I libri, i reading, le poesie e gli articoli di (e su) Cristiano Armati
Hanno aperto un nuovo ristorante ai piedi di quella che una volta era una fabbrica abbandonata e che adesso è diventata un grande centro commerciale. Si tratta di un posto piuttosto particolare, specializzato in cocktail di frutta ed in cucina veloce di matrice californiana. Entro e mi siedo, un po’ per curiosità e un po’ per fame. L’unico problema è che, dal menù del ristorante, non è poi così facile tirare fuori qualcosa di buono da mangiare: le specialità della casa sono gli onion ring (cioè cipolla fritta) e gli hamburger al formaggio in salsa tropicale. Per questo locale, in effetti, il cibo ha smesso di essere una forma di attrazione: la luce soffusa, la musica ad alto volume e gli schermi ultrapiatti con le loro belle immagini da proiettare sembrano sostituire alla necessità dell’alimentazione il privilegio di avere a disposizione un posto alla moda dove stare. Seduto su una sedia progettata secondo i dettami di un ardito design industriale, comincio ad avvertire un senso di malessere che, nel tempo necessario ad aspettare il cameriere, si trasforma prima in un ricordo e poi in una strana forma di dissonanza culturale. Il ricordo è quello di un cameriere che, in luoghi diversi da questo, era solito trattenere la pancia dentro una cintura nera prima di mandare a memoria liste interminabili di contraddittorie ordinazioni: due porzioni di bucatini all’amatriciana, anzi tre. Quattro piatti di fettuccine cacio e pepe, una però senza pepe. Una bistecca. Ma ben cotta. Una lombata. Al sangue. Cicoria ripassata: con tanto peperoncino, mi raccomando. Scusi: che mi può portare i bombolotti al ragù al posto dell’amatriciana?
Il cameriere, a questo punto, sorrideva e faceva sì con la testa. Poi andava in cucina e riportava al cuoco la comanda. Per compiere il suo lavoro usava la memoria o al massimo la carta. Adesso, invece, a servire ai tavoli ci sono solo ragazzine. Anche queste hanno la pancia, però scoperta. E portano un anello d’argento infilato dentro l’ombellico. E il loro sedere, strizzato nei pantaloni aderenti che compongono la divisa, suggerisce una facile analogia tra la possibilità di comprare il cibo e quella di avere qualcosa con cui scaldare il proprio letto.
Questo tipo di cameriere, in ogni caso, non presta nessuna attenzione a ciò che viene detto: spiedini al curry o gelato alla vaniglia, non c’è più nulla che meriti di essere ricordato, perché tutto viene digitato sui tasti di un piccolo computer colorato che trasferisce gli ordini in un elaboratore centrale, il quale è in grado di preparare il conto prima ancora che il cliente abbia consumato.
Un apparato
Per questa ragione, alla ragazzina che mi da del tu per chiedermi che cos’è che prendo, rispondo enunciandole lo scopo dell’investimento che lei stringe tra le dita: “Ad ognuno verrà dato un computer palmare affinché nessuno possa pensare di essere indispensabile.”
Il cameriere è morto ed io mi alzo e me ne vado. Di fronte a persone che, anziché servire gli uomini, servono ai computer, non ho più nessuna voglia di mangiare.
Quando arriva il momento di pagare vado alla cassa e saldo il mio debito senza fiatare. Santina, invece, non appena la figlia della sora Pina le chiede due euro per la consumazione, prende l'aumento dei prezzi come un insulto personale: "Aoh! Ah bella! Ma che te sei messa in testa? Se volevo da' da magnà a qualcuno mica venivo al bare, che te credi. Me ne stavo alla casa e me campavo lu maiale".
Lo zenzero, contorto, aspettava, affastellato alla rinfusa. Faceva compagnia a porri giganteschi, dal sapore forte e di color verde scuro. Le patate dolci erano impilate dentro cassette di legno, venivano dall’India, il paese di Indira.
Di Indira mi piacevano i vestiti: velluti dorati sulla pelle scura e, sull’ombellico, un anello d’argento e pietre dure. Lei l'avevo conosciuta camminando: la via Appia per piazza San Giovanni, poi su, attraversa Piazza Santa Croce fino a Piazza Vittorio, tra i banchi del mercato, sotto al sole. L’uomo del pesce dava ai gatti quello che gli era rimasto: branchie, fegatelli, squame, tante spine, un carapace vuoto di granchio. Indira stava là, poi mi avrebbe svelato di essere capace di capire il sesso dei gattini al solo sguardo.
Io, Indira, la guardo negli occhi: lei, ferma con le buste della spesa tra le mani; più tardi sarei rimasto incantato nel vederla cucinare. Sono io che le porto le buste della spesa su per le scale del palazzo con i soffitti alti e le finestre spalancate sopra il mercato. L’ascensore è rotto. Indira abita al quinto piano. Quando passa la metropolitana trema tutto il pavimento, intanto faccio come mi dice lei e mi metto seduto. Zenzero, cannella, curry, pepe nero, noce moscata: Indira conosce mille modi per addomesticare il riso basmati. Le polveri si infiammano nella padella rovente, si sciolgono in olio profumato. Indira, da bere, mi ha dato un bicchiere di yogurt bianco pieno di cubetti di ghiaccio. Non bastano alle mie passioni per smettere di sognare più caldo del sole di agosto che ho visto specchiarsi nell’asfalto. Il riso basmati arriva in un piatto incorniciato da elefanti azzurri, lo prendiamo con le dita e lo mangiamo. Con la lingua rubiamo i chicchi che ci facciamo scappare dalle labbra.
Sotto casa di Indira è quasi finito il tempo del mercato. Mille cassette per la frutta sfasciate e torzoli marci di insalata non turbano l'ordine dei sacchi pieni di spezie che vende Alì. Lui se ne sta seduto su una sedia di vimini e aspetta i clienti. Con una premonizione risponde al mio saluto: “Quando l'uomo bianco è perplesso mangia il cous-cous”.
Indietro non si torna. Continuiamo a bere birra perché lo sanno tutti che mischiare fa male. Semmai, quando si sarà fatta mattina, ripiegheremo sul whisky e coca per non andare giù di gradazione. Dietro al bancone di casse rovesciate, ci sbrachiamo io Aime e Amadu, che sono i miei fratelli. L’oste dipende dal nostro gomito alzato, ma lui è un vecchio camarade e allora non si perde il gusto di fare una battuta: «Ah, ah… attenzione signori: ecco a voi due mussulmani moderni, quelli che bevono il ciappalù».
«Ha parlato il piccolo marabutto», si difende Amadu: consapevole che se la sete del tipo si fosse unita a quella di tutta la combriccola ci avrebbe costretto o a implorare pietà o a finire rovinati. Meno male che nei bar di Bamako si trova la noce di cola: il suo succo eccitante ci avrebbe risvegliati. Allora saremmo stati lo stesso qui: sulla riva di un canale che mischia acqua di fonte e succo di cloaca. Tre zucche piene di birra di miglio e una premonizione: scacciati dal paradiso terrestre, potremmo ricominciare da capo soltanto per continuare a peccare.
«E poi che ci vuoi fare - commenta Aime guardandoci con la luce che la sua palpebra abbassata gli consente - nel futuro potrò intraprendere ancora il mio cammino di preghiera mussulmano ma per il momento mi prendo un po’ di respiro, è normale no?».
Il morale della favola è che le implicazioni teologiche ognuno se le tiene per sé: «Mais oui - conclude il discorso fratello Amadu - c’est la jeunesse».
(Cristiano Armati)