lunedì, 16 novembre 2009

Con Alessio Spataro per il diritto alla satira senza se e senza ma

La MinistronzaSiamo alle solite. Il disegnatore satirico Alessio Spataro dà alle stampe il fumetto "La Ministronza", dedicato al nuovo ministro della gioventù, Giorgia Meloni (alias "Giorgia Mecojoni" nell'opera di Spataro), e si scatena una polemica che - da Rosy Bindi fino a Gianfranco Fini - ha visto tutto l'arco parlamentare unito - nemmeno si discutesse di aumentare lo stipendio dei politici! - nel condannare fermamente la "volgarità" dell'artista catanese...
Ora si potrebbe discutere sullo strano concetto di volgarità dei nostri parlamentari, che si indignano per il livore con cui Spataro ha ritratto la Meloni (senza risparmiare alla ministra neppure esperienze di coprofagia) ma non hanno nulla da dire quando la stessa si abbandona all'elogio della visita a Predappio: luogo in cui, insieme a Benito Mussolini, riposa anche la condanna della Repubblica Italiana a ogni forma passata, presente e futura di fascismo.
L'opinione dei parlamentari, in ogni caso, non giunge certo inaspettata. Troppo note, infatti, sono le doti di ipocrita perbenismo che permeano l'arco costituzionale (e si ricordi sempre che la Costituzione proibisce il fascismo e non certo la libertà d'espressione!). Allo stesso modo, che fior fior di giornalisti - pronti a inneggiare alla libertà di stampa solo se le loro laute prebende vengono messe in discussione - non abbiano trovato necessario difendere il punto di vista di Spataro è una notizia non certo originale. Ma che, alla resa dei conti, persino "Il Manifesto" e "Liberazione" si adeguino al clima di caccia alle streghe - o di "caccia a Spataro" - che sta aleggiando sul Paese... beh... questo è molto grave. Entrambe le testate hanno con questa mossa perso due occasioni. Una per stare zitte. E l'altra per offrire la propria solidarietà.
Che altro dire?
BerluscoitiA giorni sarà in libreria "Berluscoiti. Del maiale non si butta via niente" (Castelvecchi), nuovo libro di Alessio Spataro dedicato alle avventure dell'attuale presidente del Consiglio. La sinistra reale, intanto, è completamente sola. Bisognerà tenerne conto, sia per continuare a scrivere o disegnare in piena autonomia e libertà, sia per continuare a lottare e a sognare.



CON ALESSIO SPATARO PER IL DIRITTO ALLA SATIRA
SENZA SE E SENZA MA


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Una nota di Francesco "Baro" Barilli su
"La Ministronza, i quotidiani di sinistra e il caso Spataro":


"Il Manifesto" - 12 novembre 2009:

“… un florilegio di vignette di cattivo gusto che Alessio Spataro ha «dedicato» alla ministra della gioventù Giorgia Meloni - non solo non invoglia alla lettura ma offende. Le donne, sicuramente, intriso com'è di misoginia ma anche la politica (di destra e di sinistra) che da un bel po' si è liberata da quei cliché d'antan - cui evidentemente l'autore dell'«ironico» fumetto è ancora affezionato - che ancora invitano i «fascisti carogne a tornare nelle fogne». Non sappiamo dove e in che epoca abbia sinora vissuto Spataro. Di certo non al «manifesto» cui gli si attribuisce una collaborazione che non c'è mai stata … ”

"Liberazione" - 13 novembre 2009:

“E tuttavia - dovrebbe saperlo anche la satira - bisognerebbe non perdere mai di vista il confine oltre il quale la verve dissacratrice perde contatto con la realtà e rischia di diventare lesiva dell'altrui dignità, trasformandosi in disfida che ignora le persone reali, non in quanto ne produce la caricatura, ma perché ad esse sostituisce e sovrappone lo stereotipo ideologico. Inscrivendosi oltretutto in una cultura sessista. Questo sentiamo di dover dire sul fumetto con cui Alessio Spataro maltratta, molto oltre il lecito, la persona di Giorgia Meloni. E il fatto che quelle strisce non riescano proprio a muovere il riso è forse la miglior prova che esse sono il risultato di un sovraccarico che trascende la satira.”


Entrambi i pezzi non sono firmati. Quello su Liberazione è in prima pagina, quindi suppongo (ma potrei sbagliarmi) sia del direttore; su quello del Manifesto non azzardo ipotesi. Peraltro, dopotutto non conta molto se siano o meno firmati dai rispettivi direttori.
Ora, sia chiaro: Liberazione e Manifesto hanno tutto il diritto di scrivere una recensione sul fumetto di Alessio, anche solo scrivendo “questo libro fa cagare a spruzzo”. Legittimo. Magari leggendosi prima il libro (spero l’abbiano fatto, ma non ci metterei la mano sul fuoco). Ma gli articoli di cui qui ho postato qui sopra degli estratti non sono recensioni: sono solo qualcosa di cui non si sentiva il bisogno.
Quel che è in discussione, nel “caso Spataro-Meloni”, è: il disegnatore ha il diritto o no di esprimersi, in quanto artista satirico, anche attraverso l’esagerazione, la forzatura della realtà, persino la scurrilità (cosa, quest’ultima, di cui si nutre la satira da qualche secolo)?
La risposta dovrebbe essere chiara. Il fatto che io sia qui a ricordarla (a Liberazione e al Manifesto...) dimostra in che condizioni siano la società, il mondo dell'informazione e persino la sinistra.
Ripeto: in questo momento, di fronte al can can politico che si è sollevato, l'unica cosa decente da dire è affermare e difendere il diritto di espressione di Alessio. Se poi si vorrà criticarne il lavoro, recensendolo negativamente in quanto il prodotto può piacere o meno, è tutto un altro paio di maniche.

Giorgia Meloni
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venerdì, 07 agosto 2009

Viaggio di nozze a Theran: intervista a Azadeh Moaveni

151Azadeh Moaveni è giornalista e scrittrice. Cittadina americana cresciuta in Iran, è un’esperta di Medio Oriente, ed è una delle poche corrispondenti americane a collaborare in maniera continuativa dal 1999 con l’Iran; scrive sui diritti delle donne, le culture giovanili e le riforme islamiche per «Time», «The New York Times» e «The Washington Post». In Italia è editorialista di «Internazionale». Ha pubblicato Lipstick Jihad, Viaggio di nozze a Theran, ed è co-autrice con il Premio Nobel per la pace Shirin Ebadi di Iran Awakening. Parla correttamente sia il Farsi che l’arabo e attualmente vive con i sui figli a Londra. Il suo sito è www.azadeh.info.

1. Azadeh Moaveni, oltre a innumerevoli articoli scritti per le principali testate statunitensi, con Viaggio di nozze a Teheran ha al suo attivo ben tre libri. Ci sono delle differenze tra la Moaveni giornalista e la Moaveni scrittrice?

Sin dai miei primi giorni in prima linea come cronista, sono sempre stata convinta che le storie personali siano uno strumento di comunicazione più efficace, specialmente quelle estere, da paesi distanti e complicati, rispetto all'analisi o la fredda cronaca giornalistica. Ricordo che quando fui inviata in Iraq dopo l'invasione americana, scrissi la storia di alcune ragazzine, di come non potevano più andare a scuola, perché il clima di sicurezza si era deteriorato. Quella fu una delle mie storie da prima pagina che ottennero un'attenzione enorme e penso che in parte fosse a causa del potere dei dettagli personali: raccontava la storia di queste ragazzine e delle loro famiglie che erano molto felici che Saddam Hussein se ne fosse andato, ma che in cambio avevano perso la loro sicurezza fondamentale. Credo che questo si sia trasferito nella mia scrittura e credo di aver scelto il genere del memoir perché dà la possibilità di raccontare e in più spiegare concetti politici complessi da capire, specialmente per chi non è un esperto o uno specialista.

2. Ci sono degli autori che l’hanno influenzata in modo particolare o per lei, perennemente in viaggio per scelte di vita e per lavoro, è stato naturale cimentarsi con il reportage narrativo?

Quando ho iniziato a scrivere Lipstick Jihad, ero ancora una studentessa e una giornalista e non avevo ancora intrapreso la strada del memoir. Sono stata molto influenzata da due libri in particolare, due scrittori. Uno naturalmente è Kapuscinski, l'autore di Shah-in-Shah, forse il resoconto giornalistico definitivo sulla rivoluzione iraniana, ma raccontato in istantanee, attraverso pagine brevi, quasi come una serie di scene che documentano il dispiegarsi della rivoluzione con un occhio per la storia individuale, scritto in modo estremamente evocativo e intenso. Mi è stato di grande ispirazione perché a volte credo che nei paesi dove la gente attraversa esperienze terribili, forme di narrativa più asciutte non siano sufficienti per trasmettere la dimensione della sofferenza che la gente attraversa o il dramma che entra nella loro vita quotidiana. Poi c'è The mantle of the prophet, un libro accademico scritto in parte da Roy Mottahedeh: è la storia di un giovane ecclesiastico che visse a Qom durante la rivoluzione, e del suo cammino da seminarista a sacerdote, e credo che più di ogni altro libro di storia, della storia iraniana nel ventesimo secolo, catturi il processo intellettuale, politico ed emotivo che hanno attraversato gli iraniani assistendo alla caduta degli scià e l'emergere di Khomeini. Questi due scrittori mi hanno molto influenzato.

3. Non ha mai pensato che il libro, in virtù del maggiore spazio che offre all’autore e alla dimensione più raccolta che propone al lettore, stia arrivando sempre di più a sostituire la stampa periodica nel ruolo di diffondere le notizie in modo obbiettivo e approfondito?

C'è stata una cosa che mi ha molto toccato quando iniziai a girare l'America dopo la pubblicazione di Lipstick Jihad. Molti americani vennero a parlarmi di quanto fossero confusi sull'Iran nell'ultimo decennio o negli ultimi due, a seconda della loro età, e mi dissero quanto il mio libro avesse abbattuto pregiudizi e idee sbagliate sull'Iran, e me lo dicevano adolescenti, casalinghe e persone che ero certa non leggessero le
pagine di cronaca estera dei loro quotidiani, ma me lo dissero anche i lettori abituali di notizie estere che forse non avevano sentito una connessione umana con gli iraniani. Credo che questa sia la mia massima aspirazione, nello scrivere questo tipo di memoir, che naturalmente mette insieme il racconto personale con il background politico e sociale dell'Iran. Credo che ogni giornalista sia frustrato dal limite di dover scrivere in uno stile adatto ad un quotidiano, che racconta le notizie e si mantiene al di fuori della storia. Come iraniana è difficile restare fuori dalla storia quando i tuoi amici e parenti stanno vivendo le notizie sulla propria pelle, quindi è questa la mia speranza, quello che cerco di ottenere è la capacità di fornire una sorta di panorama più profondo per le persone che altrimenti forse seguirebbero le notizie sull'Iran ma non intimamente.

4. In Viaggio di nozze a Teheran ha raccontato come il regime di sanzioni che grava sull’Iran sia pagato dal popolo, e non certo dall’attuale governo fondamentalista. Con il tramonto dell’amministrazione Bush e l’avvento di Obama le è sembrato di cogliere dei segni di mutamento nelle politiche di ingerenza statunitensi in Medio Oriente?

È molto presto per dire se l'amministrazione di Obama si distaccherà in modo significativo dalle politiche dell'amministrazione Bush nei confronti dell'Iran. Ci sono segnali importanti che suggeriscono di sì, ci sono state nomine alla Casa Bianca e nello staff che suggeriscono che stia coinvolgendo esperti bene informati e dalla mentalità aperta per trattare con l'Iran, d'altra parte però gli Stati Uniti si trovano di fronte ad una posizione di negoziato molto complicata: l'Iran è quasi una potenza nucleare con un’enorme influenza sull'Iraq e l'Afghanistan, e in una certa misura gli Stati Uniti dovranno tenere una posizione molto dura per sedersi al tavolo dei negoziati, quindi è difficile dire quanto di quel che sta uscendo da Washington sia quel tipo di negoziato retorico da realpolitik, se ci sia stata una riconsiderazione fondamentale dell'Iran, di che tipo di minaccia si tratti. Credo che sia presto per dirlo, in questo momento.

5. Spesso, nel suo libro, si osserva come in Iran la depressione economica abbia contribuito in modo decisivo a spianare la strada alla politica di repressione e intolleranza del governo Ahmadinejad. Non teme che, in un clima di crisi come quello attuale, anche in Europa o negli Stati Uniti possano vacillare le garanzie offerte ai cittadini in una democrazia?


Sebbene in Iran la cattiva economia e il basso tenore di vita siano critici per il popolo, per certi giochi di potere e per la repressione politica dei dissidenti, credo che il modo in cui il governo iraniano sta affrontando la crisi economica in termini di misure restrittive politiche sia piuttosto unico nel suo genere. Non lo vedrei come un insieme di problemi che possono essere generalizzati e confrontati con quelli di altri paesi dell'occidente. Anche loro stanno attraversando una crisi economica molto significativa, ma il problema in Iran è che il governo non capisce che non ha una risposta significativa economica per i problemi della gente, e per lo stato dell'economia, e in Iran il progresso economico è molto legato alla politica, ad esempio finché l'Iran non rivede le sue posizioni ad esempio su Israele, probabilmente non sarà in grado di unirsi al WTO, l'organizzazione mondiale del commercio, per avere legami economici significativi con l'Europa e il resto del mondo, escludendo ad esempio la Cina. In questo senso in Iran si tratta di una serie di problemi correlati tra loro molto specifici e contorti, mentre in occidente credo che i governi abbiano gli strumenti per affrontare la crisi economica e possano isolare il
problema. Certo, anche loro sono politicizzati, ma non quanto l'Iran. Credo che l'Iran debba prima fare i conti con la sua identità politica e poi con l'economia. È molto difficile gestire le due cose allo stesso tempo.

6. Dopo il G8 de L’Aquila, ma proprio mentre le violenze contro i manifestanti iraniani in madrepatria si facevano più intensi, il Ministero degli Esteri di Teheran ha protestato formalmente con il governo italiano per il modo in cui la polizia ha represso le manifestazioni di protesta, dimostrando il modo ipocrita con cui l’Occidente gestisce la tematica dei diritti umani. Lei come giudica questa diatriba diplomatica?

Non mi sorprenderebbe sentire che il ministro degli esteri iraniano o qualsiasi altro ufficiale iraniano vuole dare lezioni all'occidente su come si trattano i cittadini, mentre sappiamo che il governo iraniano sta frenando il dissenso e picchiando i manifestanti in casa propria. È un comportamento piuttosto comune per il governo iraniano, ignorare quello che succede nel proprio orticello e accusare l'occidente di usare due pesi e due misure. Certo è incredibilmente ironico che un ufficiale iraniano voglia insegnare a un paese straniero ad affrontare le manifestazioni pacifiche quando lui stesso manda poliziotti in borghese a sparare sulla folla di civili com’è avvenuto nel corso degli ultimi due mesi, ma sfortunatamente è un'abitudine del governo iraniano quello di scagliarsi sull'occidente per ignorare i suoi problemi interni.

7. Tra i protagonisti di Viaggio di nozze a Teheran c’è l’inquietante figura di “Mr X”: un agente dei servizi segreti che controlla la sua attività di reporter in modo ossessivo. Dopo le ultime elezioni e la protesta popolare che ha scosso l’Iran, il tema dei servizi segreti è tornato all’ordine del giorno insieme al volto insanguinato di Neda Agha Soltan. In Italia, su alcuni giornali, si è ventilata l’ipotesi che la manifestante non sia stata affatto uccisa dalla polizia iraniana ma che la sua morte sia solo una messa in scena organizzata dall’intelligence degli Stati Uniti o da una fazione interna avversa ad Ahmadinejad. Lei cosa ne pensa di una simile possibilità?

Credo che l'idea che è stata esposta da alcuni opinionisti e pubblicazioni d'occidente, che Neda Agha Soltan sia stata forse assassinata da una fazione interna avversa ad Ahmadinejad o forse persino istigata dagli Stati Uniti o qualche altro potere occidentale che cospira contro l'Iran sia abbastanza grottesca. Trovo molto spiacevole che in occidente ci siano persone che pur partendo da posizioni di sinistra restano cieche nelle loro abitudini liberali, nel loro modo di guardare il mondo e quel che succede in posti come l'Iran. Molto spesso la loro analisi e le loro affermazioni finiscono per assomigliare a quel che stanno dicendo le file più dure del governo iraniano. Ci sono state tantissime persone, giovani, manifestanti disarmati, civili, semplici astanti che sono stati assassinati nel corso della protesta nelle ultime settimane, Neda Agha Soltan forse è stata solo la più fotogenica e l'unica ad essere filmata, ma lei non rappresenta un incidente isolato e credo che sia davvero molto ingenuo immaginare o proporre una visione della situazione che fa sembrare il governo iraniano completamente innocente e vittima di una qualche cospirazione. Credo che sia davvero il fallimento del liberalismo occidentale quando accadono queste cose spiacevoli, avanzare una sorta di analisi indipendente che insulta gli iraniani che devono effettivamente sopportare questo genere di brutalità.

8. Ha descritto se stessa come una “sciita secolare”, auspicando l’avvento di un modo di vivere la fede più privato, in grado di salvaguardare le identità locali senza prestare il fianco ai fondamentalismi e alle ingerenze dello Stato. Nei duri scontri in corso in Iran attualmente, quale spazio si sta conquistando questa prospettiva?

Da fuori potrebbe sembrare che i terribili conflitti in Iran esplosi nell'ambito di questa protesta elettorale e la repressione degli ultimi trent'anni e in particolare gli ultimi quattro nel nome dell'Islam, si può pensare che tutto questo abbia precluso lo sviluppo di identità religiose individuali, quelle di chi pratica la propria fede, nella propria casa, senza imporla sugli altri, arrivando a considerare la religione come un'esperienza privata da vivere entro le mura domestiche. Credo che per molti iraniani questo tipo di repressione nel nome dell'Islam abbia invece solo rafforzato l'individualità della religione. Sono sicura che ci sia un'esigua maggioranza di iraniani che finiranno per subire il lavaggio del cervello da parte dello stato, credo che sia inevitabile, e ce ne sono molti che sono diventati più religiosi per abitudine perché è diventata la lingua corrente in pubblico e credo che sia qualcosa che si può dare per scontata. Credo che nella protesta a cui stiamo assistendo, se si chiedesse a molti iraniani che stanno protestando per le elezioni: «Credete nella separazione tra religione e stato?», risponderebbero un fragoroso «Sì», eppure protestano inneggiando Allah Akhbar sui tetti delle case. Questo può sembrare contraddittorio, ma credo che accada soprattutto per abitudine, è la lingua permessa per l'espressione del dissenso in Iran e non indica necessariamente che la gente e la società non abbiano compreso l’importanza di una religione privata, perché credo che la gente abbia toccato con mano quanto la vita può diventare sgradevole quando le persone si controllano l'un l'altra come poliziotti e tutti ispezionano i fatti altrui riproducendo il fondamentalismo del governo nei loro quartieri, nelle loro case. Credo quindi che l'esperienza di vivere sotto questo tipo di governo fondamentalista, a lungo andare, e già adesso, sarà di grande aiuto a creare un atteggiamento più moderno verso l'Islam in Iran.

(Intervista di Cristiano Armati per NewtonCompton.com)



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giovedì, 23 luglio 2009

Guerra è sempre (due parole dedicate a chi con la scusa dell'estate ne approfitta per indossare le infradito)

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Quando c'è la guerra, a due cose bisogna pensare prima di tutto: in primo luogo alle scarpe, in secondo alla roba da mangiare; e non viceversa, come ritiene il volgo: perché chi ha le scarpe può andare in giro a trovar da mangiare, mentre non vale l'inverso. – Ma la guerra è finita, – obiettai: e la pensavo finita, come molti in quei mesi di tregua, in un senso molto più universale di quanto si osi immaginare oggi. – Guerra è sempre, – rispose memorabilmente Mordo Nahum.

(Primo Levi - La tregua)
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venerdì, 03 luglio 2009

Cuori rossi e Zona del silenzio: dedicati al caso Aldrovandi, due libri irritano la polizia

«Non sapremo mai di cos'è morto quel ragazzo». Uno dopo l'altro, in due giornate serrate di arringhe, i legali dei quattro imputati per l'omicidio colposo di Federico Aldrovandi, hanno provato a smontare le tesi della pubblica accusa fino ad approdare a una sorta di agnosticismo cosmico, uno scetticismo sitematico su ogni evidenza processuale. Conclusioni: sarebbe impossibile ricostruire le cause delle morte, ciò che è emerso «non rende plausibile (ma solo probabile, ndr) la catena causale» di eventi che hanno portato al decesso di un diciottenne incensurato e disarmato che tornava a casa all'alba di una domenica mattina di quasi quattro anni fa.
Sotto accusa, di nuovo, lo stile di vita presunto del diciottenne rimasto ucciso durante un violentissimo e misterioso controllo di polizia. In fin dei conti era un drogato, hanno insistito, un drogato perdipiù cintura marrone di karate. La tesi più cara ai difensori dei quattro membri degli equipaggi delle due volanti è quella della chetamina killer - «Sì, sì, sì», esclamava l'avvocata Vecchi del foro riminese: può dare allucinazione e agitazione - ma anche morfina ed Lsd. Eppure delle prime due sostanze furono trovate lievi tracce che non giustificherebbero l'agitazione, «l'incapacità di fermarsi di fronte allo sforzo». E di Lsd neppure quelle lievi tracce. Aldro, con ogni probabilità, fu truffato da chi gli vendette dei "francobolli" ma per le difese l'acido non si trovò «perché non fu cercato». I quattro legali e i loro collaboratori hanno spulciato ogni pagina degli atti e ne rendono conto con eloquenza in arringhe lunghe ore e ore. Confutano le perizie che, peraltro, a volte sono scritte con un linguaggio scivolosissimo e sono state svolte prima di conoscere le testimonianze che l'accusa considera decisiva. Ecco i "titoli": le difese puntano sul disaccordo tra il pm e i gli autori della superperizia che Proto ordinò quando sostituì la prima pm, quella di turno quella notte che non si presentò mai sulla scena del delitto, forse depistata da chi la avvisò appena si rese conto che il ragazzo era morto. E le indagini casalinghe? Appunto, per la difesa sarebbe tutta colpa della prima magistrata che poi, quando l'eco dell'inchiesta scavalcò i confini ferraresi, si dimise dal caso. Altro cavallo di battaglia delle difese: l'«indimostrabilità» del rilievo concausale del "contatto" tra i quattro e il giovane, pescato senza documenti in un'area - il parchetto di via Ippodromo - considerata sensibile. E la foto del cuore "spezzato"? Una «carta della disperazione» di un'accusa senza prove certe. Torna l'immagine di un ragazzo reso imbizzarrito dalle droghe, che si infurierebbe «alla sola vista del nemico», che terrorizza i passanti e poi salta sul cofano quindi sul tetto della volante, talmente forsennato da non sentire nemmeno il dolore allo scroto quando cade a cavalcioni dello sportello. Un'azione «fulminea» che nella ricostruzione delle difese si contrae in una manciata di minuti: la scena di almeno cinque minuti raccontata dalla superteste che li vide «come le formiche», «con i bastoni», sopra un ragazzo agonizzante che chiedeva di smetterla, diventa uno sketch da trenta secondi. Perché altrimenti la tesi del ragazzo "già morto", schiantato dalle droghe e dalla sindrome da eccitamento, ovvero che sarebbe morto indipendentemente dall'incontro con le volanti, non potrebbe reggersi. E i segni in testa? Solo uno sfregamento del cranio sull'asfalto. E sarebbe decisiva l'assenza di segni di manette sul dorso. E la posizione prona in cui fu lasciato nonostante non riuscisse a respirare? «Quella non compromette la ventilazione», si sente dire con ampie citazioni di letteratura scientifica. E le due testimoni residenti nella palazzina di fronte al cancello dell'ippodromo? «Non hanno visto nulla». E i manganelli? Calci e manganellate sarebbero la «leggenda nera di questo processo». Gli sfollagente, poi, erano vecchi. E le implorazioni di Federico citato da diversi testi? «Ma quelle parole erano davvero sue? Era allucinato, aveva un rapporto col mondo di tipo persecutorio». Insomma fu la droga, sempre la droga. «Il resto è probabile ma non può essere provato». Questa la trincea delle difese degli agenti che considerano le accuse «una prateria di illazioni», di suggestioni, congetture e bugie. E riservano frecciate a una stampa, a loro dire, troppo vicina alle parti civili, ossia ai genitori di Federico la cui ostinazione ha consentito l'approdo a un processo pubblico dopo mesi di depistaggi su cui indaga un'altra inchiesta.
Esplicite le citazioni in aula per il vostro cronista, da parte di uno dei legali, contro le citazioni «stonate» di questa vicenda che avrebbero «preconfezionato la sentenza». A irritare il collegio difensivo due libri: uno di Cristiano Armati ("Cuori rossi", Newton Compton) reo di aver accomunato Aldro alle centinaia di morti in ordine pubblico; l'altro quello scritto dal vostro cronista assieme al disegnatore Alessio Spataro ("Zona del silenzio", Minimum Fax) perché ci ostineremmo a «cercare verità e giustizia a senso unico, criticando insensatamente la polizia». Lunedì, dopo le probabili controdeduzioni del pm, il giudice monocratico si ritirerà in camera di consiglio.

(Checchino Antonini - da "Liberazione" del 1 luglio 2009)

Federico Aldrovandi
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martedì, 30 giugno 2009

Cuori rossi e i buttafuori della memoria

Il 29 gennaio del 1995, nel piazzale del “Ferraris”, Vincenzo Claudio Spagnolo viene aggredito dalla Banda del Barbour, un gruppo di milanisti di buona famiglia e di estrema destra. Sta aspettando la sua ragazza, Spagna. Sono le 13:40. L’attacco è infame, vigliacco, premeditato, studiato a tavolino. Una coltellata a un genoano, come segno distintivo della Banda, come lasciapassare per diventare grandi ed importanti nell’orbita del tifo organizzato della Sud milanista. Un colpo al cuore. Claudio muore in ospedale. La Nord genoana non lo dimenticherà mai.

Vivere nel cuore di chi resta non è morire
Hasta siempre, Spagna! Esiste una ricostruzione minuziosa di quell’evento, “Diari di una domenica ultrà”, edita dalla Franco Angeli. Copertina blu, Valerio Marchi la esponeva sempre, a San Lorenzo. Ci sono altre tracce sparse: articoli di giornali e riviste, videointerviste, speciali televisivi. E c’è il capitolo 39 di “Cuori Rossi”. Cristiano Armati è passato da Foggia per presentarlo,“Cuori rossi”. Gli abbiamo esternato la nostra condivisione: Spagna con Curiel, coi morti di Portella della Ginestra e di Brescia, con i caduti di Modena e di Avola, con Fausto, Iaio e Valerio, in quella sequenza agghiacciante di volti che è la nostra memoria. Ci ha risposto: “Voi non sapete a quanti compagni, invece, non è andata affatto giù questa cosa… Non sapete quanti mi hanno chiesto: Che c’entra?”.

No suprises, cantavano i Radiohead, nonostante la tristezza, la profonda, abissale tristezza e la momentanea impotenza.
Claudio era un compagno. Uno di noi, senza che nessuna Commissione di Saggi & Saccenti possa azzardarsi a sostenere il contrario, o rimodulare le modalità, a fingere che esista un luogo e un modo per morire bene. Per morire a sinistra.
Claudio era un nostro compagno. Come Renato Biagetti, pugnalato a Focene a margine di una festa in spiaggia; come Carlo Giuliani, sacrificato all’altare degli otto grandi. Come Nicola Tommasoli, assassinato a Verona dalla furia vigliacca di un branco di cani.

Uscire dal percorso obbligato che segna l’appartenenza, la qualità e la tonalità del muscolo cardiaco. Rossi: nelle strade, nei quartieri, in curva, nei luoghi più impensati ed impensabili, a costruire le premesse per una nuova fase, a dilatare gli spazi angusti di una contraddizione per tramutarla – come alchimisti – in aperto conflitto. A pagare in prima persona, senza concessioni e senza sconti, il conto della repressione, degli agguati vigliacchi, delle lame nel buio.
Dovrebbe essere scontato, acclarato, un dato comune a tutti quelli che in comune hanno un contesto e un cammino.
Invece. Invece sembra di sentirli quelli che inquadravano da distanze siderali il modus vivendi di Davide Cesare, Dax, che ne scandagliavano il passato – come un novello Alceste Campanile – e ne indagavano le macchie, confinando il suo stile al sottobosco inesplorato e misconosciuto delle Sottoculture. Buone, si, per un libro al cocktail, per darsi un tono da tuttologi in sala da the, per democratizzare l’approccio ancora liceale, ancora classista. Ma non certo per condividere compagni in carne ed ossa.
Il 5 giugno 1975, ad Arzello d’Acqui, in provincia d’Alessandria, durante gli ultimi singulti del sequestro di Vallarino Gancia, i carabinieri uccidono Margherita “Mara” Cagol, militante e dirigente delle Brigate Rosse. Per un vezzo maschilista ritenuta sempre e solo “la compagna di Renato Curcio”. Sulla morte di Mara esiste una verità che non è verità di Stato, che non è conflitto a fuoco, e che parla di fredda e lucida esecuzione. Così come d’esecuzione si deve parlare per Annamaria Ludman e le vittime di via Fracchia, ancora a Genova, dopo l’incursione del Nucleo Antiterrorismo che costò la vita ad altri quattro brigatisti e – come dicono molti – segnò la fine della colonna genovese. O per Walter Greco, Pedro, ucciso a Trieste da un agente della digos. Tutti impressi nella carta del capitolo 23. Un “mai documentato eccesso di ritorsione”. Tutti impressi nella memoria. Bene, perché ai compagni non è permesso atteggiarsi a vittime e c’è la storia, ci sono i colpi ricevuti, ci sono i colpi dati. Senza dosaggi e senza filtri, in ossequio all’abitudine di leggere il dato, piuttosto che a crearlo, lavorando di fantasia e d’idealismo sfatto. Eppure, anche qui le voci salgono, come una nebbia densa: “Che c’entra la Cagol? E i brigatisti, che c’entrano con i compagni?”.

Riflesso, rimando automatico ad un passato che non si vuole affrontare: le Brigate Rosse sono ancora “sedicenti”, per molti, a 40 anni di distanza. Eredità, a tratti inevitabile, di un partito glorioso ed infame, infinitamente grande e miserabilissimo. L’album di famiglia deve rimanere ermeticamente chiuso, se proprio non può essere dato alle fiamme. Anche qualora questo comportasse, come conseguenza immediata, l’impossibilità (presente e reale) di parlare con una voce della famosa “soluzione politica” per uscire dagli anni di piombo. Evitare le figuracce sui Battisti, sui Persichetti, sui Lollo. Capire chi siamo e da dove veniamo, prima di sbraitare stupidaggini, giocare – senza la minima esperienza concreta e la necessaria sapienza di vita – ai buttafuori della memoria.
Cominciando dallo studio approfondito del senso di quella formula, Vittima Consapevole, che fungeva da rivendicazione a prescindere, e toglieva ossigeno alla fatalità. Luigi Pinto non si trovava per caso a due passi dalla bomba che ha devastato la Loggia di Brescia. E posto fine alla sua vita. È bene non dimenticarlo mai. O, per chi non lo sa o lo ignora o parla di “vittime”, di cominciare a familiarizzare col nuovo linguaggio d’un tempo. Perché cambiano gli esecutori e le dinamiche. Ma raramente cambiano i mandanti.
E il fatto resta: in tanti, troppi, si autoproclamano ancora oggi giudici e si autoconvocano, per inspiegabili inerzie, a sentenziare sul passato, a selezionare, a scegliere, a vivisezionare le vite di quelli che la vita l’hanno dedicata alla propria guerra che, per definizione, è insindacabile.
Nell’incapacità di possedere una lettura organica, a dividere i buoni dai cattivi, anche a distanza di decenni. Genova – quella dell’Ottanta, quella del Novantacinque e quella del Duemilauno – non ci ha insegnato niente.

(ilLaerte - Zona Partigiana)

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lunedì, 25 maggio 2009

Federico Fiumani e Cristiano Armati: Dov'eri tu nel 77?

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domenica, 24 maggio 2009

Gran Torino: riceviamo (da Philopat & Duka) e volentieri pubblichiamo

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Malcolm, un uomo alto e secco con il taglio a due lunghezze per mascherare i capelli già in caduta e due occhi da triglia, nella vita era uno sballato. Però sapeva benissimo che al salone del libro non avrebbe dovuto farsi le canne. Ma che cazzo! Quella fiera era fin troppo celebrale, una noia che non riuscivi a schiodarti di dosso.

Malcolm, aveva chiesto cambio di una mezzora allo stand e poi era uscito dai capannoni del Lingotto. Sotto un sole caldissimo raggiunse in pochi minuti il suo camper nel parcheggio. Dentro era un forno. Quest’anno il suo editore non pagava l’albergo. Finalmente si accese un cannone di Temple Ball. Aveva in mano il libro di Alex Foti, Anarchy in EU in cui aveva trovato degli steakers che ora si divertiva ad attaccare sulle pagine giuste. Un kit da comporre che mandava fuori di testa. La prima parte del libro era una specie di saggio cromatologico sui movimenti nel dopo Noglobal, nella seconda c’erano i diari psichedelici sulle trasferte europee dell’autore all’inseguimento della rivolta. Purtroppo la Temple Ball gli faceva attaccare storti gli adesivi. Questo lo spinse a riflettere sul perché anche quella volta si era fatto convincere di tornare a Torino. Malcolm doveva lasciare Roma al volo, un cupido lo aveva trafitto il mese prima, ma come al solito si trattava di un colpo di striscio, l’innamoramento era d'un tratto sparito. Eppoi, un amico gli aveva detto del G8 degli universitari. Da un po’ di tempo alla parola G8 gli veniva un strano tremolio al braccio, ma non capiva se era l'adrenalina o il primo sintomo dell’Alzheimer. Perciò aveva accettato di partire con un vecchio camper che gli aveva prestato suo cugino piccolo, un ravaiolo un po' stanco di fare il traveller.

 

Come molti amici e colleghi, Malcolm faceva parte di quella nuova professionalità che sta in mezzo tra lo scrittore e lo standista. Il suo editore era una brava persona, gli aveva pubblicato due libri da lui scritti che erano andati anche benino, poi però l’aveva coinvolto in tutto il resto… Da 8 anni si faceva un mazzo bestiale per 6 giorni senza quasi mai dormire. Montare il mercoledì, stand aperto il giovedì. Poi 14 ore filate a vendere, o meglio a tentare. Poi c’era l’obbligo di andare a tutte le feste già dalla prima notte, d'altronde al giovedì sono importanti i contatti, quando si è ancora freschi. Imperativo: essere disinibiti dall’alcol ma non permettersi di biascicare e fare il simpatico con tutti i giornalisti che potrebbero recensire i tuoi libri. A letto ore 4.00, sveglia ore 8.00. Venerdì era il giorno più importante, dove si inizia a sbattersi sul serio. Invece... Che palle! Erano appena le 15.00 doveva fare ancora otto ore di lavoro. Uscendo dal camper si era ricordato che doveva passare allo stand di A Est dell’Equatore, per prendere una copia di Milingo contro tutti, il romanzo più burroghsiano del momento, scritto da Filippo Anniballi. Qualche testo buono c’era ancora per fortuna. Ma intorno a lui sembrava un solo lamento, si vendeva meno, i conti non tornavano, i piccoli imprenditori inseguivano i propri creditori  nel tentativo di sfuggire ai loro debiti. L’editoria era un settore nella merda e la vita di Malcom affondava sempre più nello sterco. Quella notte avrebbe dovuto presenziare alla festa della Minimun Fax, la solita affollatissima sala da ballo dove tutti confluivano alle due di notte. Era là che quelli reduci dal raduno d’elite all’Einaudi incrociavano i destini degli sfigati, tra questi gli scrittori/standisti come lui. Non aveva pranzato quindi doveva stare attento pure all’ora, alle 17 in punto, come ogni anno, scattava il buffet offerto dalla regione Umbria. Era una delle poche occasioni per mangiare qualcosa… L’effetto dello spinellone durò più del previsto, poi il vino dei diversi aperitivi aveva fatto il suo dovere portandolo in uno stato di apatia fino alla chiusura. Tutto come da programmi, senza nemmeno un’illusione.

 

Il sabato era scorso veloce al ritmo di un cannone fumato per ogni due libri venduti. Allo stand arrivavano le notizie sulla manifestazione degli operai della Fiat e la presunta aggressione a Rinaldini da parte dei Cobas. Pensando al G8 di martedì, un po’ di elettricità aveva scosso i nervi di Malcolm. A mezzanotte era passato dal campeggio degli studenti, lo Sherwood camp, per vedere che aria tirava. Aveva bevuto un bicchiere di vino biologico, a 50 centesimi e 50 di cauzione per il bicchiere di plastica, sentendosi un po' meglio. Era una location della madonna. Il campeggio a impatto zero si trovava in un boschetto sulla riva del Po, dall'altra sponda poteva vedere il molo dei Murazzi pieno di locali e la gente che si divertiva. Stava seduto con un paio di amici su panchette di legno autocostruite in mezzo al bar gestito da giovani universitari troskisti e da qualche pink. Malcom aveva cercato l'assemblea per capire le loro intenzioni, ma quegli attivisti sembravano ancora molto impegnati a capire se stessi, poi si faceva tardi e quella notte aveva ancora la testa nell’editoria. Allora via di corsa alla festa di Fandango, dove si era pure divertito, ma sul più bello, quando le danze e le birre gratuite si erano diffuse come un morbo e Malcolm stava scatenandosi in pista con la sua amica Cristina, proprio nel momento in cui stava per battergli i pezzi, gli organizzatori avevano spento la musica e acceso delle orrende luci al neon. Solo un istante prima si sentiva in forma e famoso come Bret Easton Ellis, subito dopo erano affiorati i visi, dei presenti, già segnati dalla stanchezza e dalla dura realtà. La crisi… E chi la paga? Cristina, una giornalista del quotidiano locale di Cremona che una volta gli aveva scritto una bella recensione, gli offrì un passaggio in auto. Giunti davanti al parcheggio del lingotto, non trovando migliore battuta per fare lo splendido, gli disse che il suo look gli ricordava Jane Fonda durante le lezioni di aerobica. Cristina non l'aveva presa troppo bene, ma forse era davvero molto stanca anche lei.

 

Il bioritmo professionale imponeva quattro ore di sonno. La domenica ci si aspettava il pienone, Malcolm si addormentò pensando alle vendite del suo libro. Ma in fiera, inspiegabilmente, c’era poca gente. Gli editori che contavano su quell’unico giorno per andare a pari con le spese, avevano la bava alla bocca. Gli standisti in paranoia nera. “Qui non ci scappa manco la paga giornaliera…” Alle quattro del pomeriggio, chiese il cambio per due ore e si spostò alla manifestazione fluffy, in macchina con la sua amica Antonella che lavorava come ufficio stampa per un’altra casa editrice. Si congiunsero al piccolo corteo che era appena partito. C’erano solo trecento studenti, più o meno il numero dei campeggiatori. Una delusione, malgrado la trentina di pagliacci della Clown Army che con un ariete di polistirolo tentavano di sfondare gli scudi della polizia, Malcolm aveva capito che bisognava aspettare la manifestazione spiky… Fluffy e spiky, ancora quelle parole assurde inventate da Alex Foti sul libro appena letto. Dopo poco decisero di riprendere l’automobile per tornare ai rispettivi stand. Passando per piazza San Carlo capirono perché al salone c'erano così pochi visitatori. Decine e decine di migliaia di persone invadevano la piazza per le selezioni del Grande Fratello. Il reality televisivo vinceva sulla letteratura e spazzava via saggistica e narrativa, nemmeno il fumetto di Watchmen reggeva al violento impatto, la moltitudine dei teledipendenti aveva disertato il salone del libro. La domenica sera andò a dormire presto nel suo triste camper, le feste erano finite, l'indomani si era preso la mattinata libera per andare al secondo appuntamento anti G8 dell’università.

 

Le iniziative del lunedì erano state indette dai collettivi universitari autonomi, l'asse portante dell'onda torinese.  Alla mattina presto Malcolm uscì dal camper per raggiungere un centinaio di manifestanti che stavano effettuando un blocco stradale davanti la stazione di Porta Nuova. Gli studenti, prima dell'arrivo di Malcolm, erano stati caricati dalla celere comandata da Mortola, uno dei macellai messicani della Diaz.  Le guardie avevano ordinato di levare il blocco perché il traffico era paralizzato da più di un'ora. I manifestanti per non subire fermi e per non prendere altre manganellate avevano deciso di mollare il colpo. Ma entrati in via Roma erano stati caricati alle spalle dalla sbirraglia. Altre botte altri fermi, poi avevano proseguito per piazza Castello imboccando via Po per finire con un sit-in sotto il rettorato. Malcolm era per la prima volta dopo anni in mezzo alle cariche della polizia! Aveva corso avanti e indietro senza capirci niente, però sentiva che il fisico reggeva ancora e il fiuto tornava quello di una volta. Sì, la netta sensazione che l'unica difesa possibile, arrivati a quel punto della vita, con la crisi che gli divorava il già misero esistente, sarebbe stata quella di giocare in attacco.

Era ora di abbandonare i manifestanti e recarsi a lavoro. Arrivato al salone per l'ultimo giorno di lavoro, gli editori, persino Feltrinelli e Mondadori, facevano sconti fino al 50 per cento, molti erano i cartelli con le scritte cubitali a pennarello che dicevano: “Tutto a 5 euro”. Svendevano, pur di rimediare qualche monetina, per non spendere troppo con i corrieri che dovevano riportare i libri a casa. Il primo padiglione dove stavano i piccoli editori si era trasformato in un suq. Gli standisti urlavano come pescivendoli o se ne restavano attoniti nella loro depressione, oppure attaccavano pippe sui contenuti fantastici dei loro libri, in breve cercavano disperatamente di racimolare la propria paga. Durò così fino alla chiusura, con un forte mal di testa e le orecchie in preda a un'allucinazione uditiva.

 

Martedì il gran momento, la mareggiata, finalmente Gran Torino… Si svegliò con un pensiero ossessivo. Oggi o mai più. Era l’ultima spiaggia, da Genova 2001 gli scontri mancavano dall’agenda del movimento. Non cavalcare quest'onda sarebbe stato disertare la vita. Si rendeva conto che peggio di così non si poteva andare, il suo lavoro da standista/scrittore glielo suggeriva, era l'incubo di una vecchiaia simile a quella di un baraccato di Mumbai che lo muoveva. Era giunto il momento di tracciare una linea netta, far saltare tutte le mediazioni: gli amici da una parte, i nemici dall’altra. Malcolm spense il mozzicone del suo cannone e iniziò la vestizione. Pantaloni neri, quelli militari con i tasconi, scarpe nere, etnies da skate, camicia nera, rigorosamente Ben Sherman a maniche corte. Scese dal camper, uscì dal Lingotto e si diresse alla fermata dell’autobus. Mentre viaggiava verso il concentramento, una paranoia lo investì: “Cazzo non ho un fazzoletto per coprirmi la faccia.” Arrivato alla fermata, prima di dirigersi a Palazzo Nuovo, andò in via Po dove c’era un negozio di accessori gotici per darkettoni, lì comprò un’inguardabile bandana. Al concentramento, in attesa della partenza del corteo, pensò di farsi un’altra canna. Se la fumò con Fritz, un vecchio amico di Bologna famoso per la logorrea da THC. “Vedi Malcolm, guarda cosa c'è scritto su questo volantino dell'onda di Camerino. Ci battiamo contro il potere dell’iniquità e della privatizzazione. Senti come gira bene, il linguaggio non è più quello del novecento... Iniquità, capito? Iniquità e privatizzazione…”. “Fritz non ci sto capendo un cazzo, fammi leggere come continua.” Con la canna in mano Malcolm si sforzava di capire più che i linguaggi, i contenuti del nuovo millennio: È scoppiata la crisi. Dall’abbondanza delle merci alla ristrettezza di vedute di ieri, dalla scarsità di merci agli orizzonti che si ampliano oggi. I comportamenti si radicalizzano. Le eresie si concatenano. Le proteste si moltiplicano. In effetti non era male...  Fritz tirò fuori un altro volantino con un collage di immagini, sembrava una pagina di una punkzine anni ottanta. “Leggi qui, questo non so nemmeno dove l'ho trovato, si firmano i Surfisti dello Tsunami.” Il testo era po' confuso, quasi situazionista, forse l'aveva scritto uno studente di scienze della comunicazione, ma il finale, per quanto bizzarro, era una bomba: I capitalisti simulano la propria immolazione per evitare la decapitazione. Ci vogliono far diventare protagonisti dei reality per non partecipare all’unico reality che sposta gli assetti di potere, quello del riot! La crisi gliela facciamo pagare noi, questa volta! A Malcolm scappò un sorriso. Dopo aver perso una parte del suo guadagno a causa delle selezioni del Grande Fratello, la metafora sul reality calzava a pennello sulla sua incazzatura. L'entusiasmo contagioso di quasi diecimila manifestanti, il suo completo nero in simbiosi con molti altri e l’ennesima botta di Temple Ball, fece scattare in lui uno strano effetto che creò un vortice d’immagini epiche. Sentì una sensazione simile al mal di mare, come un marinaio di Kronstadt in attesa dell’insurrezione, un brivido bollente come un bolscevico che aspetta il segnale della rivoluzione d’ottobre bevendo vodka.

 

Il corteo si mosse e si snodò per le vie della città, fino a giungere in via Marconi. Davanti iniziava la zona rossa, con le sue barriere e i suoi cani in difesa del Palazzo del Valentino, la sede del G8 dell’università. Davanti a tenerlo unito c’erano i cordoni del servizio d'ordine con il compito di compattare. Due file di compagni avanzavano, frontali verso la celere, mentre altre due squadre chiudevano le strade laterali fronteggiando polizia e carabinieri. Malcolm stava nei dintorni a guardare. Lo scontro iniziò furioso. Fumogeni, gas lacrimogeni, manganellate, estintorate, ma soprattutto volavano pietre. A lanciarle ragazze e ragazzi, lui era già mezzo intossicato, lo sguardo gli finì proprio sopra un bel mucchietto di sampietrini che sembravamo messi lì apposta. Tra i conati di vomito e il respiro che mancava, Malcolm ne aveva raccolti due, erano perfetti. Il cuore batteva a tremila, il lanciò fu come liberarsi dall’ossessione di voler diventare un nuovo Lucarelli. Che cazzo! È qui la vera paura… Dopo il tentativo di sfondamento i cordoni d’attacco avevano ripiegato dove si era attestato il corteo, che composto li aspettava. La sassaiola non si fermava, nessuno la poteva fermare, si trovavano sassi ovunque e tutti li raccoglievano e li lanciavano, non esistevano più buoni e cattivi, le pietre piovevano sulla polizia. I celerini provarono a entrare dal lato destro, ma non furono abbastanza decisi, arretrarono e infine si ritirarono. I manifestanti si resero conto che non erano imbattibili, li caricarono e quelli fuggirono sotto i colpi dei sassi. La sindrome di Genova era guarita. L'onda li aveva travolti, una mareggiata li aveva spazzati via.

 

La sua camicia Ben Sherman si era sporcata del miscuglio d’acqua e malox che gli avevano rovesciato addosso per alleviare il bruciore agli occhi, forse era da buttare. Il cuore gli batteva ancora forte e la mancanza d’aria gli tagliava le gambe, ma Malcolm era contento, felice, cammina a testa alta con l’andatura dinoccolata. Dal sound del furgone echeggiavano i Body Count, purtroppo qualcuno s’era messo a cantare Non siam scappati più… “Socmel, ma che cazzo si mettono a cantare, il novecento è finito da un pezzo…” Fritz gli si era di nuovo avvicinato con altri volantini che aveva raccattato durante il corteo. “Leggi questo”. “Ma è in francese.” “Dai Malcolm, te lo traduco io”: L’ondata partita dalla Grecia e dagli atenei europei non si ferma. Il Piombo Fuso su Gaza l’ha radicalizzata e unita alla lotta dei migranti. Le proteste contro il G20 a Londra e la NATO a Strasburgo dove black e banlieue hanno stretto sodalizio, hanno segnato la dimensione pienamente europea e transnazionale.  Da Istanbul a Berlino, il primo maggio è tornato nelle strade e sulle barricate. E ora la lunga estate del G8 in Italia: Torino, Roma, Lecce, l’Aquila.  “Hai visto che roba… Socmel, guarda come si firmano: Atelier Mille Plateaux - Saint-Denis, una figata pazzesca, casseurs che hanno letto Deleuze!”

 

Il mercoledì mattina Malcolm viaggiava sull’Aurelia a bordo del camper, al suo fianco c’era Fritz che gli aveva chiesto un passaggio perché non se la sentiva di terminare in Piemonte quel fantastico viaggio. “Questa nuova generazione, secondo me è proprio estranea al vecchio patto sociale, rivogliono il futuro che la precarietà gli ha portato via. Punto e basta.” Malcolm era stufo di sentire quelle svalvolate, perciò l’aveva stoppato. “A Fritz, il cadavere del futuro gli ritorna indietro...” La giornata era splendida, calda, sembrava già di essere nel pieno dell’estate. La strada correva lungo il litorale tirrenico, il mare laggiù in fondo era calmo e invitante. Decisero di svoltare verso la spiaggia e si fecero un bel bagno. Mentre si asciugavano al sole Malcolm disse: “Ma tu hai visto il film Gran Torino?” “No! So solo che è di Clint.” “Neanch’io l’ho visto, però mi sembra un ottimo titolo per descrivere questi ultimi giorni”. Torino. Gran Torino. In effetti, per una settimana era stata il centro della crisi del mondo. “E adesso cosa si fa?” chiese Fritz… “Non so… Nel volantino di Mille Plateaux dicevano degli altri G8…” Nel pronunciare la parola G8, Malcolm sentì immediatamente lo stimolo per muovere il braccio nel gesto del lancio. Adesso ne era sicuro, si trattava proprio di adrenalina.

 

Marco Philopat & Duka

 

 

Alessandro

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martedì, 03 febbraio 2009

Il cuore eretico di Milano: Marco Philopat sulla storia del Conchetta e sui libri dell'archivio Moroni

Il primo amore. Dalla banda Bonnot ai punk, la vita e i libri di Primo Moroni sono stati punto di riferimento e stimolo per i movimenti antagonisti milanesi e non solo. La battaglia per il suo Conchetta cambia la geografia della città e scuote la sinistra

Avevo meno di vent'anni quando entrai per la prima volta nella libreria Calusca. Abitavo in un quartiere periferico di Milano e il sangue mi bolliva di rabbia urbana. Un po' titubante e molto presuntuoso, volevo chiedere se accettavano in contovendita le mie punkzine. Il tipo che mi accolse dietro a una scrivania incasinata era Primo Moroni e assomigliava vagamente a Ho Chi Minh, intorno a lui un poster con il viso di Che Guevara e una marea di libri dalla copertina rossa.

Non mi fidavo, beato nella mia ignoranza pensavo che l'ambiente fosse troppo comunista per i miei gusti anarcopunk. Alle sue spalle, mentre stava consultando la mia rivistina fotocopiata, avevo intravisto una strana maxifoto dei primi del Novecento che ritraeva quattro personaggi vestiti di nero, un po' burberi, un po' stracciati, ma anche molto grintosi.

All'istante gli chiesi provocatoriamente: «Ma quelli sono dei punk?» e lui sorridendo mi rispose: «Certo», poi si alzò e cercando tra le pile di libri mi tirò fuori La banda Bonnot di Thomas Bernhard. «Eccolo! Te lo regalo, così conoscerai la storia dei tipi della foto». Lo divorai in una notte e pensai che era vero, quelli della banda Bonnot erano proprio dei punk. Riottosi, anarco-banditi e vegetariani.

Da allora non mi feci più sfuggire l'occasione di andare da Primo per ascoltarlo, avevo compreso l'importanza della carta stampata per indirizzare i miei bollori in una direzione meno no future . Nel corso degli anni passai tante giornate dentro la Calusca e capii che a Primo bastava uno sguardo per proporre il libro giusto a ogni persona che si affacciava per la prima volta in negozio. Con quelli più giovani e arrabbiati non sbagliava mai un colpo...

La mia formazione è interamente costruita attorno a quei suoi consigli di lettura e alle persone che incontravo lì dentro. Nel gennaio del 1998, quasi vent'anni dopo, andai a trovare Primo all'ospedale. La morte lo aspettava dietro l'angolo. Aveva letto il mio libro di esordio appena pubblicato, Costretti a sanguinare , e mi parlò de Il giovane Holden scritto da Salinger, il cui titolo originale è The Catcher in the Rye che letteralmente significa «il guardiano nel campo di segale». Nel romanzo, quando la sorella minore del protagonista gli chiede cosa mai vorrà fare da grande, lui risponde con questa frase. Il «catcher in the rye» è colui che salva i bambini, afferrandoli un attimo prima che cadano nel burrone, mentre giocano in un campo di segale. Fu quello l'ultimo spunto che Primo mi volle regalare. A vent'anni da La Banda Bonnot , mi svelava quale fosse il senso più profondo della sua idea di cultura. Un'indicazione, uno stile di vita che ora è incarnato nel centro sociale Cox 18.

Racconto questa storia autobiografica perché, come capirete, è stata fondamentale per il mio percorso professionale e militante, ma è anche un episodio esemplare per altre centinaia e centinaia di compagni e compagne. Donne, tante donne che hanno talmente amato l'affascinate libraio da dimostrarlo con forza anche sabato scorso, prendendo, incordonate su tre file, la testa del corteo per le tre ore della manifestazione. Davvero splendide. Primo Moroni lo rimpiangono i movimenti antagonisti di tutta Italia, quella sua indecifrabile capacità di essere stratega del conflitto e delle mediazioni. Quella tensione nel mettere il mondo della cultura davanti alle sue responsabilità, quasi costringendo artisti e intellettuali a prendere una posizione precisa. Con mille citazioni raccattate dal suo incredibile vissuto o da qualche libro nascosto in chissà quale angolo della libreria, riusciva ad affabulare l'interlocutore più moderato convincendolo a restare dalla parte degli sfruttati, sempre.

Il giorno del suo funerale Oreste del Buono scrisse: «Era un turbatore della quiete ingiusta che ha avuto il merito di avvicinare alla cultura tantissimi che la rifuggivano». Una cultura eretica di estrema sinistra, l'unica in grado, a mio parere, di trovare percorsi di lotta unitari nelle nostre metropoli, dove la rabbia di giovani e meno giovani cresce sottotraccia alla vigilia della grande recessione, con il diminuire del lavoro e l'evaporare della politica tradizionale.

I 10.000 di sabato scorso, scesi in piazza a 48 ore dallo sgombero, hanno cambiato i rapporti di forza in città. La solidarietà dei milanesi è molto vasta, a partire dai numerosi striscioni pro-Conchetta apparsi sui balconi del Ticinese, dalle migliaia di firme al nostro appello, e dai tanti commenti indignati contro i brutali articoli on-line delle testate cittadine. La Moratti ammicca il dialogo e De Corato rischia la carriera politica. Il vicesindaco farebbe bene a restituirci subito Cox 18 e inventarsi un'altra emergenza, magari non sui soliti rom, arabi, prostitute o quant'altro, deve far dimenticare in fretta la campagna agit-prop che lo vede come un nazista intento a bruciare libri, oppure che imprigiona la sua faccia nel divieto ecopass con la dicitura: «Zona a pensiero limitato». Poi rimane il fatto che lo sgombero è stato completamente illegale: gli avvocati di Cox 18 hanno cercato invano in tutto il tribunale un pezzo di carta straccia che lo autorizzasse. Niente... Non hanno trovato niente.

Prima dei lanci di scarpe e degli oceanici «buuuuh» a Capitol Hill, i nostri amministratori dovrebbero farci rientrare domani, fare finta di niente, parlare d'altro, insabbiare la cosa. Cox 18 rientrerebbe appendendo, al già blasonato muro della sua storia resistente, un'altra coccarda di un'altra battaglia vinta. La risposta alla Moratti è quella ben espressa dai famigliari di Primo in cox18.noblogs.org, tuttavia allego volentieri quella di un cittadino qualunque che scrive un ironico commento in rete, credo condiviso da parecchi milanesi: «Ho ascoltato il tg di oggi, sembra che la nostra sindachessa si sia offerta di salvare, non si sa come e quando e dove, l'archivio di Primo Moroni... Ahiaiai!! Come al solito prima il bastone e poi la carota! Cara Letizia, i tuoi scagnozzi, (de Corato & Co.) l'hanno fatta grossa, vero? La città e Conchetta non demordono e allora voilà! Con la bacchetta magica Fata Letizia farà in modo che l'archivio del centro sarà salvato! Ma non ci basta cara, lasciaci vivere quel poco che c'è di bello nella nostra città...». «Cox 18, il fiore all'occhiello di Milano», si leggeva su un cartello esposto al corteo, il luogo di scambio e incontro tra cultura alta e quella espressa dai ghetti, unico nella sua composizione, dall'ultras al docente universitario, dal mattacchione dei navigli allo scienziato della tastiera. Inutile spiegare cosa c'era dentro e cosa si è vissuto in quello spazio durante 32 anni, basta osservare l'esterno per rimanere meravigliati, quel gigantesco murales bianco e rosso è un vero flash per smogville , l'ha realizzato qualche mese fa Blu, uno dei più importanti esponenti di arte da strada a livello internazionale, e ora è deturpato dalle lastre di metallo del sigillo poliziesco. Ben altro danno rispetto a un cassonetto bruciato. Tuttavia sono i libri dell'archivio il punto in cui deve far perno la lotta. «Quei libri sono la nostra storia» era uno degli slogan urlati in corteo, volumi che rappresentano la memoria del Ticinese, «il triangolo dei destini incrociati», memoria dell'intera città, memoria, presente e futuro dei movimenti operai e controculturali mondiali, dalla dicitura ferlinghettiana «City Lights» all'ultimo libro pubblicato dell'Archivio, quello sui Wheathermen scritto dall'amico di Obama, Bill Ayers, dalla copia firmata del primo libro di Bruce Sterling al saggio-inchiesta Cuori Rossi di Cristiano Armati. La battaglia per i libri di Primo deve diventare una battaglia di tutto il movimento antagonista italiano, quello vero, quello non legato alla conquista del potere o del portafoglio, un movimento costituito da coloro che con anima e corpo si mettono a completa disposizione delle lotte di lavoratori, diseredati e delle minoranze, proprio come faceva Moroni aprendo giornalmente la Calusca. Mobilitiamoci tutti insieme nella difesa di Cox 18 e della nostra stessa storia. 

(Marco Philopat - Il Manifesto del 29 gennaio 2009)

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mercoledì, 03 dicembre 2008

Il cavaliere e il santo. Letteratura e vita in Aleksandr Isàevič Solženicyn

Aleksandr Isàevič SolženicynUna figura inquieta si aggira nella storia della letteratura occidentale. Le sue origini si perdono nelle notti del medioevo quando, raccogliendo le parole pronunciate dai vecchi accanto al focolare, una nuova generazione di poeti rompeva la regola della narrativa esemplare, sostituendo le stereotipate vite dei santi tanto care agli ecclesiastici (e al potere) con le più eccitanti avventure dei cavalieri: personaggi che, pur appartenendo al mondo della fiction, sopportavano le vicissitudini, gli amori e le alterne fortune che caratterizzano la vita reale. Da questo momento in poi, parlare dei modi con cui la scrittura si confronta con la società significa dare voce a una serie ininterrotta di battaglie: conflitti che, nel corso dei secoli, sono stati sostenuti dagli autori più diversi per assicurare alla narrativa la possibilità e il diritto di interpretare la realtà. Tra questa strana razza di guerrieri, un posto di assoluto rilievo è quello occupato da Aleksandr Isàevič Solženicyn e dai suoi romanzi, Una giornata di Ivàn Denìsovič in modo particolare. Il discorso, evidentemente, potrebbe essere impostato a partire da un dato squisitamente biografico: oppositore “istintivo” dello stalinismo sovietico, il premio Nobel per la letteratura del 1971 sopporta lunghi anni di detenzione politica soltanto per essersi concesso il lusso di irridere “Baffone” nella sua corrispondenza privata; eppure non è certo questo a rendere “rivoluzionaria” la sua opera. Il cuore pulsante della narrativa di Solženicyn, infatti, è lo stesso che si agitava nei cantastorie dell’anno mille prima che le gesta di un Orlando furioso diventassero popolari persino tra le dame di corte, in un momento in cui il principale nemico della letteratura era la censura della Chiesa, subito pronta a reputare “sconveniente” che le lacrime e il sangue della vita irrompessero nel canone letterario mettendo in discussione ogni idea di “normalità”.

Da questo punto di vista, tutto il lavoro di Solženicyn può essere letto non soltanto come eversivo rispetto alla morale e alla legge in vigore nell’Unione Sovietica degli anni Quaranta e Cinquanta ma, cosa più interessante, come un’ininterrotta metafora del «mestiere di scrivere», tenendo presente che la principale “fatica” di uno scrittore degno di questo nome resta quella di sottrarsi alle tendenze normalizzatrici insite in qualunque sistema per conquistare nuovi territori espressivi al proprio bisogno di creatività. Non è certo un caso, infatti, se Una giornata di Ivàn Denìsovič resta una lettura tutt’altro che tranquillizzante anche oggi che il Muro di Berlino è caduto da un pezzo insieme alle categorie geopolitiche utilizzate dai primi lettori e dai primi critici del grande scrittore russo. Indipendentemente dall’universo concentrazionario dipinto da Solženicyn, le parole di questo eterno dissidente colpiscono i contemporanei e si guadagnano l’appellativo di “classico” perché il loro valore va ben oltre quello di essere una preziosa testimonianza sugli orrori dei gulag. Come una continua linea di febbre, nella prosa di Solženicyn si respira la tensione di personaggi che, in situazioni estreme come quelle della detenzione o della malattia, fanno coincidere la loro volontà di sopravvivere con la necessità di salvaguardare se stessi dalla disumanizzazione della situazione contingente. «Che bella cosa, si poteva non morire!», esclama l’alter ego dello scrittore in un passaggio di Una giornata di Ivàn Denìsovič: una frase memorabile che Solženicyn non dedica a una scampata esecuzione o a una guarigione insperata ma… al successo con cui il protagonista del romanzo riesce a personalizzare gli scarponi in dotazione ai detenuti!

Aleksandr Isàevič SolženicynOggi, come all’epoca in cui i libri di Solženicyn sfidarono il regime sovietico per vedere la luce, una simile affermazione non ha certo perduto la carica sovversiva che spaventò la polizia stalinista. E, con la classe antiretorica che contraddistingue la penna del matematico divenuto scrittore, continua a spaventare chi affronta la lettura di Solženicyn con la consapevolezza che nella vita quotidiana non c’è affatto bisogno di essere rinchiusi in un lager per cedere la propria umanità alla vigliaccheria di una dilagante omologazione.

 

Una giornata di Ivàn Denisovič(Cristiano Armati, Il cavaliere e il santo. Letteratura e vita in Aleksandr Isàevič Solženicyn, in A. I. Solženicyn, Una giornata di Ivàn Denìsovič, Newton Compton, Roma 2008)

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