I libri, i reading, le poesie e gli articoli di (e su) Cristiano Armati
Siamo alle solite. Il disegnatore satirico Alessio Spataro dà alle stampe il fumetto "La Ministronza", dedicato al nuovo ministro della gioventù, Giorgia Meloni (alias "Giorgia Mecojoni" nell'opera di Spataro), e si scatena una polemica che - da Rosy Bindi fino a Gianfranco Fini - ha visto tutto l'arco parlamentare unito - nemmeno si discutesse di aumentare lo stipendio dei politici! - nel condannare fermamente la "volgarità" dell'artista catanese...
A giorni sarà in libreria "Berluscoiti. Del maiale non si butta via niente" (Castelvecchi), nuovo libro di Alessio Spataro dedicato alle avventure dell'attuale presidente del Consiglio. La sinistra reale, intanto, è completamente sola. Bisognerà tenerne conto, sia per continuare a scrivere o disegnare in piena autonomia e libertà, sia per continuare a lottare e a sognare.
Azadeh Moaveni è giornalista e scrittrice. Cittadina americana cresciuta in Iran, è un’esperta di Medio Oriente, ed è una delle poche corrispondenti americane a collaborare in maniera continuativa dal 1999 con l’Iran; scrive sui diritti delle donne, le culture giovanili e le riforme islamiche per «Time», «The New York Times» e «The Washington Post». In Italia è editorialista di «Internazionale». Ha pubblicato Lipstick Jihad, Viaggio di nozze a Theran, ed è co-autrice con il Premio Nobel per la pace Shirin Ebadi di Iran Awakening. Parla correttamente sia il Farsi che l’arabo e attualmente vive con i sui figli a Londra. Il suo sito è www.azadeh.info.


Malcolm, un uomo alto e secco con il taglio a due lunghezze per mascherare i capelli già in caduta e due occhi da triglia, nella vita era uno sballato. Però sapeva benissimo che al salone del libro non avrebbe dovuto farsi le canne. Ma che cazzo! Quella fiera era fin troppo celebrale, una noia che non riuscivi a schiodarti di dosso.
Malcolm, aveva chiesto cambio di una mezzora allo stand e poi era uscito dai capannoni del Lingotto. Sotto un sole caldissimo raggiunse in pochi minuti il suo camper nel parcheggio. Dentro era un forno. Quest’anno il suo editore non pagava l’albergo. Finalmente si accese un cannone di Temple Ball. Aveva in mano il libro di Alex Foti, Anarchy in EU in cui aveva trovato degli steakers che ora si divertiva ad attaccare sulle pagine giuste. Un kit da comporre che mandava fuori di testa. La prima parte del libro era una specie di saggio cromatologico sui movimenti nel dopo Noglobal, nella seconda c’erano i diari psichedelici sulle trasferte europee dell’autore all’inseguimento della rivolta. Purtroppo
Come molti amici e colleghi, Malcolm faceva parte di quella nuova professionalità che sta in mezzo tra lo scrittore e lo standista. Il suo editore era una brava persona, gli aveva pubblicato due libri da lui scritti che erano andati anche benino, poi però l’aveva coinvolto in tutto il resto… Da 8 anni si faceva un mazzo bestiale per 6 giorni senza quasi mai dormire. Montare il mercoledì, stand aperto il giovedì. Poi 14 ore filate a vendere, o meglio a tentare. Poi c’era l’obbligo di andare a tutte le feste già dalla prima notte, d'altronde al giovedì sono importanti i contatti, quando si è ancora freschi. Imperativo: essere disinibiti dall’alcol ma non permettersi di biascicare e fare il simpatico con tutti i giornalisti che potrebbero recensire i tuoi libri. A letto ore 4.00, sveglia ore 8.00. Venerdì era il giorno più importante, dove si inizia a sbattersi sul serio. Invece... Che palle! Erano appena le 15.00 doveva fare ancora otto ore di lavoro. Uscendo dal camper si era ricordato che doveva passare allo stand di A Est dell’Equatore, per prendere una copia di Milingo contro tutti, il romanzo più burroghsiano del momento, scritto da Filippo Anniballi. Qualche testo buono c’era ancora per fortuna. Ma intorno a lui sembrava un solo lamento, si vendeva meno, i conti non tornavano, i piccoli imprenditori inseguivano i propri creditori nel tentativo di sfuggire ai loro debiti. L’editoria era un settore nella merda e la vita di Malcom affondava sempre più nello sterco. Quella notte avrebbe dovuto presenziare alla festa della Minimun Fax, la solita affollatissima sala da ballo dove tutti confluivano alle due di notte. Era là che quelli reduci dal raduno d’elite all’Einaudi incrociavano i destini degli sfigati, tra questi gli scrittori/standisti come lui. Non aveva pranzato quindi doveva stare attento pure all’ora, alle
Il sabato era scorso veloce al ritmo di un cannone fumato per ogni due libri venduti. Allo stand arrivavano le notizie sulla manifestazione degli operai della Fiat e la presunta aggressione a Rinaldini da parte dei Cobas. Pensando al G8 di martedì, un po’ di elettricità aveva scosso i nervi di Malcolm. A mezzanotte era passato dal campeggio degli studenti, lo Sherwood camp, per vedere che aria tirava. Aveva bevuto un bicchiere di vino biologico, a 50 centesimi e 50 di cauzione per il bicchiere di plastica, sentendosi un po' meglio. Era una location della madonna. Il campeggio a impatto zero si trovava in un boschetto sulla riva del Po, dall'altra sponda poteva vedere il molo dei Murazzi pieno di locali e la gente che si divertiva. Stava seduto con un paio di amici su panchette di legno autocostruite in mezzo al bar gestito da giovani universitari troskisti e da qualche pink. Malcom aveva cercato l'assemblea per capire le loro intenzioni, ma quegli attivisti sembravano ancora molto impegnati a capire se stessi, poi si faceva tardi e quella notte aveva ancora la testa nell’editoria. Allora via di corsa alla festa di Fandango, dove si era pure divertito, ma sul più bello, quando le danze e le birre gratuite si erano diffuse come un morbo e Malcolm stava scatenandosi in pista con la sua amica Cristina, proprio nel momento in cui stava per battergli i pezzi, gli organizzatori avevano spento la musica e acceso delle orrende luci al neon. Solo un istante prima si sentiva in forma e famoso come Bret Easton Ellis, subito dopo erano affiorati i visi, dei presenti, già segnati dalla stanchezza e dalla dura realtà. La crisi… E chi la paga? Cristina, una giornalista del quotidiano locale di Cremona che una volta gli aveva scritto una bella recensione, gli offrì un passaggio in auto. Giunti davanti al parcheggio del lingotto, non trovando migliore battuta per fare lo splendido, gli disse che il suo look gli ricordava Jane Fonda durante le lezioni di aerobica. Cristina non l'aveva presa troppo bene, ma forse era davvero molto stanca anche lei.
Il bioritmo professionale imponeva quattro ore di sonno. La domenica ci si aspettava il pienone, Malcolm si addormentò pensando alle vendite del suo libro. Ma in fiera, inspiegabilmente, c’era poca gente. Gli editori che contavano su quell’unico giorno per andare a pari con le spese, avevano la bava alla bocca. Gli standisti in paranoia nera. “Qui non ci scappa manco la paga giornaliera…” Alle quattro del pomeriggio, chiese il cambio per due ore e si spostò alla manifestazione fluffy, in macchina con la sua amica Antonella che lavorava come ufficio stampa per un’altra casa editrice. Si congiunsero al piccolo corteo che era appena partito. C’erano solo trecento studenti, più o meno il numero dei campeggiatori. Una delusione, malgrado la trentina di pagliacci della Clown Army che con un ariete di polistirolo tentavano di sfondare gli scudi della polizia, Malcolm aveva capito che bisognava aspettare la manifestazione spiky… Fluffy e spiky, ancora quelle parole assurde inventate da Alex Foti sul libro appena letto. Dopo poco decisero di riprendere l’automobile per tornare ai rispettivi stand. Passando per piazza San Carlo capirono perché al salone c'erano così pochi visitatori. Decine e decine di migliaia di persone invadevano la piazza per le selezioni del Grande Fratello. Il reality televisivo vinceva sulla letteratura e spazzava via saggistica e narrativa, nemmeno il fumetto di Watchmen reggeva al violento impatto, la moltitudine dei teledipendenti aveva disertato il salone del libro. La domenica sera andò a dormire presto nel suo triste camper, le feste erano finite, l'indomani si era preso la mattinata libera per andare al secondo appuntamento anti G8 dell’università.
Le iniziative del lunedì erano state indette dai collettivi universitari autonomi, l'asse portante dell'onda torinese. Alla mattina presto Malcolm uscì dal camper per raggiungere un centinaio di manifestanti che stavano effettuando un blocco stradale davanti la stazione di Porta Nuova. Gli studenti, prima dell'arrivo di Malcolm, erano stati caricati dalla celere comandata da Mortola, uno dei macellai messicani della Diaz. Le guardie avevano ordinato di levare il blocco perché il traffico era paralizzato da più di un'ora. I manifestanti per non subire fermi e per non prendere altre manganellate avevano deciso di mollare il colpo. Ma entrati in via Roma erano stati caricati alle spalle dalla sbirraglia. Altre botte altri fermi, poi avevano proseguito per piazza Castello imboccando via Po per finire con un sit-in sotto il rettorato. Malcolm era per la prima volta dopo anni in mezzo alle cariche della polizia! Aveva corso avanti e indietro senza capirci niente, però sentiva che il fisico reggeva ancora e il fiuto tornava quello di una volta. Sì, la netta sensazione che l'unica difesa possibile, arrivati a quel punto della vita, con la crisi che gli divorava il già misero esistente, sarebbe stata quella di giocare in attacco.
Era ora di abbandonare i manifestanti e recarsi a lavoro. Arrivato al salone per l'ultimo giorno di lavoro, gli editori, persino Feltrinelli e Mondadori, facevano sconti fino al 50 per cento, molti erano i cartelli con le scritte cubitali a pennarello che dicevano: “Tutto a 5 euro”. Svendevano, pur di rimediare qualche monetina, per non spendere troppo con i corrieri che dovevano riportare i libri a casa. Il primo padiglione dove stavano i piccoli editori si era trasformato in un suq. Gli standisti urlavano come pescivendoli o se ne restavano attoniti nella loro depressione, oppure attaccavano pippe sui contenuti fantastici dei loro libri, in breve cercavano disperatamente di racimolare la propria paga. Durò così fino alla chiusura, con un forte mal di testa e le orecchie in preda a un'allucinazione uditiva.
Martedì il gran momento, la mareggiata, finalmente Gran Torino… Si svegliò con un pensiero ossessivo. Oggi o mai più. Era l’ultima spiaggia, da Genova 2001 gli scontri mancavano dall’agenda del movimento. Non cavalcare quest'onda sarebbe stato disertare la vita. Si rendeva conto che peggio di così non si poteva andare, il suo lavoro da standista/scrittore glielo suggeriva, era l'incubo di una vecchiaia simile a quella di un baraccato di Mumbai che lo muoveva. Era giunto il momento di tracciare una linea netta, far saltare tutte le mediazioni: gli amici da una parte, i nemici dall’altra. Malcolm spense il mozzicone del suo cannone e iniziò la vestizione. Pantaloni neri, quelli militari con i tasconi, scarpe nere, etnies da skate, camicia nera, rigorosamente Ben Sherman a maniche corte. Scese dal camper, uscì dal Lingotto e si diresse alla fermata dell’autobus. Mentre viaggiava verso il concentramento, una paranoia lo investì: “Cazzo non ho un fazzoletto per coprirmi la faccia.” Arrivato alla fermata, prima di dirigersi a Palazzo Nuovo, andò in via Po dove c’era un negozio di accessori gotici per darkettoni, lì comprò un’inguardabile bandana. Al concentramento, in attesa della partenza del corteo, pensò di farsi un’altra canna. Se la fumò con Fritz, un vecchio amico di Bologna famoso per la logorrea da THC. “Vedi Malcolm, guarda cosa c'è scritto su questo volantino dell'onda di Camerino. Ci battiamo contro il potere dell’iniquità e della privatizzazione. Senti come gira bene, il linguaggio non è più quello del novecento... Iniquità, capito? Iniquità e privatizzazione…”. “Fritz non ci sto capendo un cazzo, fammi leggere come continua.” Con la canna in mano Malcolm si sforzava di capire più che i linguaggi, i contenuti del nuovo millennio: È scoppiata la crisi. Dall’abbondanza delle merci alla ristrettezza di vedute di ieri, dalla scarsità di merci agli orizzonti che si ampliano oggi. I comportamenti si radicalizzano. Le eresie si concatenano. Le proteste si moltiplicano. In effetti non era male... Fritz tirò fuori un altro volantino con un collage di immagini, sembrava una pagina di una punkzine anni ottanta. “Leggi qui, questo non so nemmeno dove l'ho trovato, si firmano i Surfisti dello Tsunami.” Il testo era po' confuso, quasi situazionista, forse l'aveva scritto uno studente di scienze della comunicazione, ma il finale, per quanto bizzarro, era una bomba: I capitalisti simulano la propria immolazione per evitare la decapitazione. Ci vogliono far diventare protagonisti dei reality per non partecipare all’unico reality che sposta gli assetti di potere, quello del riot! La crisi gliela facciamo pagare noi, questa volta! A Malcolm scappò un sorriso. Dopo aver perso una parte del suo guadagno a causa delle selezioni del Grande Fratello, la metafora sul reality calzava a pennello sulla sua incazzatura. L'entusiasmo contagioso di quasi diecimila manifestanti, il suo completo nero in simbiosi con molti altri e l’ennesima botta di Temple Ball, fece scattare in lui uno strano effetto che creò un vortice d’immagini epiche. Sentì una sensazione simile al mal di mare, come un marinaio di Kronstadt in attesa dell’insurrezione, un brivido bollente come un bolscevico che aspetta il segnale della rivoluzione d’ottobre bevendo vodka.
Il corteo si mosse e si snodò per le vie della città, fino a giungere in via Marconi. Davanti iniziava la zona rossa, con le sue barriere e i suoi cani in difesa del Palazzo del Valentino, la sede del G8 dell’università. Davanti a tenerlo unito c’erano i cordoni del servizio d'ordine con il compito di compattare. Due file di compagni avanzavano, frontali verso la celere, mentre altre due squadre chiudevano le strade laterali fronteggiando polizia e carabinieri. Malcolm stava nei dintorni a guardare. Lo scontro iniziò furioso. Fumogeni, gas lacrimogeni, manganellate, estintorate, ma soprattutto volavano pietre. A lanciarle ragazze e ragazzi, lui era già mezzo intossicato, lo sguardo gli finì proprio sopra un bel mucchietto di sampietrini che sembravamo messi lì apposta. Tra i conati di vomito e il respiro che mancava, Malcolm ne aveva raccolti due, erano perfetti. Il cuore batteva a tremila, il lanciò fu come liberarsi dall’ossessione di voler diventare un nuovo Lucarelli. Che cazzo! È qui la vera paura… Dopo il tentativo di sfondamento i cordoni d’attacco avevano ripiegato dove si era attestato il corteo, che composto li aspettava. La sassaiola non si fermava, nessuno la poteva fermare, si trovavano sassi ovunque e tutti li raccoglievano e li lanciavano, non esistevano più buoni e cattivi, le pietre piovevano sulla polizia. I celerini provarono a entrare dal lato destro, ma non furono abbastanza decisi, arretrarono e infine si ritirarono. I manifestanti si resero conto che non erano imbattibili, li caricarono e quelli fuggirono sotto i colpi dei sassi. La sindrome di Genova era guarita. L'onda li aveva travolti, una mareggiata li aveva spazzati via.
La sua camicia Ben Sherman si era sporcata del miscuglio d’acqua e malox che gli avevano rovesciato addosso per alleviare il bruciore agli occhi, forse era da buttare. Il cuore gli batteva ancora forte e la mancanza d’aria gli tagliava le gambe, ma Malcolm era contento, felice, cammina a testa alta con l’andatura dinoccolata. Dal sound del furgone echeggiavano i Body Count, purtroppo qualcuno s’era messo a cantare Non siam scappati più… “Socmel, ma che cazzo si mettono a cantare, il novecento è finito da un pezzo…” Fritz gli si era di nuovo avvicinato con altri volantini che aveva raccattato durante il corteo. “Leggi questo”. “Ma è in francese.” “Dai Malcolm, te lo traduco io”: L’ondata partita dalla Grecia e dagli atenei europei non si ferma. Il Piombo Fuso su Gaza l’ha radicalizzata e unita alla lotta dei migranti. Le proteste contro il G20 a Londra e
Il mercoledì mattina Malcolm viaggiava sull’Aurelia a bordo del camper, al suo fianco c’era Fritz che gli aveva chiesto un passaggio perché non se la sentiva di terminare in Piemonte quel fantastico viaggio. “Questa nuova generazione, secondo me è proprio estranea al vecchio patto sociale, rivogliono il futuro che la precarietà gli ha portato via. Punto e basta.” Malcolm era stufo di sentire quelle svalvolate, perciò l’aveva stoppato. “A Fritz, il cadavere del futuro gli ritorna indietro...” La giornata era splendida, calda, sembrava già di essere nel pieno dell’estate. La strada correva lungo il litorale tirrenico, il mare laggiù in fondo era calmo e invitante. Decisero di svoltare verso la spiaggia e si fecero un bel bagno. Mentre si asciugavano al sole Malcolm disse: “Ma tu hai visto il film Gran Torino?” “No! So solo che è di Clint.” “Neanch’io l’ho visto, però mi sembra un ottimo titolo per descrivere questi ultimi giorni”. Torino. Gran Torino. In effetti, per una settimana era stata il centro della crisi del mondo. “E adesso cosa si fa?” chiese Fritz… “Non so… Nel volantino di Mille Plateaux dicevano degli altri G8…” Nel pronunciare la parola G8, Malcolm sentì immediatamente lo stimolo per muovere il braccio nel gesto del lancio. Adesso ne era sicuro, si trattava proprio di adrenalina.
Marco Philopat & Duka
Il primo amore. Dalla banda Bonnot ai punk, la vita e i libri di Primo Moroni sono stati punto di riferimento e stimolo per i movimenti antagonisti milanesi e non solo. La battaglia per il suo Conchetta cambia la geografia della città e scuote la sinistra
Avevo meno di vent'anni quando entrai per la prima volta nella libreria Calusca. Abitavo in un quartiere periferico di Milano e il sangue mi bolliva di rabbia urbana. Un po' titubante e molto presuntuoso, volevo chiedere se accettavano in contovendita le mie punkzine. Il tipo che mi accolse dietro a una scrivania incasinata era Primo Moroni e assomigliava vagamente a Ho Chi Minh, intorno a lui un poster con il viso di Che Guevara e una marea di libri dalla copertina rossa.
Non mi fidavo, beato nella mia ignoranza pensavo che l'ambiente fosse troppo comunista per i miei gusti anarcopunk. Alle sue spalle, mentre stava consultando la mia rivistina fotocopiata, avevo intravisto una strana maxifoto dei primi del Novecento che ritraeva quattro personaggi vestiti di nero, un po' burberi, un po' stracciati, ma anche molto grintosi.
All'istante gli chiesi provocatoriamente: «Ma quelli sono dei punk?» e lui sorridendo mi rispose: «Certo», poi si alzò e cercando tra le pile di libri mi tirò fuori La banda Bonnot di Thomas Bernhard. «Eccolo! Te lo regalo, così conoscerai la storia dei tipi della foto». Lo divorai in una notte e pensai che era vero, quelli della banda Bonnot erano proprio dei punk. Riottosi, anarco-banditi e vegetariani.
Da allora non mi feci più sfuggire l'occasione di andare da Primo per ascoltarlo, avevo compreso l'importanza della carta stampata per indirizzare i miei bollori in una direzione meno no future . Nel corso degli anni passai tante giornate dentro la Calusca e capii che a Primo bastava uno sguardo per proporre il libro giusto a ogni persona che si affacciava per la prima volta in negozio. Con quelli più giovani e arrabbiati non sbagliava mai un colpo...
La mia formazione è interamente costruita attorno a quei suoi consigli di lettura e alle persone che incontravo lì dentro. Nel gennaio del 1998, quasi vent'anni dopo, andai a trovare Primo all'ospedale. La morte lo aspettava dietro l'angolo. Aveva letto il mio libro di esordio appena pubblicato, Costretti a sanguinare , e mi parlò de Il giovane Holden scritto da Salinger, il cui titolo originale è The Catcher in the Rye che letteralmente significa «il guardiano nel campo di segale». Nel romanzo, quando la sorella minore del protagonista gli chiede cosa mai vorrà fare da grande, lui risponde con questa frase. Il «catcher in the rye» è colui che salva i bambini, afferrandoli un attimo prima che cadano nel burrone, mentre giocano in un campo di segale. Fu quello l'ultimo spunto che Primo mi volle regalare. A vent'anni da La Banda Bonnot , mi svelava quale fosse il senso più profondo della sua idea di cultura. Un'indicazione, uno stile di vita che ora è incarnato nel centro sociale Cox 18.
Racconto questa storia autobiografica perché, come capirete, è stata fondamentale per il mio percorso professionale e militante, ma è anche un episodio esemplare per altre centinaia e centinaia di compagni e compagne. Donne, tante donne che hanno talmente amato l'affascinate libraio da dimostrarlo con forza anche sabato scorso, prendendo, incordonate su tre file, la testa del corteo per le tre ore della manifestazione. Davvero splendide. Primo Moroni lo rimpiangono i movimenti antagonisti di tutta Italia, quella sua indecifrabile capacità di essere stratega del conflitto e delle mediazioni. Quella tensione nel mettere il mondo della cultura davanti alle sue responsabilità, quasi costringendo artisti e intellettuali a prendere una posizione precisa. Con mille citazioni raccattate dal suo incredibile vissuto o da qualche libro nascosto in chissà quale angolo della libreria, riusciva ad affabulare l'interlocutore più moderato convincendolo a restare dalla parte degli sfruttati, sempre.
Il giorno del suo funerale Oreste del Buono scrisse: «Era un turbatore della quiete ingiusta che ha avuto il merito di avvicinare alla cultura tantissimi che la rifuggivano». Una cultura eretica di estrema sinistra, l'unica in grado, a mio parere, di trovare percorsi di lotta unitari nelle nostre metropoli, dove la rabbia di giovani e meno giovani cresce sottotraccia alla vigilia della grande recessione, con il diminuire del lavoro e l'evaporare della politica tradizionale.
I 10.000 di sabato scorso, scesi in piazza a 48 ore dallo sgombero, hanno cambiato i rapporti di forza in città. La solidarietà dei milanesi è molto vasta, a partire dai numerosi striscioni pro-Conchetta apparsi sui balconi del Ticinese, dalle migliaia di firme al nostro appello, e dai tanti commenti indignati contro i brutali articoli on-line delle testate cittadine. La Moratti ammicca il dialogo e De Corato rischia la carriera politica. Il vicesindaco farebbe bene a restituirci subito Cox 18 e inventarsi un'altra emergenza, magari non sui soliti rom, arabi, prostitute o quant'altro, deve far dimenticare in fretta la campagna agit-prop che lo vede come un nazista intento a bruciare libri, oppure che imprigiona la sua faccia nel divieto ecopass con la dicitura: «Zona a pensiero limitato». Poi rimane il fatto che lo sgombero è stato completamente illegale: gli avvocati di Cox 18 hanno cercato invano in tutto il tribunale un pezzo di carta straccia che lo autorizzasse. Niente... Non hanno trovato niente.
Prima dei lanci di scarpe e degli oceanici «buuuuh» a Capitol Hill, i nostri amministratori dovrebbero farci rientrare domani, fare finta di niente, parlare d'altro, insabbiare la cosa. Cox 18 rientrerebbe appendendo, al già blasonato muro della sua storia resistente, un'altra coccarda di un'altra battaglia vinta. La risposta alla Moratti è quella ben espressa dai famigliari di Primo in cox18.noblogs.org, tuttavia allego volentieri quella di un cittadino qualunque che scrive un ironico commento in rete, credo condiviso da parecchi milanesi: «Ho ascoltato il tg di oggi, sembra che la nostra sindachessa si sia offerta di salvare, non si sa come e quando e dove, l'archivio di Primo Moroni... Ahiaiai!! Come al solito prima il bastone e poi la carota! Cara Letizia, i tuoi scagnozzi, (de Corato & Co.) l'hanno fatta grossa, vero? La città e Conchetta non demordono e allora voilà! Con la bacchetta magica Fata Letizia farà in modo che l'archivio del centro sarà salvato! Ma non ci basta cara, lasciaci vivere quel poco che c'è di bello nella nostra città...». «Cox 18, il fiore all'occhiello di Milano», si leggeva su un cartello esposto al corteo, il luogo di scambio e incontro tra cultura alta e quella espressa dai ghetti, unico nella sua composizione, dall'ultras al docente universitario, dal mattacchione dei navigli allo scienziato della tastiera. Inutile spiegare cosa c'era dentro e cosa si è vissuto in quello spazio durante 32 anni, basta osservare l'esterno per rimanere meravigliati, quel gigantesco murales bianco e rosso è un vero flash per smogville , l'ha realizzato qualche mese fa Blu, uno dei più importanti esponenti di arte da strada a livello internazionale, e ora è deturpato dalle lastre di metallo del sigillo poliziesco. Ben altro danno rispetto a un cassonetto bruciato. Tuttavia sono i libri dell'archivio il punto in cui deve far perno la lotta. «Quei libri sono la nostra storia» era uno degli slogan urlati in corteo, volumi che rappresentano la memoria del Ticinese, «il triangolo dei destini incrociati», memoria dell'intera città, memoria, presente e futuro dei movimenti operai e controculturali mondiali, dalla dicitura ferlinghettiana «City Lights» all'ultimo libro pubblicato dell'Archivio, quello sui Wheathermen scritto dall'amico di Obama, Bill Ayers, dalla copia firmata del primo libro di Bruce Sterling al saggio-inchiesta Cuori Rossi di Cristiano Armati. La battaglia per i libri di Primo deve diventare una battaglia di tutto il movimento antagonista italiano, quello vero, quello non legato alla conquista del potere o del portafoglio, un movimento costituito da coloro che con anima e corpo si mettono a completa disposizione delle lotte di lavoratori, diseredati e delle minoranze, proprio come faceva Moroni aprendo giornalmente la Calusca. Mobilitiamoci tutti insieme nella difesa di Cox 18 e della nostra stessa storia.
(Marco Philopat - Il Manifesto del 29 gennaio 2009)
Una figura inquieta si aggira nella storia della letteratura occidentale. Le sue origini si perdono nelle notti del medioevo quando, raccogliendo le parole pronunciate dai vecchi accanto al focolare, una nuova generazione di poeti rompeva la regola della narrativa esemplare, sostituendo le stereotipate vite dei santi tanto care agli ecclesiastici (e al potere) con le più eccitanti avventure dei cavalieri: personaggi che, pur appartenendo al mondo della fiction, sopportavano le vicissitudini, gli amori e le alterne fortune che caratterizzano la vita reale. Da questo momento in poi, parlare dei modi con cui la scrittura si confronta con la società significa dare voce a una serie ininterrotta di battaglie: conflitti che, nel corso dei secoli, sono stati sostenuti dagli autori più diversi per assicurare alla narrativa la possibilità e il diritto di interpretare la realtà. Tra questa strana razza di guerrieri, un posto di assoluto rilievo è quello occupato da Aleksandr Isàevič Solženicyn e dai suoi romanzi, Una giornata di Ivàn Denìsovič in modo particolare. Il discorso, evidentemente, potrebbe essere impostato a partire da un dato squisitamente biografico: oppositore “istintivo” dello stalinismo sovietico, il premio Nobel per la letteratura del 1971 sopporta lunghi anni di detenzione politica soltanto per essersi concesso il lusso di irridere “Baffone” nella sua corrispondenza privata; eppure non è certo questo a rendere “rivoluzionaria” la sua opera. Il cuore pulsante della narrativa di Solženicyn, infatti, è lo stesso che si agitava nei cantastorie dell’anno mille prima che le gesta di un Orlando furioso diventassero popolari persino tra le dame di corte, in un momento in cui il principale nemico della letteratura era la censura della Chiesa, subito pronta a reputare “sconveniente” che le lacrime e il sangue della vita irrompessero nel canone letterario mettendo in discussione ogni idea di “normalità”.
Da questo punto di vista, tutto il lavoro di Solženicyn può essere letto non soltanto come eversivo rispetto alla morale e alla legge in vigore nell’Unione Sovietica degli anni Quaranta e Cinquanta ma, cosa più interessante, come un’ininterrotta metafora del «mestiere di scrivere», tenendo presente che la principale “fatica” di uno scrittore degno di questo nome resta quella di sottrarsi alle tendenze normalizzatrici insite in qualunque sistema per conquistare nuovi territori espressivi al proprio bisogno di creatività. Non è certo un caso, infatti, se Una giornata di Ivàn Denìsovič resta una lettura tutt’altro che tranquillizzante anche oggi che il Muro di Berlino è caduto da un pezzo insieme alle categorie geopolitiche utilizzate dai primi lettori e dai primi critici del grande scrittore russo. Indipendentemente dall’universo concentrazionario dipinto da Solženicyn, le parole di questo eterno dissidente colpiscono i contemporanei e si guadagnano l’appellativo di “classico” perché il loro valore va ben oltre quello di essere una preziosa testimonianza sugli orrori dei gulag. Come una continua linea di febbre, nella prosa di Solženicyn si respira la tensione di personaggi che, in situazioni estreme come quelle della detenzione o della malattia, fanno coincidere la loro volontà di sopravvivere con la necessità di salvaguardare se stessi dalla disumanizzazione della situazione contingente. «Che bella cosa, si poteva non morire!», esclama l’alter ego dello scrittore in un passaggio di Una giornata di Ivàn Denìsovič: una frase memorabile che Solženicyn non dedica a una scampata esecuzione o a una guarigione insperata ma… al successo con cui il protagonista del romanzo riesce a personalizzare gli scarponi in dotazione ai detenuti!
Oggi, come all’epoca in cui i libri di Solženicyn sfidarono il regime sovietico per vedere la luce, una simile affermazione non ha certo perduto la carica sovversiva che spaventò la polizia stalinista. E, con la classe antiretorica che contraddistingue la penna del matematico divenuto scrittore, continua a spaventare chi affronta la lettura di Solženicyn con la consapevolezza che nella vita quotidiana non c’è affatto bisogno di essere rinchiusi in un lager per cedere la propria umanità alla vigliaccheria di una dilagante omologazione.
(Cristiano Armati, Il cavaliere e il santo. Letteratura e vita in Aleksandr Isàevič Solženicyn, in A. I. Solženicyn, Una giornata di Ivàn Denìsovič, Newton Compton, Roma 2008)