venerdì, 11 gennaio 2008

Momenti come questi

A un certo punto conoscevo più gente a Londra che dove sono nato, tutti erano venuti ad abitare qui. Quelli che la madre ancora controllava tutte le mattine se si erano messi la maglia della salute (lana fuori, cotone sulla pelle), li mettevi a Londra e riuscivano addirittura ad andare a vivere da soli. Per tirare aventi si andava a lavorare. Al MacDuck, per esempio, tre sterline l’ora. I MacDuck sono incredibili. Quelli che lavorano alle casse sono la zona grigia, gente che ha fatto carriera: i manager sono sempre a caccia di pompini, qualche ragazza carina cede, il giorno dopo la vedi col cravattino pieno zeppo di spillette che coordina il lavoro delle friggitrici pneumatiche.
Stare alle casse è un lavoro prestigioso, altro che pulire i cessi. Anche se in realtà al MacDuck non è che si puliscono i cessi: si tengono sotto controllo i picchi igienici. Oppure si supervisiona il ciclo di cottura, si analizza lo stato della rimozione delle briciole di pane dai tavolini, si misura il livello di saturazione dell’olio fritto. Al MacDuck ogni ruolo ha un nome, che rimanda a un’attività, che identifica una funzione aziendale: gestore del grill, sergente della patata, supervisore della salsa country, addetto comfort visitatori. Tutti hanno un capo, ognuno è capo di almeno un altro, te la fanno sentire dura la carota del potere prima di bastonarti.
A molti piace stare da MacDuck, non intendo venirci a mangiare come clienti ma stare lì, lavorare, impegnarsi in un progetto che unisce migliaia di persone in tutto il mondo, prefissarsi un obbiettivo di produzione e aggiungersi una spilletta sul cravattino quando viene raggiunto, collaborare ai controlli dei processi di approvvigionamento della carta da culo nelle apposite vaschette, essere parte di un meccanismo perfetto che ha come fine ultimo, in un certo senso, l’ordine.
Dalla carta da culo alla verifica della customer satisfaction, fino alla direzione del locale e, se tutto va bene, un viaggio premio in California per fare visita alla casa madre e ritirare il premio per il ristorante dell’anno. È una specie di religione, inutile stare troppo a discutere.
Chi trovava lavoro in un pub credeva fosse fico spillare birra dodici ore al giorno. Invece è una gran rottura di palle, come qualunque altra cosa che va fatta in cambio di denaro.
Un altro posto sempre in cerca di camerieri sono le catene di ristoranti tipo Pizza Auchtung!, qui, la prima cosa che ti fanno fare, è stare a girare la manovella della macchina fabbrica-pizze.
Negli alberghi ti danno centoventi sterline a settimana più vitto e alloggio, i turni ti rendono nevrastenico ma almeno ci sono le turiste da rimorchiare. Altrimenti ci sono i negozi: di dischi, di fotografia, di mobili usati, di stronzate. Oppure i negozi di abbigliamento degli hippie, dei dark, dei metallari: Carnaby Street, Portobello Road, Camden Town, Kensington Market. I padroni sono soprattutto mussulmani, sopra la cassa tengono la fotografia tridimensionale di La Mecca, completa di orologio al quarzo e calendario, incorniciata da lucine rosa e gialle a intermittenza. Quando è sabato accendono gli incensi, mettono musica orientale e aprono i negozi. Sanno trattare i loro affari, conoscono bene i propri clienti: punk, dark, fricchettoni vari, tutti tossici di pantaloni in pelle, giubbotti con le borchie e di magliette con il logo della band del momento.
In questi negozi si possono guadagnare tre, quattro sterline l’ora, di più se sei bravo a vendere a prezzi alti a turisti ingenui la roba stipata da anni nel magazzino. La ragazzetta che per un generoso extra prende in considerazione l’idea si sentirsi sbattere tra le cosce la panza del padrone viene portata al ripostiglio del piano di sopra e, su una balla di jeans con le frange che vengono dalla Corea, apre le gambe ed è accontentata. «È per momenti come questi,» pensa il padrone che si allaccia la cintura mentre si asciuga il sudore della fronte con il dorso della mano, «che vale la pena di lavorare».

(Cristiano Armati - tratto da Rospi acidi e baci con la lingua, Coniglio Editore)

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categorie: racconti di vita
mercoledì, 19 dicembre 2007

Morire e pagare. Sposarsi in Italia oggi

Quelle in arte povera sono fatte a mano, in puro massello di legno. Quelle in stile orientale sono calde e cariche di atmosfera. Katia sfogliava il catalogo del Super Magazzino del Mobile. Accanto a lei, sul divano, c’è Simone. Fidanzati da sette anni, da tre pagano il mutuo di casa e tra poco si sposano. Uno non si sposa tutti i giorni nella vita. Allora bisogna fare le cose per bene. Katia aveva dato retta a chi c’era già passata, come Sonia, sua cugina, che s’era sposata due anni prima e le aveva detto: «I mobili? L’ho presi al Super Magazzino che è grande, cià proprio tutto, bella roba».
Era stata Sonia a dare a Katia il catalogo del Super Magazzino. Numero speciale sulle camere da letto. Perché i genitori di Simone avevano messo l’anticipo per la casa, il papà di Katia aveva pagato il vestito da sposa, la cucina e il bagno, per il pranzo di nozze facevano a metà… restava la camera da letto. Quella se la pagavano da soli, insieme alle rate per la macchina e al mutuo di casa: «So diecimila euro l’anno», pensava Simone, «pesante».
«E dai non ti preoccupare», lo rincuorava Katia, «che non lo vedi che ce sta scritto? Compra oggi e paghi nel 2009 a interessi zero. Hai capito? A interessi zero!».
La copertina parlava chiaro: non lasciatevi sfuggire la grande promozione di primavera. Lo annunciava una ragazza in tanga, fotografata a seno nudo sotto una pioggia di fiori. Certo che a una così gli sarebbe stato bene pure il vestito da sposa in tulle trasparente con cui aveva sposato Sonia. Sonia ci stava un po’ insaccata ma nessuno aveva avuto il coraggio di dirglielo. Sul vestito, Katia, per poco non litigava con Simone: «L’ho fatto tutto di pizzo bianco», si era confidata con Sonia, «è costato un sacco di soldi ma è un sogno. A di’ la verità io lo volevo fa’ avorio, sai, tanto pe’ spezza’, ma a Simone non gli piaceva, lui preferiva il vestito tradizionale...». 
Acqua passata, ormai Katia, col vestito addosso, aveva già fatto la terza prova: tutto apposto ma che fatica. Pure con la camera da letto bisognava stare attenti e Katia ci aveva perso mezza giornata a fare un disegno con sopra tutte le misure della stanza. Era stata Sonia a dirgli di fare così: «La camera da letto che avevo scelto si chiamava “la Romantica”. Poi però è diventata “la Romina”. E lo sai perché? Perché io ciò tre metri e trenta e per “la Romantica” ce ne volevano almeno tre e settanta, allora l’ho dovuta smonta’ e così è diventata ‘n‘altra, “la Romina”. Me raccomanno, pigliale bene le misure!».
Simone diceva di conoscere tutte le vie di Roma. Poi però, lasciato il raccordo, si perdono e per ritrovare la strada devono chiamare il marito di Sonia sul cellulare. Simone, nervoso, guidava e  imprecava: «’Ste cavolo de strade! So’ tutte uguali!».
Meno male che almeno, al Super Magazzino, c’è un parcheggio gigantesco ed è pure mezzo vuoto: «Te credo», dice Simone, «stasera ce sta il derby».
Ci vogliono quattro ore a Katia e Simone per scegliere la camera da letto. Quelle in esposizione sono almeno una ventina. Oddio, certe cose non si potevano guardare. Come il modello “Gemma”, in plastica nera e specchi, con il copriletto leopardato e le lenzuola in seta rossa. «Pare quella de Gallo Cedrone», commenta Simone. A lui gli piacevano le cose classiche, il modello “Serena” per esempio: camera matrimoniale tinta noce composta da armadio sei ante, letto a doghe, comodini, comò e specchiera. Non costava nemmeno tanto: 1.150, materasso e cuscini esclusi. Katia, però, non si convinceva: «Che non le vedi tutte quelle mensolette? Me sa che so fatte apposta pe’ raccoglie’ la polvere, poi me tocca de sta sempre a puli’».
In realtà Katia si era innamorata di un letto che aveva visto su una rivista di arredamento, era con la spalliera larga e alta, di legno laccato bianco, col contenitore completo di rete. Proprio come quello del modello “Onda”, che poi c’aveva pure i comodini coordinati, la cassettiera e l’armadio a tre sportelli con le finiture argentate. Simone, il modello “Onda”, non lo vedeva proprio, il modello “Sara”, invece, lo aveva esaltato: la spalliera del letto era una specie di ostrica di legno scuro e l’armadio era tutto intarsiato da piccole ostriche color oro.
«Arieccoce», pensava Katia, «un’altra discussione, come col vestito». Però il vestito te lo devi mettere un giorno, nella camera da letto, invece, ci devi dormire per tutta la vita: «A Simo’, la “Sara” è scura, lo sai come te l’esalta la polvere? Noi stamo al primo piano e io la polvere non la voglio vede’. L’ “Onda”, invece, è bianca e il bianco va bene, regge meglio la polvere, e poi è meglio pure per la luce, sempre al primo piano stamo e per quanto voi la luce è quella...».
Il modello “Onda” aveva le misure precise a quelle che aveva preso Katia. Con questo Simone si era convinto, forse perché a forza di letti e comodini non ci capiva più niente e gli pareva tutto uguale. Katia, intanto, aveva messo gli occhi addosso a un lampadario d’acciaio, con il vetro che ricopriva la lampadina, come una lanterna. Simone, manco a dirlo, avrebbe preferito un bel lampadario a goccia, come quello che aveva a casa sua madre. È Katia che taglia corto: «Nun te piace? allora ce metto ‘na bella plafoniera, così quando la devo pulì faccio più facile, la smonto e la pulisco. Te va bene così?».
Finalmente. Avevano scelto tutto e facevano pure in tempo ad andare a vedere il derby a casa dello zio di Simone - «c’ha pure Sky quello». La plafoniera stava bene con le lampade di ottone che gli aveva regalato la vicina di casa. Katia ci si era pure messa a dirle: «A Danie’, non te preoccupa’, semmai damme i soldi che ce penso da sola a compramme qualcosa che me piace...». Ma quella non aveva voluto sentì ragioni. Peccato. Perché il modello Onda comprendeva le abatjour laccate bianche abbinate al letto: «E mo’ queste ‘ndo se le mettemo?»
«A Simo’, è tutto calcolato. Tu' cugina, non se sposa tra sei mesi? Vorrà dì che i'avemo già fatto il regalo
». Il cassiere, nel frattempo, fa il conto e controlla sul computer l'esito della pratica per il finanziamento. La prima rata scade il 15 gennaio 2009, garantisce la busta paga di Katia, operaia pulitrice, quinto livello. Katia firma tutto: «Tanto che devi fa'», pensa, «a morì e a pagà se fa sempre in tempo».


(Cristiano Armati - tratto da La mattina dopo. Cani, puttane e altre periferie)
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categorie: racconti di vita
venerdì, 21 settembre 2007

Come on City!

La stazione di Manchester si chiama Piccadilly, la via principale Oxford Street: una strada che è lunga chilometri e chilometri. Cardo e Decumano: Manchester è i romani che l’hanno fatta così. Adesso il centro della città è un centro commerciale all’aperto, con le piastrelle per terra e gli ombrelloni delle caffetterie «Bell’Italia». Ci sono gli uffici, qualche college prestigioso e i negozi di tutte le catene del mondo, sembra che nessuno lavori per conto suo.
A dormire si va altrove: lungo Oxford Street fino alle casette sui canali, dove tutto è lindo & pinto e l’architetto è un designer famoso. Le case hanno porte di vetro sottile: i bobby, fischietto e manganello, fanno il loro dovere. Mica dappertutto però. Qualcuno, a dormire, si ferma nei dintorni dello stadio oppure vicino a Rasholme, il quartiere con trecento ristoranti pakistani. In uno cuociono il pane del kebab sulle pareti incandescenti di un forno di ghisa. In un altro, dentro, c’è una macelleria islamica che vende pure televisioni usate e videoregistratori.
Per strada, bambini bianchi, biondi e in calzoncini corti ti fermano e ti mostrano i soldi: ti chiedono per piacere se gli compri sigarette, birre oppure fuochi d’artificio intorno a carnevale. A loro, il negoziante, questa roba non glie la da, è vietato per legge. La stessa che consente alla social security inglese di occuparsi di trovare casa a chi non ce l’ha. Magari a Moss Side, vicino alla chiesa cattolica e alla panchina del vecchio alcolizzato che beve sidro tutta la mattina.
Davanti qualche villetta arrugginita, con il giardinetto pieno di materazzi zozzi. Dietro case a due piani ricoperte di mattonelle gialle: tra l’una e l’altra ci passa una persona e basta. Sulle pareti, tra le scritte fatte con la bomboletta spray, una dice: «students bastard».
Qui a Moss Side odiano gli studenti: sono ricchi, non lavorano, hanno un futuro, hanno un accento snob, tifano Manchester United o Chelsea o qualche altra squadra di Londra mentre i locali, stoicamente, supportano il Manchester City, colori sociali celeste e bianco, di solito in serie B.
Ci vanno in trentamila allo stadio il sabato pomeriggio. Escono di casa parecchie ore prima della partita. Prima si fermano nei pub irlandesi e bevono, poi battono le mani e gridano in coro: «come on city! come on city!».
Dopo la partite tornano nei pub: bevono e giocano a biliardo. Chi prende da bere lo prende per tutti: un giro per uno e, tra una birra e l’altra, le presentazioni. «Questo è Cappa», diceva Steve per presentarmi agli amici: «A Roma Supporter… do you remember Falcao and Bruno Conti?».
Il calcio italiano, a quel punto, è un argomento di conversazione naturale. Veniva fuori che l’idolo dei tifosi del Manchester City era Pasquale Bruno ai tempi che giocava col Torino.
«Perché tra il Torino e il City», mi confida Steve, «c’è una certa somiglianza. Sai, sono due squadre con una grande storia alle spalle ma con un presente… ehm… diciamo altalenante!».
«Come la testa di una puttana!», aggiungono, spiegando meglio in coro, i tifosi nel pub.

(Cristiano Armati - da Rospi acidi e baci con la lingua)
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categorie: racconti di vita
giovedì, 23 agosto 2007

Birra di miglio: c'est la jeunesse

Indietro non si torna. Continuiamo a bere birra perché lo sanno tutti che mischiare fa male. Semmai, quando si sarà fatta mattina, ripiegheremo sul whisky e coca per non andare giù di gradazione. Dietro al bancone di casse rovesciate, ci sbrachiamo io Aime e Amadu, che sono i miei fratelli. L’oste dipende dal nostro gomito alzato, ma lui è un vecchio camarade e allora non si perde il gusto di fare una battuta: «Ah, ah… attenzione signori: ecco a voi due mussulmani moderni, quelli che bevono il ciappalù».
«Ha parlato il piccolo marabutto», si difende Amadu: consapevole che se la sete del tipo si fosse unita a quella di tutta la combriccola ci avrebbe costretto o a implorare pietà o a finire rovinati. Meno male che nei bar di Bamako si trova la noce di cola: il suo succo eccitante ci avrebbe risvegliati. Allora saremmo stati lo stesso qui: sulla riva di un canale che mischia acqua di fonte e succo di cloaca. Tre zucche piene di birra di miglio e una premonizione: scacciati dal paradiso terrestre, potremmo ricominciare da capo soltanto per continuare a peccare.
«E poi che ci vuoi fare - commenta Aime guardandoci con la luce che la sua palpebra abbassata gli consente - nel futuro potrò intraprendere ancora il mio cammino di preghiera mussulmano ma per il momento mi prendo un po’ di respiro, è normale no?».
Il morale della favola è che le implicazioni teologiche ognuno se le tiene per sé: «Mais oui - conclude il discorso fratello Amadu - c’est la jeunesse».

(Cristiano Armati)

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categorie: racconti di vita, parla come mangi
martedì, 21 agosto 2007

La mattina ho gli occhi chiusi come i gatti appena nati

La mattina ho gli occhi chiusi come i gatti appena nati. E ho la barba lunga anche se sono appena stato dal barbiere. Tutt’intorno, i rubinetti gocciolano. E l’aria sembra sia appestata dal cadavere di un cane morto, nascosto da qualche parte, sotto il letto. La prima macchinetta di caffè finisce in una bestemmia quando, sul fuoco, ci finisce senz’acqua. E per andare al bar è tardi, vicino casa nemmeno in doppia fila c’è posto.
Lo schienale della macchina – qualche ubriaco, di notte, ha urtato lo specchietto che adesso pende sul lato del guidatore come un braccio spezzato – mi fa sentire sulla schiena una chiazza di sudore, sempre più grande, sempre più grande. E la gente che mi circonda è come me, rinchiusa in un rancore che nasce da qualche parte ma che, con il passare del tempo, diventa un’abitudine sorda: il bisogno impellente di imprecare, di stringersi dentro uno sguardo torvo, di morire a poco a poco, salutando con il clacson che lacera i timpani la sentenza con cui, tutte le mattine, si monta in macchina per andare a lavorare.
Fantasie di morte per la signora che si piega le ciglia al centro della carreggiata e l’uomo grasso e brutto, con le dita infilate nel naso come per cercare un’illuminazione. Bestemmie per chi tiene alti i giri del motore con la pretesa di infilarsi nel varco lasciato libero da un autobus in manovra. Atroci sofferenza anche per i bambini, incolonnati con la grazia della carne in scatola davanti ai cancelli della scuola. Incubi per l’orologio che, all’incrocio tra via dell’Acqua Fredda e la complanare che porta alla Pisana, sentenzia un ritardo impossibile da recuperare: merda; il sole rimbalza sull’asfalto e mi ferisce. Il desiderio fugge strisciando nelle cunette pur di non sedermi accanto. Le ascelle, irritate, mi bruciano e i sedili in pelle della mia macchina sportiva – quarantamila euro in quattro anni – non mi consolano: il semaforo è rosso. Mi fermo. E la vedo. Fa caldo ma lei non suda. Solo la sua pelle, scura, sembra diventare più morbida mentre si porta un ragazzino al seno. Le macchine finalmente stanno zitte. Lei, allegra, le accosta tendendo la mano. Io l’aspettavo: mi costa un euro ogni giorno farmi spiegare la vita. Quando arriva il mio turno, Lei mi dice soltanto: «Domani parto».
«E dove vai?»
«A casa, in Bosnia. Mi faccio un po’ di vacanze, ritorno tra due mesi».
Le porgo la mia moneta, adesso anche io sorrido.
«E tu, quand’è che vai in vacanza?», mi chiede.
Io non vado in vacanza. Ad agosto mi chiudo dentro casa, sudo e scrivo: «Io devo lavorare, per me niente vacanze».
Lei si stringe nelle spalle: «Ma dai». Poi mi carezza la guancia e, sulla mia condizione, riflette: «Poverino…».
Il semaforo è verde e qualcuno, da dietro, riprende a suonare. Metto la prima e la guardo: avanzo e la saluto con gli occhi.
La mia macchina ci mette quattro secondi ad andare da zero a cento chilometri all’ora. Guardo il contachilometri salire mentre mi lancio in un sorpasso a destra. Poi anche io lo penso.
«Poverino…».

(Cristiano Armati)

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categorie: racconti di vita
sabato, 18 agosto 2007

Belleville: dove gli stranieri sono una risorsa

Nei panorami di Parigi spuntano, come le cime bianche delle montagne, i profili metallici di palazzi altissimi. Palazzi grandi come città, costruiti in quartieri sempre più lontani dal centro: in luoghi dove la vita è così dura che solo gli ultimi arrivati trovano, quasi ricorrendo a uno sviluppato istinto di sopravvivenza, la forza per abitarci.

BellevilleFavole: come quelle che i marinai raccontavano sul paese dove anche le porcilaie erano pavimentate con l’oro zecchino. O come quelle su esseri giganteschi e con un occhio solo, avidi mangiatori di uomini. Nessuno, tra quelli che conosco, è mai stato tanto vicino ai profili metallici di questi grattacieli da poter vedere, con i suoi occhi, la vita delle persone che vi abitano: gente dalla pelle scura, con un altro dio con cui fare i conti, senza documenti in grado di legittimare la propria esistenza.

Hic sunt leones: si dice che in questi palazzi giganteschi, i parigini li chiamano cité, non si avventuri nemmeno la polizia. Le automobili con le sirene blu sarebbero bersagli troppo facili, mezzi assolutamente inadatti per avere la meglio su di un fitto lancio di pietre e bottiglie. Se gli arabi la fanno troppo grossa che ci pensi la legione straniera, naturalmente in tenuta antisommossa.

Eppure gli stranieri sono una risorsa. Appiccicato sulle pareti delle cité dai pubblicitari di una grossa catena di hard discount, il campione del mondo Zinedine Zidane dice: "J’aime vous faire gagner". Anche David Copperfield era riuscito ad attraversare l’inferno a testa alta, era passato dalla strada alla buona società solo grazie alle proprie capacità e senza commettere reati. Ma nessuno gli aveva chiesto di fare gol al Brasile per questo.

Ci vuole la fame per farsi strada nella vita. Ma, anche senza fare strada nella vita, la fame resta lo stesso. Per questo ci sono gli hard discount. Anche chi non fa strada nella vita ha il diritto di rappresentare una fetta di mercato. Chi fa strada nella vita la strada la deve per forza togliere a qualcun altro. Per tutti non ce n’è mai abbastanza.

Il nazionale francese Lassana DiarraIn un café di Belleville ascolto un avventore: “Candela, Ibou, Trezeguet, Zidane, Lizarazu, Diarra… poi ci si lamenta che i vivai francesi sono in crisi.” Zinedine Zidane sorride impacciato. Di hard discount come quelli a cui lui fa la pubblicità ne hanno aperto uno pure qui a Belleville. Si che in questo quartiere puoi ancora trovare qualche vecchio che dice “oggi devo andare a Parigi” se per caso deve prendere la metropolitana e scendere dalle parti degli Champs Elysées.

Ecco come fanno gli stranieri a diventare una risorsa: le nuove e più estreme periferie delle cité riscattano la vecchia periferia francese. Donano dignità borghese a vecchi quartieri malfamati. Trasformano, con la loro bruttezza estrema, gli anonimi palazzi di edilizia popolare in piccoli gioielli di architettura razionalista. Case, da qualche anno, abitate da pittori, studenti, filosofi, scrittori e turisti a caccia di autenticità. Flaneurs… adesso vengono tutti quanti qui a Belleville. E si godono l’integrazione culturale.

(Cristiano Armati)
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categorie: racconti di vita, strane storie
venerdì, 13 luglio 2007

Estate romana

Io sapevo che fino a poco tempo fa nelle fabbriche abbandonate ci dormivano gli extracomunitari e che gli albanesi facevano a coltellate tra di loro perché «il sapone dell’uomo d’onore è la polvere da sparo».
Alla stazione Termini, i tossici guardavano i passanti cercando quello disposto a pagare la marchetta o a lasciarsi scippare dal collo la catenina d’oro. Quando si facevano trovare morti, la siringa da insulina, piena di roba maltagliata, sventolava sul loro braccio come una bandiera quando tira poco vento.
I giardinetti sotto casa erano buoni solo per portarci a correre i cani. Poi l’arte e la cultura sentirono il bisogno di nuovi spazi, perché quelli nati nella parte buona della città non si accontentano mai di niente. Allora la cosa più facile da fare è stata recintare queste rovine: ovunque sono stati piazzati accessi per disabili e bagni chimici in grandi quantità, nastri tricolore da tagliare e signore eleganti che impazziscono per l’arte concettuale e per il cabaret. Da quel momento in poi, attaccato al cancello d’ingresso delle aree dismesse e delle fabbriche abbandonate, nei pochi giardini rimasti e persino sulla riva del Tevere, un cartello ben scritto – che tutti possano leggerlo e darne notizia – allegramente afferma: «estate romana. ingresso dieci euro più consumazione».

(Cristiano Armati)

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categorie: racconti di vita
giovedì, 14 giugno 2007

L'ultimo minuto davanti agli occhi di Luciano Liboni

Quartiere San LorenzoChi mena per primo mena due volte. Chi spara per primo ammazza e se ne va. A rimanere a terra, il 22 luglio del 2004, è stato un carabiniere di Bolzano. Nella caserma di Sant’Agata Feltria, in provincia di Pesaro e Urbino, dove presta servizio, la padrona di un bar ha telefonato perché nel suo locale è entrato un tipo «con una brutta faccia». L’appuntato Alessandro Giorgioni – sposato e padre di un bambino di quattro anni – è andato a controllare e, quando ha visto l’uomo sospetto, gli ha chiesto i documenti. Quell’uomo si chiama Luciano “Lupo solitario” Liboni. Alle sue spalle ha un numero imprecisato di rapine, anni di carcere e, più di una volta, è scappato sparando dai posti di blocco organizzati dai carabinieri e dalla polizia. All’ordine dell’appuntato Giorgioni, Liboni risponde fingendo di cercare i documenti nel bauletto della yamaha rubata con cui si sta muovendo nell’Italia centrale. Non ha nessuna intenzione di essere arrestato un’altra volta e per questo, al carabiniere, non mostra la patente e il libretto ma punta in faccia una pistola. Si tratta di una Renato Gamba calibro 38. Chi se ne intende la chiama “la Magnum dei poveri” ma resta lo stesso un’arma micidiale. Liboni la stringe nel pugno e fa fuoco due volte: il primo proiettile raggiunge Giorgioni alla gola, il secondo gli spezza il cuore. Senza nessuna esitazione, Liboni inforca la moto e scappa. Piegata sui tornanti che portano all’autostrada, la carenatura della sua Yamaha scintilla sull’asfalto. Il Lupo ha deciso di puntare verso sud. Prima di sera arriva a Roma e, nei dintorni di Termini, si ferma. La città che ha davanti è una corte dei miracoli aggrappata a quello che non digerisce neppure la stazione: pischelli denutriti che convertono in eroina l’elemosina ottenuta con la scusa del prezzo del biglietto, uomini fatti che piangono mentre chiedono alle mogli di addormentarsi tra la sporcizia del marciapiede, immigrati che hanno perso tutto da un bel pezzo ma che ogni sera si ritrovano in un bicchiere di plastica e un cartone di vino. Qui, i carabinieri, è più difficile che chiedano i documenti: sono decine e decine quelli che si trascinano tra i binari portandosi appresso la loro «brutta faccia». Confinarli nel perimetro della stazione è un modo come un altro per impedire che vadano a far danni altrove. Luciano Liboni ha trentamila euro in tasca eppure fa solo pochi metri, trova uno spazio appartato tra quelli che una volta sono stati giardini, si sdraia per terra e si addormenta. Ha ammazzato un carabiniere, il suo destino è segnato: la condanna a morte che si porta addosso è già stata scritta anche se non è stato necessario usare le parole. Le parole – tra lo scandalo generale – ci hanno pensato i romani a usarle. Qualcuno viene anche arrestato mentre, nella notte, riempie di scritte i muri della capitale: «Fuggi per noi Luciano Liboni», dice il bianco abbagliante della vernice spray impresso sulle mura che delimitano il quartiere San Lorenzo. È solo una delle tante scritte che, all’improvviso, riporta il corso della storia a una guerra perduta in partenza: da una parte la Legge, dall’altra i briganti e in mezzo tanta gente eccitata dalla prospettiva di assistere alla visione di una pelle umana insanguinata. La speranza, in queste condizioni, non ha il tempo di durare. La faccia di Liboni è stata stampata sulle veline del telegiornale: una signora la riconosce e non ha dubbi, il tempo accelera, la segnalazione, il 31 luglio, si trasforma in un agguato. Liboni, “il lupo solitario”, è stretto tra due fuochi e non gli serve a niente strattonare una donna francese da usare come ostaggio. La donna urla, Liboni spara ma la sua mira questa volta non è buona. Quella del brigadiere che lo insegue sì: la pallottola esplosa dalla pistolad’ordinanza centra il fuggitivo in piena testa. Comincia così l’ultimo minuto davanti agli occhi di Luciano Liboni: le mani del moribondo legate dietro la schiena e un’ambulanza che si dirige all’ospedale senza fretta. Dall’altra parte dell’oceano, nello Sri Lanka, una donna incinta guarda il mare e aspetta. Era stato proprio a Roma che lei e Luciano Liboni si erano conosciuti e avevano fatto l’amore. Adesso il padre di suo figlio la raggiungerà grazie al ritaglio di un giornale che festeggia la cattura della belva paragonando il suo uomo a un animale: «Luciano Liboni è morto – c’è scritto in prima pagina – il lupo è stato catturato».

(Cristiano Armati)
postato da: armati alle ore 15:31 | link | commenti (1)
categorie: racconti di vita, strane storie