copertina di questa edizione campeggia una frase del Presidente partigiano, Sandro Pertini, “Ponete i tedeschi di fronte al dilemma: arrendersi o perire”. Un diktat che rende l’idea della forza di volontà di chi intende resistere e che però usa un termine teatrale come dilemma, e un verbo arcaico, perire. C’è di qualcosa di ufficiale, di retorico. Di filtrato. Sembra una frase già nata come citazione, che debba durare in eterno, come una scrittura su una lapide. Non se ne vuole fare una colpa al presidente delle sei condanne e due evasioni, ma il libretto rosso usa un altro linguaggio e rompe con tutta la tradizione della nostra memorialistica. Non esibisce nulla alla luce del sole, a mò di sfida. E non avrebbe potuto, perché non poteva essere letto in pubblico o con compiacimento moralistico. Ma solo con la dovuta attenzione privata che si riserva a un libretto delle istruzioni.
Sul dorso del manuale del 1943 erano riprodotte le pubblicità di varie aziende: motori a scoppio, diesel e marini della ditta Bombardini di Reggio Emilia, i motori, i ventilatori, e le pompe funebri per nazisti di Pellizzari di Arzignano (Vicenza), le scrematrici per latte e i separatori per olio della Frau di Thiene, le macchine per conserve di Mancini Tito e figli di Parma, le macchine per scrivere della Olivetti. Non è un caso. È proprio ai lavoratori di queste aziende, dagli operai ai tecnici agli ingegneri perfino ai dirigenti che il manuale deve servire. “Scarpe rotte eppur bisogna andar”? No, a nessuno viene chiesto di salire in collina e di darsi alla macchia.. È la loro quotidianità di lavoratori che può servire alla causa. Una causa che in novanta pagine raramente attinge al dizionario retorico, ma si mantiene legata sempre al presente. Nessuna paura, né speranza aleatoria di vincere “che questo ormai è ben certo” ma la certezza che così resistendo si potrà “vincere più presto”, con sano pragmatismo. Non si va a cercare la bella morte con questo manuale di sabotaggio. Non c’è sacrificio: “i pericoli e gli incidenti sono minimi”. E tali devono rimanere Perché non si tratta di arrivare a maneggiare armi che sono illegali, preziose perché costano sul mercato nero, difficili da custodire e naturalmente insolite da maneggiare. Le armi sono quelle dell’intelligenza, non è necessaria l’uniforme per sabotare: “Tutti i motori elettrici sono sensibilissimi all’acido cloridrico o al solforico, l’acido nitrico o l’acqua regia. Un battesimo con uno di questi acidi permette in realtà a un motore elettrico di riposarsi tranquillamente fino alla fine dei suoi giorni”.
Il manuale, dai titoli rapidi e sintetici, è un elenco argomentato di parole d’ordine: manomettere danneggiare, interrompere, mescolare, togliere, aggiungere, levare, inserire, distruggere, omettere, dimenticare, mollare, accelerare, consumare. Ogni granello di sabbia è utile per inceppare il meccanismo bellico tedesco, soprattutto a portata di mano, sotto gli occhi di tutti. Dai sostenitori della fortezza della razza ariana bisogna pretendere analogo trattamento: “Per fare un buon lavoro occorre buon nutrimento: questa deve essere la più imperiosa delle esigenze degli operai italiani che lavorano coi tedeschi. Non avranno niente da rispondervi. Ci saranno una ventina di manuali di medicina scritti dai più illustri medici tedeschi che hanno sviluppato queste teorie”. L’invito del manuale non è solo un fatto etico che scavalca subito il come fare privilegiando il perché fare. Un passo verso un Italia migliore? Forse, ma l’importante è che adesso questa Italia sia pignola. Se non tedesca almeno svizzera: ogni imperfezione della macchina industriale deve essere alimentata dagli operai, ogni imperfezione della macchina industriale deve essere segnalata dei dirigenti. L’intelligenza che acquista la forza inerziale dell’ottusità ricorda l’atteggiamento del villaggio gallo di Asterix: “Bisogna cogliere la minima occasione per fare lunghe discussioni sui particolari degli ordini. Quanto alla puntualità e alla rapidità delle consegne sarà bene non precipitarsi; e lavorare di fantasia per le scuse: ce ne possono essere a centinaia”.
L’appello implicito nel manuale deve smuovere le coscienze? Scosse lo sono già, e un’Italia semplicemente occupata basta e avanza. Quindi i tedeschi, “gli Unni della maledetta guerra hitleriana”, e “quel sottotedesco che si chiama fascista” sono da cacciare come un cattivo inquilino in affitto. Con ogni mezzo necessario, compresa la nostalgia. Devono avvertire “l’Effetto deprimente di un’atmosfera ostile” come recita il primo capitolo (un titolo alla Harold Pinter): “Bisogna far sentire loro la nostalgia. Prima di tutto faremo commettere ai tedeschi che hanno la responsabilità dell’amministrazione della nostra patria una serie di errori che non si produrrebbero se i bravi nazisti fossero di buon umore e conservassero il sangue freddo. I dipendenti e i subordinati tedeschi di ogni grado, maldestramente comandati, avranno ben presto uno stato d’animo ostile verso i loro superiori. Ciò significa demoralizzazione in alto ed in basso”. E l’ipotesi che a demoralizzarsi potessero essere gli italiani? Il manuale la dribbla con efficace garbo: “Ci vuole un po’ di coraggio, è vero. Ma anche per sostenere un’incursione aerea massacrante ci vuole una forte dose di coraggio. Non vi sembra?”
(Stefano Ciavatta - Il Riformista)
Sabato scorso, in occasione del 25 aprile e nell’ambito della “Liberation fest” sono stati presentati a Roma due interessantissimi volumi editi dalla Purple Press: La legione romana degli Arditi del Popolo e Il libretto rosso dei partigiani.
I due libri, non a caso collocati dalla casa editrice nella stessa collana, affrontano i due capi di quel filo rosso che ha attraversato la capitale per tutto il ventennio collegando e contaminando espressioni e forme differenti dell’antifascismo popolare romano. Il libretto rosso dei partigiani, come recita il sottotitolo, è in realtà un manuale di sabotaggio redatto da mani anonime nel 1943 e destinato a trasformare ogni semplice cittadino o lavoratore in un potenziale combattente per la libertà capace di sabotare ed ostacolare i nazifascisti. Per favorirne la diffusione fu stampato all’interno dell’orario dei treni dell’epoca e contiene una quantità impressionante di informazioni dettagliate su come bloccare impianti industriali, causare cortocircuiti alla rete elettrica o impedire gli spostamenti dei mezzi nemici attraverso la manomissione della pavimentazione stradale. Dalle pagine di questo vero e proprio vademecum della guerriglia partigiana traspare, a nostro avviso, anche dell’altro. Si percepisce, ad esempio, l’enorme conoscenza e preparazione tecnica di cui era depositaria la classe operaia dell’epoca. Un proletariato la cui composizione sociale ruotava essenzialmente intorno alla figura dell’operaio “di mestiere”, il figlio dell’officina che negli anni ’60 dovrà cedere il passo all’operaio-massa della catena di montaggio fordista.
Altra cosa, invece, è il lavoro di Valerio Gentili, un giovane storico romano (e d’area) che ricostruisce minuziosamente tutta la vicenda degli Arditi del Popolo. Corroborato da un’importante apparato di fonti e citazioni il volume è al tempo stesso opera scientifica e narrazione avvincente degli avvenimenti spesso misconosciuti che scossero Roma e i suoi quartieri popolari tra il 1921 e il 1922. San Lorenzo, Trastevere, Trionfale, Testaccio e migliaia di popolani romani sotto la guida della parte più progressista del combattentismo riuscirono a tenere testa alla violenza squadrista. Una vera e propria milizia proletaria, capace da sola di reggere l’urto del fascismo dando luogo ad un vera e propria epopea, questo almeno fin quando l’arditismo popolare non venne indebolito dalla pochezza e dal settarismo dei partiti operai (elemento che ritorna ciclicamente nella storia d’Italia)che, incapaci di comprenderne le potenzialità e l’importanza, contribuirono a spianare la strada al colpo di stato fascista.

Il libretto rosso dei partigiani
Manuale di resistenza, sabotaggio e guerriglia antifascista
A cura di Cristiano Armati
Con uno scritto introduttivo di Ferruccio Parri
Purple Press - 128 pp, euro 9,90