I libri, i reading, le poesie e gli articoli di (e su) Cristiano Armati
(Cristiano Armati - tratto da Rospi acidi e baci con la lingua, Coniglio Editore)
Quelle in arte povera sono fatte a mano, in puro massello di legno. Quelle in stile orientale sono calde e cariche di atmosfera. Katia sfogliava il catalogo del Super Magazzino del Mobile. Accanto a lei, sul divano, c’è Simone. Fidanzati da sette anni, da tre pagano il mutuo di casa e tra poco si sposano. Uno non si sposa tutti i giorni nella vita. Allora bisogna fare le cose per bene. Katia aveva dato retta a chi c’era già passata, come Sonia, sua cugina, che s’era sposata due anni prima e le aveva detto: «I mobili? L’ho presi al Super Magazzino che è grande, cià proprio tutto, bella roba».
Era stata Sonia a dare a Katia il catalogo del Super Magazzino. Numero speciale sulle camere da letto. Perché i genitori di Simone avevano messo l’anticipo per la casa, il papà di Katia aveva pagato il vestito da sposa, la cucina e il bagno, per il pranzo di nozze facevano a metà… restava la camera da letto. Quella se la pagavano da soli, insieme alle rate per la macchina e al mutuo di casa: «So diecimila euro l’anno», pensava Simone, «pesante».
«E dai non ti preoccupare», lo rincuorava Katia, «che non lo vedi che ce sta scritto? Compra oggi e paghi nel 2009 a interessi zero. Hai capito? A interessi zero!».
La copertina parlava chiaro: non lasciatevi sfuggire la grande promozione di primavera. Lo annunciava una ragazza in tanga, fotografata a seno nudo sotto una pioggia di fiori. Certo che a una così gli sarebbe stato bene pure il vestito da sposa in tulle trasparente con cui aveva sposato Sonia. Sonia ci stava un po’ insaccata ma nessuno aveva avuto il coraggio di dirglielo. Sul vestito, Katia, per poco non litigava con Simone: «L’ho fatto tutto di pizzo bianco», si era confidata con Sonia, «è costato un sacco di soldi ma è un sogno. A di’ la verità io lo volevo fa’ avorio, sai, tanto pe’ spezza’, ma a Simone non gli piaceva, lui preferiva il vestito tradizionale...».
Acqua passata, ormai Katia, col vestito addosso, aveva già fatto la terza prova: tutto apposto ma che fatica. Pure con la camera da letto bisognava stare attenti e Katia ci aveva perso mezza giornata a fare un disegno con sopra tutte le misure della stanza. Era stata Sonia a dirgli di fare così: «La camera da letto che avevo scelto si chiamava “la Romantica”. Poi però è diventata “la Romina”. E lo sai perché? Perché io ciò tre metri e trenta e per “la Romantica” ce ne volevano almeno tre e settanta, allora l’ho dovuta smonta’ e così è diventata ‘n‘altra, “la Romina”. Me raccomanno, pigliale bene le misure!».
Simone diceva di conoscere tutte le vie di Roma. Poi però, lasciato il raccordo, si perdono e per ritrovare la strada devono chiamare il marito di Sonia sul cellulare. Simone, nervoso, guidava e imprecava: «’Ste cavolo de strade! So’ tutte uguali!».
Meno male che almeno, al Super Magazzino, c’è un parcheggio gigantesco ed è pure mezzo vuoto: «Te credo», dice Simone, «stasera ce sta il derby».
Ci vogliono quattro ore a Katia e Simone per scegliere la camera da letto. Quelle in esposizione sono almeno una ventina. Oddio, certe cose non si potevano guardare. Come il modello “Gemma”, in plastica nera e specchi, con il copriletto leopardato e le lenzuola in seta rossa. «Pare quella de Gallo Cedrone», commenta Simone. A lui gli piacevano le cose classiche, il modello “Serena” per esempio: camera matrimoniale tinta noce composta da armadio sei ante, letto a doghe, comodini, comò e specchiera. Non costava nemmeno tanto: 1.150, materasso e cuscini esclusi. Katia, però, non si convinceva: «Che non le vedi tutte quelle mensolette? Me sa che so fatte apposta pe’ raccoglie’ la polvere, poi me tocca de sta sempre a puli’».
In realtà Katia si era innamorata di un letto che aveva visto su una rivista di arredamento, era con la spalliera larga e alta, di legno laccato bianco, col contenitore completo di rete. Proprio come quello del modello “Onda”, che poi c’aveva pure i comodini coordinati, la cassettiera e l’armadio a tre sportelli con le finiture argentate. Simone, il modello “Onda”, non lo vedeva proprio, il modello “Sara”, invece, lo aveva esaltato: la spalliera del letto era una specie di ostrica di legno scuro e l’armadio era tutto intarsiato da piccole ostriche color oro.
«Arieccoce», pensava Katia, «un’altra discussione, come col vestito». Però il vestito te lo devi mettere un giorno, nella camera da letto, invece, ci devi dormire per tutta la vita: «A Simo’, la “Sara” è scura, lo sai come te l’esalta la polvere? Noi stamo al primo piano e io la polvere non la voglio vede’. L’ “Onda”, invece, è bianca e il bianco va bene, regge meglio la polvere, e poi è meglio pure per la luce, sempre al primo piano stamo e per quanto voi la luce è quella...».
Il modello “Onda” aveva le misure precise a quelle che aveva preso Katia. Con questo Simone si era convinto, forse perché a forza di letti e comodini non ci capiva più niente e gli pareva tutto uguale. Katia, intanto, aveva messo gli occhi addosso a un lampadario d’acciaio, con il vetro che ricopriva la lampadina, come una lanterna. Simone, manco a dirlo, avrebbe preferito un bel lampadario a goccia, come quello che aveva a casa sua madre. È Katia che taglia corto: «Nun te piace? allora ce metto ‘na bella plafoniera, così quando la devo pulì faccio più facile, la smonto e la pulisco. Te va bene così?».
Finalmente. Avevano scelto tutto e facevano pure in tempo ad andare a vedere il derby a casa dello zio di Simone - «c’ha pure Sky quello». La plafoniera stava bene con le lampade di ottone che gli aveva regalato la vicina di casa. Katia ci si era pure messa a dirle: «A Danie’, non te preoccupa’, semmai damme i soldi che ce penso da sola a compramme qualcosa che me piace...». Ma quella non aveva voluto sentì ragioni. Peccato. Perché il modello Onda comprendeva le abatjour laccate bianche abbinate al letto: «E mo’ queste ‘ndo se le mettemo?»
«A Simo’, è tutto calcolato. Tu' cugina, non se sposa tra sei mesi? Vorrà dì che i'avemo già fatto il regalo». Il cassiere, nel frattempo, fa il conto e controlla sul computer l'esito della pratica per il finanziamento. La prima rata scade il 15 gennaio 2009, garantisce la busta paga di Katia, operaia pulitrice, quinto livello. Katia firma tutto: «Tanto che devi fa'», pensa, «a morì e a pagà se fa sempre in tempo».
Indietro non si torna. Continuiamo a bere birra perché lo sanno tutti che mischiare fa male. Semmai, quando si sarà fatta mattina, ripiegheremo sul whisky e coca per non andare giù di gradazione. Dietro al bancone di casse rovesciate, ci sbrachiamo io Aime e Amadu, che sono i miei fratelli. L’oste dipende dal nostro gomito alzato, ma lui è un vecchio camarade e allora non si perde il gusto di fare una battuta: «Ah, ah… attenzione signori: ecco a voi due mussulmani moderni, quelli che bevono il ciappalù».
«Ha parlato il piccolo marabutto», si difende Amadu: consapevole che se la sete del tipo si fosse unita a quella di tutta la combriccola ci avrebbe costretto o a implorare pietà o a finire rovinati. Meno male che nei bar di Bamako si trova la noce di cola: il suo succo eccitante ci avrebbe risvegliati. Allora saremmo stati lo stesso qui: sulla riva di un canale che mischia acqua di fonte e succo di cloaca. Tre zucche piene di birra di miglio e una premonizione: scacciati dal paradiso terrestre, potremmo ricominciare da capo soltanto per continuare a peccare.
«E poi che ci vuoi fare - commenta Aime guardandoci con la luce che la sua palpebra abbassata gli consente - nel futuro potrò intraprendere ancora il mio cammino di preghiera mussulmano ma per il momento mi prendo un po’ di respiro, è normale no?».
Il morale della favola è che le implicazioni teologiche ognuno se le tiene per sé: «Mais oui - conclude il discorso fratello Amadu - c’est la jeunesse».
(Cristiano Armati)
La mattina ho gli occhi chiusi come i gatti appena nati. E ho la barba lunga anche se sono appena stato dal barbiere. Tutt’intorno, i rubinetti gocciolano. E l’aria sembra sia appestata dal cadavere di un cane morto, nascosto da qualche parte, sotto il letto. La prima macchinetta di caffè finisce in una bestemmia quando, sul fuoco, ci finisce senz’acqua. E per andare al bar è tardi, vicino casa nemmeno in doppia fila c’è posto.
Lo schienale della macchina – qualche ubriaco, di notte, ha urtato lo specchietto che adesso pende sul lato del guidatore come un braccio spezzato – mi fa sentire sulla schiena una chiazza di sudore, sempre più grande, sempre più grande. E la gente che mi circonda è come me, rinchiusa in un rancore che nasce da qualche parte ma che, con il passare del tempo, diventa un’abitudine sorda: il bisogno impellente di imprecare, di stringersi dentro uno sguardo torvo, di morire a poco a poco, salutando con il clacson che lacera i timpani la sentenza con cui, tutte le mattine, si monta in macchina per andare a lavorare.
Fantasie di morte per la signora che si piega le ciglia al centro della carreggiata e l’uomo grasso e brutto, con le dita infilate nel naso come per cercare un’illuminazione. Bestemmie per chi tiene alti i giri del motore con la pretesa di infilarsi nel varco lasciato libero da un autobus in manovra. Atroci sofferenza anche per i bambini, incolonnati con la grazia della carne in scatola davanti ai cancelli della scuola. Incubi per l’orologio che, all’incrocio tra via dell’Acqua Fredda e la complanare che porta alla Pisana, sentenzia un ritardo impossibile da recuperare: merda; il sole rimbalza sull’asfalto e mi ferisce. Il desiderio fugge strisciando nelle cunette pur di non sedermi accanto. Le ascelle, irritate, mi bruciano e i sedili in pelle della mia macchina sportiva – quarantamila euro in quattro anni – non mi consolano: il semaforo è rosso. Mi fermo. E la vedo. Fa caldo ma lei non suda. Solo la sua pelle, scura, sembra diventare più morbida mentre si porta un ragazzino al seno. Le macchine finalmente stanno zitte. Lei, allegra, le accosta tendendo la mano. Io l’aspettavo: mi costa un euro ogni giorno farmi spiegare la vita. Quando arriva il mio turno, Lei mi dice soltanto: «Domani parto».
«E dove vai?»
«A casa, in Bosnia. Mi faccio un po’ di vacanze, ritorno tra due mesi».
Le porgo la mia moneta, adesso anche io sorrido.
«E tu, quand’è che vai in vacanza?», mi chiede.
Io non vado in vacanza. Ad agosto mi chiudo dentro casa, sudo e scrivo: «Io devo lavorare, per me niente vacanze».
Lei si stringe nelle spalle: «Ma dai». Poi mi carezza la guancia e, sulla mia condizione, riflette: «Poverino…».
Il semaforo è verde e qualcuno, da dietro, riprende a suonare. Metto la prima e la guardo: avanzo e la saluto con gli occhi.
La mia macchina ci mette quattro secondi ad andare da zero a cento chilometri all’ora. Guardo il contachilometri salire mentre mi lancio in un sorpasso a destra. Poi anche io lo penso.
«Poverino…».
(Cristiano Armati)
Nei panorami di Parigi spuntano, come le cime bianche delle montagne, i profili metallici di palazzi altissimi. Palazzi grandi come città, costruiti in quartieri sempre più lontani dal centro: in luoghi dove la vita è così dura che solo gli ultimi arrivati trovano, quasi ricorrendo a uno sviluppato istinto di sopravvivenza, la forza per abitarci.
Favole: come quelle che i marinai raccontavano sul paese dove anche le porcilaie erano pavimentate con l’oro zecchino. O come quelle su esseri giganteschi e con un occhio solo, avidi mangiatori di uomini. Nessuno, tra quelli che conosco, è mai stato tanto vicino ai profili metallici di questi grattacieli da poter vedere, con i suoi occhi, la vita delle persone che vi abitano: gente dalla pelle scura, con un altro dio con cui fare i conti, senza documenti in grado di legittimare la propria esistenza.
Hic sunt leones: si dice che in questi palazzi giganteschi, i parigini li chiamano cité, non si avventuri nemmeno la polizia. Le automobili con le sirene blu sarebbero bersagli troppo facili, mezzi assolutamente inadatti per avere la meglio su di un fitto lancio di pietre e bottiglie. Se gli arabi la fanno troppo grossa che ci pensi la legione straniera, naturalmente in tenuta antisommossa.
Eppure gli stranieri sono una risorsa. Appiccicato sulle pareti delle cité dai pubblicitari di una grossa catena di hard discount, il campione del mondo Zinedine Zidane dice: "J’aime vous faire gagner".
Ci vuole la fame per farsi strada nella vita. Ma, anche senza fare strada nella vita, la fame resta lo stesso. Per questo ci sono gli hard discount. Anche chi non fa strada nella vita ha il diritto di rappresentare una fetta di mercato. Chi fa strada nella vita la strada la deve per forza togliere a qualcun altro. Per tutti non ce n’è mai abbastanza.
In un café di Belleville ascolto un avventore: “Candela, Ibou, Trezeguet, Zidane, Lizarazu, Diarra… poi ci si lamenta che i vivai francesi sono in crisi.” Zinedine Zidane sorride impacciato. Di hard discount come quelli a cui lui fa la pubblicità ne hanno aperto uno pure qui a Belleville. Si che in questo quartiere puoi ancora trovare qualche vecchio che dice “oggi devo andare a Parigi” se per caso deve prendere la metropolitana e scendere dalle parti degli Champs Elysées.
Ecco come fanno gli stranieri a diventare una risorsa: le nuove e più estreme periferie delle cité riscattano la vecchia periferia francese. Donano dignità borghese a vecchi quartieri malfamati. Trasformano, con la loro bruttezza estrema, gli anonimi palazzi di edilizia popolare in piccoli gioielli di architettura razionalista. Case, da qualche anno, abitate da pittori, studenti, filosofi, scrittori e turisti a caccia di autenticità. Flaneurs… adesso vengono tutti quanti qui a Belleville. E si godono l’integrazione culturale.
Io sapevo che fino a poco tempo fa nelle fabbriche abbandonate ci dormivano gli extracomunitari e che gli albanesi facevano a coltellate tra di loro perché «il sapone dell’uomo d’onore è la polvere da sparo».
Alla stazione Termini, i tossici guardavano i passanti cercando quello disposto a pagare la marchetta o a lasciarsi scippare dal collo la catenina d’oro. Quando si facevano trovare morti, la siringa da insulina, piena di roba maltagliata, sventolava sul loro braccio come una bandiera quando tira poco vento.
I giardinetti sotto casa erano buoni solo per portarci a correre i cani. Poi l’arte e la cultura sentirono il bisogno di nuovi spazi, perché quelli nati nella parte buona della città non si accontentano mai di niente. Allora la cosa più facile da fare è stata recintare queste rovine: ovunque sono stati piazzati accessi per disabili e bagni chimici in grandi quantità, nastri tricolore da tagliare e signore eleganti che impazziscono per l’arte concettuale e per il cabaret. Da quel momento in poi, attaccato al cancello d’ingresso delle aree dismesse e delle fabbriche abbandonate, nei pochi giardini rimasti e persino sulla riva del Tevere, un cartello ben scritto – che tutti possano leggerlo e darne notizia – allegramente afferma: «estate romana. ingresso dieci euro più consumazione».
(Cristiano Armati)
Chi mena per primo mena due volte. Chi spara per primo ammazza e se ne va. A rimanere a terra, il 22 luglio del 2004, è stato un carabiniere di Bolzano. Nella caserma di Sant’Agata Feltria, in provincia di Pesaro e Urbino, dove presta servizio, la padrona di un bar ha telefonato perché nel suo locale è entrato un tipo «con una brutta faccia». L’appuntato Alessandro Giorgioni – sposato e padre di un bambino di quattro anni – è andato a controllare e, quando ha visto l’uomo sospetto, gli ha chiesto i documenti. Quell’uomo si chiama Luciano “Lupo solitario” Liboni. Alle sue spalle ha un numero imprecisato di rapine, anni di carcere e, più di una volta, è scappato sparando dai posti di blocco organizzati dai carabinieri e dalla polizia. All’ordine dell’appuntato Giorgioni, Liboni risponde fingendo di cercare i documenti nel bauletto della yamaha rubata con cui si sta muovendo nell’Italia centrale. Non ha nessuna intenzione di essere arrestato un’altra volta e per questo, al carabiniere, non mostra la patente e il libretto ma punta in faccia una pistola. Si tratta di una Renato Gamba calibro 38. Chi se ne intende la chiama “la Magnum dei poveri” ma resta lo stesso un’arma micidiale. Liboni la stringe nel pugno e fa fuoco due volte: il primo proiettile raggiunge Giorgioni alla gola, il secondo gli spezza il cuore. Senza nessuna esitazione, Liboni