I libri, i reading, le poesie e gli articoli di (e su) Cristiano Armati


Se dovessi disegnare la passione inizierei tracciando due cerchi con il compasso e, simulata con quella forma l’idea della ruota, andrei avanti abbozzando con una matita grassa i pneumatici e i raggi, il telaio e il manubrio, i fari e la sella.
Arriverei, in questo modo, a rimirare sulla carta un motorino: magari uno di quelli degli anni Ottanta, esile ma comunque in grado di caricarsi due persone; e, di cilindrata, senz’altro fermo alla taglia cinquanta.
Per questo, sempre nel disegno, dedicherei la massima attenzione al cuore di quel mezzo: la marmitta ad espansione. Ovviamente, per farla rendere al massimo, la sceglierei di fattura artigianale e non trascurerei mai, continuando a correre con la matita sul foglio, di sottolineare, nel carburatore, la dimensione maggiorata del getto. Mi affiderei con fiducia alle mani per recuperare, insieme al ricordo dell’adolescenza, la memoria delle singole parti che compongono l’oggetto. Ma poi, vittima di uno strano scherzo, immaginando di tornare agli anni della scuola, insieme al motorino, su quel foglio, inizierebbero ad apparire nuove cose: lo schema di una gabbia tipografica per esempio; un rettangolo di carta senza pedali o manopole o candele ma, al loro posto, le misure precise del taglio, del piede, della cucitura, della mozza e della testa…
Sulle mani, se dovessi pensarle come erano allora, le macchie lasciate dal grasso dopo aver smontato il carter si confonderebbero con quelle più morbide dell’inchiostro. Segnale inequivocabile di appartenenza a un nuovo mondo: dopo quello dei motorini, della messa a punto e della convergenza, quello dei libri e delle riviste, delle redazioni e della programmazione editoriale; lancio dopo lancio, accuratamente pianificata utilizzando le pagine di un’agenda.
Il foglio su cui tutto il gioco della passione e delle sue forme si è depositato, a questo punto, avrebbe bisogno dello stesso colore rosso delle guance di un meccanico in erba di fronte ai primi sguardi delle ragazze per completare la dimensione strettamente sentimentale di un percorso professionale: il percorso che, dai banchi della scuola, conduce direttamente all’industria editoriale. Quali collegamenti ci sono?
Tantissimi. Motorini e libri, prima di tutto, restano formidabili mezzi di comunicazione. E se i primi servivano principalmente ad andare a trovare le ragazze, i secondi risultavano indispensabili quando si trattava di dedicare loro poesie d’amore…
Motorini e libri, ovviamente, sono una metafora. Ma anche un titolo che prima o poi sarebbe giusto dare a qualche corso di editoria. Magari per sottolineare che anche ai tempi dell’istruzione specialistica e parcellizzata, a fare i libri si impara come si impara ad aggiustare motorini: rubando a qualcuno il mestiere con gli occhi e continuando sempre e comunque a sporcarsi le mani.
Tra libri e motorini, poi, le analogie restano profonde. E applicata all’editoria una famosa canzoncina popolare romana – quella che recita «vengo da Primavalle / col vespino rosso bordeaux. / Di prima mi fa una piotta / di seconda non lo so…» – ne verrebbe fuori un discorso molto divertente su una certa attitudine, da parte dei centauri, ad esagerare fino all’inverosimile le prestazioni del loro motorino; e, da parte degli editori, sulla disinvoltura con cui, per fini pubblicitari, si snocciolano vendite e tirature…
In questo parallelismo mancherebbero soltanto le ragazze.
Ma in fondo non c’erano neppure al bar tanti anni fa. Mentre il centauro prendeva una birra con gli amici e infilava nella stessa storia le pieghe in quarta sulle curve a gomito e un volto da sogno su cui fantasticare incredibili avventure.
“La rivista per chi scrive, disegna, illustra, impagina, cerca, legge e ama i libri”. L’house organ di Purple Press, piccola casa editrice romana specializzata nella pubblicazione di irriverenti graphic novel, si colloca su un crocevia immaginario tra un visual magazine, una rivista di informazione letteraria ed un periodico di design writing. Genere inedito, di cui, soprattutto in Italia, si sentiva la mancanza.
Fanno fede, in proposito, i contributi appena pubblicati nel secondo numero, che spaziano da un approfondimento sulla tipografia iraniana alle collane di fumetti della Picture Box, fino alle interviste a Steve Lazarides e Francesca Gavin, esponenti, a diverso titolo, della ricerca e della promozione della street art in Inghilterra. Ciliegina sulla torta, poi, uno strepitoso caso di serendipity letteraria: il ritrovamento fortuito delle confessioni di una anonima SM girl nella New York di Rudolph Giuliani.
Territori underground, questi, resi più nitidi ed intriganti anche grazie ad un’iconografia di ricerca, che fa di Purple Magazine un piccolo album da collezione per i feticisti della grafica e dell’illustrazione. Quanto ai credits, da segnalare la direzione editoriale di Dario Morgante, Cristiano Armati e Sabrina Ramacci, insieme all’art direction di Gabriela Ramirez.

Il libretto rosso dei partigiani
Manuale di resistenza, sabotaggio e guerriglia antifascista
A cura di Cristiano Armati
Con uno scritto introduttivo di Ferruccio Parri
Purple Press - 128 pp, euro 9,90
“Sento il dolore al plesso solare sento la testa piena ma svuotata.
Esattamente come in terza elementare la prima volta che mi sono innamorata”.
POESIE D'AMORE PER RAGAZZE KAMIKAZE
di Francesca Genti
Pagine 96, 9.90 euro
Purple Press - Collana: Sampietrini
ISBN: 978-88-95903-13-2
Nascosto nei sottopassaggi della metropolitana, travolto dalle automobili che sfrecciano sulla tangenziale, perso tra le vetrine dei negozi del centro o confuso nella programmazione di mille trasmissioni televisive, prima o poi l’amore arriva!Una rivoluzione fatta di parole e di emozioni, di corpi che si incontrano e di visioni destinate a sconvolgere il paesaggio circostante. Un libro bello e intenso: pagine scolpite con il cuore da una poetessa capace di trasformare il quotidiano in sensazioni impossibili da dimenticare.
Che cos’è la cultura occidentale? Tra le molte cose, è senza dubbio un’idea comica. L’idea che l’apparato digitale necessario a far andare avanti il baraccone sia, alla resa dei conti, appeso a un semplice filo della corrente elettrica e, di conseguenza, strettamente dipendente da un sistema di produzione e distribuzione dell’energia talmente complesso e frastagliato da impedire ai singoli esseri umani la possibilità di replicarlo individualmente.
Come nella migliore tradizione fantascientifica, spostandosi dalle turbine delle centrali alle prese domestiche, ci si rende conto che il futuro è adesso: una strana era in cui milioni di vite affidano la propria esistenza a macchinari dal funzionamento oscuro e a processi industriali anonimi e spietati. Il modo in cui tutto questo avvenga senza che una buona metà della popolazione terrestre precipiti nel terrore è effettivamente misterioso. Anche se bisogna riconoscere che, fin dai primordi della civiltà, esisterebbero un mezzo e uno strumento in grado di sconfiggere l’anomia delle
Questo mezzo, ovviamente, è la scrittura mentre lo strumento – che si tratti di una tavoletta di pietra o di una pergamena di papiro – è l’oggetto-libro: unico esempio di manufatto in grado di non alienare alla riproducibilità tecnica l’ipotesi di una sua sussistenza di tipo esclusivamente artigianale. Dalle tavolette di argilla ricoperte di caratteri cuneiformi fino all’avvento di un’apocalissi prossima ventura, si può pensare tranquillamente a un mondo senza siti internet, web tv e mp3 ma non a un mondo senza oggetti-libro, indispensabili per
Ad essere insito negli oggetti-libro, insomma, c’è un potere dalle potenzialità talmente irriverenti nei confronti dell’ordine costituito da (e qui si scopre l’altra faccia della medaglia) poter essere esercitato soltanto a patto di avere la forza di scontrarsi con limiti imprescindibili, delle vere e proprie maledizioni.
Un inventario dettagliato delle maledizioni che gravano sugli oggetti-libro non è mai stato compilato. Ma per tracciare i primi confini di questa particolare storia della censura può essere utile cominciare dal documento con cui, molti secoli fa, un umanista chiamato Lorenzo Valla smascherò la falsità dell’editto che, secondo la Chiesa, affidava al papa il dominio temporale su tutti i possedimenti del defunto Impero Romano. Siamo in un periodo in cui, sotto l’egida della Santa Inquisizione, i boia lavorano a pieno regime dispensando torture atroci e roghi in piazza a qualunque voce dissenziente eppure… nessuno torse un capello a Lorenzo Valla per aver messo nero su bianco le bugie di una classe dominante coincidente con le gerarchie del papato! Da allora, questa è “la maledizione di Valla”: raggiungere la verità e, al momento di divulgarla, rendersi conto di essere andati talmente avanti rispetto alla percezione popolare da ritrovarsi nella condizione di non essere capiti e, di conseguenza, neppure ascoltati.
Una cosa anche peggiore, forse, è quella che capitò al famoso marchese De Sade: lo scrittore diventato famoso per una malattia mentale ribattezzata con il suo nome ma, in vita, costretto a trascinare un’esistenza grama all’interno dei peggiori manicomi criminali, incolpato di aver compiuto ciò che nei suoi libri (scritti su strisce di stoffa e fatti uscire clandestinamente dalle carceri) non è altro che una rappresentazione spietata delle logiche di dominio e del loro funzionamento. In suo onore ancora oggi può essere chiamata “la maledizione di De Sade” la condizione dell’autore che, nel descrivere il male, viene accusato di essere protagonista degli stessi atti imputati al potere e, ironia della sorte, processato, condannato, imprigionato o addirittura ucciso.
I baratri aperti dalle maledizioni degli oggetti-libro, d’altro canto, conoscono profondità inaspettate. Le stesse che contengono la sorte di Pier Paolo Pasolini, per esempio. Dopo aver ceduto a una spiaggia di Ostia la propria vita da splendido cinquantenne, il poeta delle borgate avrebbe mai creduto di ritrovarsi, a distanza di decenni, nelle mani di politici perbenisti e di poliziotti con la coscienza sporca, pronti a utilizzare le sue opere per avvallare operazioni di normalizzazione che lo stesso Pasolini avrebbe esecrato con tutte le sue forze?
Si potrebbe far notare ai nuovi lettori di Pasolini che i versi con cui, nel 1968, il poeta friuliano afferma di aver fatto il tifo per i poliziotti impegnati a reprimere i moti studenteschi proseguono invitando i manifestanti ad alzare il tiro per scagliarsi contro parlamento e magistratura… ma in fondo sarebbe inutile. “La maledizione di Pasolini”, probabilmente, è la più terribile tra le maledizioni che gravano sugli oggetti-libro: la maledizione di poter esistere (o resistere), questo sì. Ma soltanto con il rischio perenne di esporsi a una vorace strumentalizzazione.
(Cristiano Armati - editoriale del secondo numero di Purple Magazine: la rivista di chi scrive, disegna, illustra, impagina, cerca e ama i libri prodotta e distribuita dalla Purple Press)
Si dice che sia difficile vendere il ghiaccio ai pinguini, ma che dire della possibilità di smerciare libri in grande quantità in una zona dell’Africa occidentale dove è incredibilmente alto il numero di analfabeti?
Secondo recenti statistiche, nelle campagne del Mali, dove le imponenti rive del fiume Niger si allontanano fino ad arrendersi alla sabbia rossa del deserto, il numero di persone che non hanno mai imparato né a leggere né a scrivere sia pari o superiore all’80% dell’intera popolazione. Il dato scoraggia i teofori dell’allitterazione di massa, gli irriducibili sostenitori della tesi che la cultura (un po’ come la democrazia) sia un bene talmente prezioso da meritare sempre e comunque di essere esportato… Senza perdersi in oziose questioni di relativismo culturale, la disarmante percentuale di illetterati maliani non turba affatto la determinazione dei locali commercianti di libri che, nei mercati dell’altopiano Dogon o nelle zone in cui transitano le carovane dei pastori Peul, si limitano a stendere sulla terra i loro lenzuoli colorati per mettere in bella mostra, insieme alle sigarette, ai coltelli da caccia, alle batterie per le radioline e le torce, imponenti pile di… libri!
Si ha a che fare, normalmente, di fascicoli spillati, rilegati con eleganti copertine colorate e, con una cura filologica almeno apparentemente inspiegabile, stampati in francese ma sempre con il testo arabo a fronte. Il contenuto di questi volumetti, assolutamente popolari, ha a che fare con il Libro sacro della religione islamica: il Corano. Si tratta, in modo particolare, dell’affascinante elenco dei tradizionali Novantanove nomi con i quali, nei momenti di preghiera, il fedele può invocare su di sé la benedizione e la protezione di Dio. Data la natura del Testo, appare chiaro che gli eleganti svolazzi dei calligrafi di Medina e La Mecca sono fondamentali per convincere la massa di potenziali acquirenti che quelle pagine rappresentino davvero il Libro Benedetto. Un dettaglio assolutamente decisivo visto che l’acquisto di una copia, nella stragrande maggioranza dei casi, non servirà a placare una sete di sapere di tipo occidentale ma, violando l’ortodossia islamica, sarà utile per confezionare amuleti e per preparare decotti: oggetti da indossare o pozioni da bere, dunque, non “semplicemente” libri da leggere. Per i tipografi di Bamako un motivo in più per svolgere a regola d’arte il proprio lavoro. Perché tutto si può leggere, non c’è dubbio. Ma solo ciò che è buono da pensare è buono anche da mangiare!
(Cristiano Armati. Editoriale del primo numero di Purple Magazine, rivista di teorie e pratiche cartotecniche ed editoriali disponibile in tutte le fumetterie e, attraverso Internet, ordinabile grazie al sito Purplepress.it)