I libri, i reading, le poesie e gli articoli di (e su) Cristiano Armati
«Sono molto soddisfatto di questa scelta e ringrazio Pietro D’Amore per la bellissima proposta», ha dichiarato Armati, «nel gruppo Vivalibri ho trovato i nuovi stimoli che stavo cercando da tempo e che ora mi impegnerò a utilizzare per dare vita a un progetto editoriale deciso ad allargare il pubblico del marchio Castelvecchi attraverso una produzione impegnata e popolare al tempo stesso».
Già in occasione della prossima fiera di Francoforte, Cristiano Armati visiterà i padiglioni dell’appuntamento librario più importante del mondo nel suo nuovo ruolo di direttore editoriale di Castelvecchi. Nella redazione di via Isonzo, intanto, le luci restano accese anche nel cuore della notte. Si lavora ai lanci dei mesi di marzo ed aprile. Fonti bene informate assicurano che i lettori potranno aspettarsi dalla casa editrice romana grandi novità.
Roma Noir (Newton Compton) è una raccolta di racconti noir ambientati a Roma, protagonisti personaggi marginali e emarginati confrontati con vite dure dove i protagonisti più che vivere sopravvivono. Personaggi minimali, le cui vicende dure e oscure nel caso migliore avranno forse due righe sui giornali, tra loro spiccano Anagnina, circense che quando è troppo cresciuta per fare la contorsionista potrà solo vendere il suo corpo, Cammillo, mostruoso ragazzo lupo evitato da tutti che solo dopo morto troverà qualcuno che prova pietà umana nei suoi confronti, Carlo, che prova a redimersi da un passato con l’aiuto dello zio, ma nemmeno la paternità riuscirà a tenere lontano dalla droga che gli sarà fatale, Pamela prostituta con gli occhi verdi e le treccine colorate, Johnny pappone buono che ama l’anziana madre e che offre anche personalmente i suoi servigi. Un linguaggio efficace, crudo che vi catturerà all’interno della periferia romana.
Qualche domanda a Cristiano Armati, giornalista free lance romano, autore di Roma Criminale, Italia Criminale e Cuori Rossi, tutti per Newton Compton.
Una Roma insolita, sconosciuta ai più che affiora nelle cronache dei quotidiani solo in occasione di fatti efferati. Perché hai scelto questa ambientazione?
Posso dire che, dal punto della location, Roma noir è un libro che ha scelto da solo la sua ambientazione. Io, anno dopo anno, mi sono limitato a vivere le storie che ho raccolto e quindi a trasformarle in racconti. A tenere insieme tutto il materiale, due fili conduttori: un’idea di noir molto più vicina a quella che ha animato i padri fondatori del genere (un nome su tutti: Guy de Maupassant) rispetto all’odierna tendenza al poliziesco (alle storie di guardie ho sempre preferito quelle di ladri); e uno sguardo che ha tratto la sua ispirazione dalla vita reale, quella che si vive sulla strada.
C’è qualche personaggio reale o sono stereotipi?
I personaggi che racconto sono veri come i quartieri in cui vivono, i lavori che svolgono, gli amori che li attraversano. In fase di scrittura, ovviamente, è stato necessario modificare i loro nomi e, in alcuni casi, inventare dei luoghi in cui farli agire perché non è certo possibile mandare in libreria una raccolta di racconti che svela i nomi dei protagonisti dello spaccio in un determinato quartiere o le tecniche di eliminazione dei corpi delle persone rapite nel corso della trascorsa stagione dei sequestri. Ma si tratta di accorgimenti che non inficiano la realtà della narrazione.
Come ti sei documentato, da inchieste giornalistiche o da tuoi personali sopraluoghi?
Il mio motto è “prima vivere, poi scrivere”. Quindi è stato così che mi sono documentato: vivendo.
Le donne o sono prostitute o personaggi passivi quasi sempre legati alla sessualità. Perché le descrivi in modo così negativo?
Si tratta di una sensazione che capisco ma che ha delle ragioni di ordine sociale. Intanto la stessa ambientazione del libro: la periferia romana, per certi versi, eredita un contesto all’interno del quale il maschile e il femminile rappresentano ancora universi differenti e non mondi completamente omogenei rispetto alle scelte e alle possibilità. Poi c’è un altro discorso: Roma noir è un lavoro fondamentalmente dedicato alla discriminazione economica. E la discriminazione economica, a livello materiale, non è nient’altro che il luogo in cui la discriminazione sessuale trova la sua origine e la sua possibilità di riprodursi e diffondersi. Direi che è per questo che, in alcuni racconti, le donne di Roma noir possono apparire così.
C’è una possibilità di riscatto per questi personaggi o le loro vite vanno bene così?
Si tratta di una domanda difficile. Per quanto mi riguarda non può esserci riscatto se non c’è amore, di conseguenza non me la sento proprio di condannare le vite dei personaggi di cui parlo: come si può auspicare un riscatto se si è al sicuro dentro una torre d’avorio fatta di disprezzo o, peggio, di spocchia intellettuale? Io amo le mie periferie, i luoghi in cui sono nato e cresciuto, fatti anche di degrado, di spazzatura non raccolta dal comune, di servizi erogati in misura infima rispetto a quanto viene predisposto per il centro eppure sempre in grado di alimentare al loro interno una voglia di vivere e di lottare che dà la misura di un’umanità ancora non omologata e capace di slanci di ribellione e generosità addirittura commoventi.
Raccontaci la tua Roma …
La mia Roma è un luogo in cui per arrivare in centro occorrono venti fermate di metropolitana o un ora e mezza di autobus. Nella mia Roma i servizi sociali non esistono e vengono sostituiti dalla solidarietà di vicinato. Qui, i mestieri a disposizione di chi vuole emergere, comprendono lo spaccio o la rapina a mano armata. La lingua che si parla è lontana dall’italiano insegnato a scuola, che infatti viene dimenticato in fretta, mentre i valori diffusi – il coraggio e l’amicizia su tutti – sono sottoposti al fuoco incrociato della televisione e degli hard-discount. All’interno della mia Roma si agita un fuoco di resistenza indomabile anche se, quando si tratta di prendere la penna e dare una rappresentazione della periferia, tutto ciò che i giornalisti, gli scrittori e gli intellettuali riescono a fare è parlare di violenza bestiale o sfornare l’ennesima macchietta di coatto in grado di far ridere senza mai spingere a pensare.
(Intervista di Ambretta Sampietro - Milanonera.com)
C' est pourquoi, aujourd' hui, à l' aube du week-end, je vous propose une exploration de la ville éternelle, au travers de deux objets qui, derechef, sont susceptibles d' emplir de contentement les amateurs d' histoires romanesques et autres anecdotes historiques. Bien que ... dans une perspective, au premier abord, antinomique...
> Corrado Augias, attaché aux quotidiens la Repubblica et l' Espresso, avait publié, il y a de cela deux ans, dans l' hexagone, aux éditions du Rocher :
' Les secrets de Rome'.
Mine foisonnante d' infos sur les strates historiques mais non moins passionnantes de Rome ainsi que sur les lieux insolites dont regorge la capitale culturelle italienne.
Pourquoi en reparler dans ses lignes ... .
Tout simplement pour souligner, aux italianophones, la sortie transalpine - pour l' instant en complément du journal La Repubblica - de quatre dvds, illustration brillante du roman d' Augias. Présentation soignée, navigation facile et visuels époustouflants contribueront à lever les voiles vers des horizons historiques révolus, à entamer une descente enthousiasmante dans les souterrains d' une des plus anciennes cités européennes ....
A défaut de voyager, rien n' empêche d' être transporté !
> Second zoom dirigé sur l' écrivain Cristiano Armati, connu des lecteurs italiens grâce à 'Cuori rossi' . En outre, aussi, pour sa bibliographie axée sur les rapports entre l' histoire italienne et le thème de la violence.
Il nous revient en cette fin Mars 2009 avec une intéressante et personnelle analyse d' une Rome aux antipodes de l' image d' épinal romantique, intitulée ' Roma noir ' [ éditions Newton Compton ] : immersion dans une Rome impitoyable - celle des traffics et autres délinquances, bien loin de la Trinité des Monts.

Lallo lo Zoppo, la Banda dei Marsigliesi, la Banda dell'Arancia Meccanica, il Canaro della Magliana. Quattro storie di una Roma violenta, dove la delinquenza ha trovato e continua a trovare terreno fertile. Dai rapimenti eccellenti alle vendette trasversali, dai furti alla violenza sessuale, un filo conduttore tiene insieme queste storie: il desiderio di riscatto, la voglia di crearsi un'identita', anche se negativa, tra i vicoli malfamati e le periferie desolate. 
“Non c’è un campo dove si possa sabotar meglio lo sforzo di guerra tedesco che quello ferroviario. I ferrovieri sono gente attaccata al dovere, e il dovere in tempo di guerra, della guerra di Hitler contro i civili, i ferrovieri sanno bene in che cosa consista. Meglio essi lo sanno, meglio potranno compiere il loro lavoro, in modo che i tedescacci siano i soli a soffrirne, e non i nostri compatrioti, e perché la Gestapo si disperi invano a scoprire gli autori dei sabotaggi. Uno dei mezzi migliori per frenare lo sforzo di guerra tedesco consiste nell’applica alla lettera i regolamenti”. Nel 1943 in Italia i treni non dovevano più arrivare così in orario come recitava l’orgoglio mussoliniano. E allora poteva capitare che qualcuno tornasse a sfogliare con ansia e nostalgia l’orario generale delle Ferrovie dello Stato, per ritrovare un ordine di collegamenti e di cause effetto in un paese diviso in due dall’armistizio che aveva riconosciuto “l’impossibilità di continuare l’impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria” e che “nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione” era stato offerto al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane. Un libretto inutile allora? Non per tutti. Infatti sul finire dello stesso anno, diffuso in maniera ovviamente clandestina, iniziò a circolare un libretto con la copertina presa in prestito proprio dall’orario generale delle Ferrovie dello Stato. Si trattava di un manuale di resistenza, sabotaggio e guerriglia antifascista.
È il Libretto rosso dei partigiani che Purple Press ripubblica in questi giorni (a cura di Cristiano Armati, Introduzione di Ferruccio Parri, 128 pp, euro 9,90). Non è il resoconto personale di un partigiano scritto a posteriori, né un testo di propaganda di partito, non è un romanzo, non è una raccolta di lettere dal carcere: è un manuale di sabotaggio alla macchina industriale bellica tedesca. Sulla quarta di copertina di questa edizione campeggia una frase del Presidente partigiano, Sandro Pertini, “Ponete i tedeschi di fronte al dilemma: arrendersi o perire”. Un diktat che rende l’idea della forza di volontà di chi intende resistere e che però usa un termine teatrale come dilemma, e un verbo arcaico, perire. C’è di qualcosa di ufficiale, di retorico. Di filtrato. Sembra una frase già nata come citazione, che debba durare in eterno, come una scrittura su una lapide. Non se ne vuole fare una colpa al presidente delle sei condanne e due evasioni, ma il libretto rosso usa un altro linguaggio e rompe con tutta la tradizione della nostra memorialistica. Non esibisce nulla alla luce del sole, a mò di sfida. E non avrebbe potuto, perché non poteva essere letto in pubblico o con compiacimento moralistico. Ma solo con la dovuta attenzione privata che si riserva a un libretto delle istruzioni.
Sul dorso del manuale del 1943 erano riprodotte le pubblicità di varie aziende: motori a scoppio, diesel e marini della ditta Bombardini di Reggio Emilia, i motori, i ventilatori, e le pompe funebri per nazisti di Pellizzari di Arzignano (Vicenza), le scrematrici per latte e i separatori per olio della Frau di Thiene, le macchine per conserve di Mancini Tito e figli di Parma, le macchine per scrivere della Olivetti. Non è un caso. È proprio ai lavoratori di queste aziende, dagli operai ai tecnici agli ingegneri perfino ai dirigenti che il manuale deve servire. “Scarpe rotte eppur bisogna andar”? No, a nessuno viene chiesto di salire in collina e di darsi alla macchia.. È la loro quotidianità di lavoratori che può servire alla causa. Una causa che in novanta pagine raramente attinge al dizionario retorico, ma si mantiene legata sempre al presente. Nessuna paura, né speranza aleatoria di vincere “che questo ormai è ben certo” ma la certezza che così resistendo si potrà “vincere più presto”, con sano pragmatismo. Non si va a cercare la bella morte con questo manuale di sabotaggio. Non c’è sacrificio: “i pericoli e gli incidenti sono minimi”. E tali devono rimanere Perché non si tratta di arrivare a maneggiare armi che sono illegali, preziose perché costano sul mercato nero, difficili da custodire e naturalmente insolite da maneggiare. Le armi sono quelle dell’intelligenza, non è necessaria l’uniforme per sabotare: “Tutti i motori elettrici sono sensibilissimi all’acido cloridrico o al solforico, l’acido nitrico o l’acqua regia. Un battesimo con uno di questi acidi permette in realtà a un motore elettrico di riposarsi tranquillamente fino alla fine dei suoi giorni”.
Il manuale, dai titoli rapidi e sintetici, è un elenco argomentato di parole d’ordine: manomettere danneggiare, interrompere, mescolare, togliere, aggiungere, levare, inserire, distruggere, omettere, dimenticare, mollare, accelerare, consumare. Ogni granello di sabbia è utile per inceppare il meccanismo bellico tedesco, soprattutto a portata di mano, sotto gli occhi di tutti. Dai sostenitori della fortezza della razza ariana bisogna pretendere analogo trattamento: “Per fare un buon lavoro occorre buon nutrimento: questa deve essere la più imperiosa delle esigenze degli operai italiani che lavorano coi tedeschi. Non avranno niente da rispondervi. Ci saranno una ventina di manuali di medicina scritti dai più illustri medici tedeschi che hanno sviluppato queste teorie”. L’invito del manuale non è solo un fatto etico che scavalca subito il come fare privilegiando il perché fare. Un passo verso un Italia migliore? Forse, ma l’importante è che adesso questa Italia sia pignola. Se non tedesca almeno svizzera: ogni imperfezione della macchina industriale deve essere alimentata dagli operai, ogni imperfezione della macchina industriale deve essere segnalata dei dirigenti. L’intelligenza che acquista la forza inerziale dell’ottusità ricorda l’atteggiamento del villaggio gallo di Asterix: “Bisogna cogliere la minima occasione per fare lunghe discussioni sui particolari degli ordini. Quanto alla puntualità e alla rapidità delle consegne sarà bene non precipitarsi; e lavorare di fantasia per le scuse: ce ne possono essere a centinaia”.
L’appello implicito nel manuale deve smuovere le coscienze? Scosse lo sono già, e un’Italia semplicemente occupata basta e avanza. Quindi i tedeschi, “gli Unni della maledetta guerra hitleriana”, e “quel sottotedesco che si chiama fascista” sono da cacciare come un cattivo inquilino in affitto. Con ogni mezzo necessario, compresa la nostalgia. Devono avvertire “l’Effetto deprimente di un’atmosfera ostile” come recita il primo capitolo (un titolo alla Harold Pinter): “Bisogna far sentire loro la nostalgia. Prima di tutto faremo commettere ai tedeschi che hanno la responsabilità dell’amministrazione della nostra patria una serie di errori che non si produrrebbero se i bravi nazisti fossero di buon umore e conservassero il sangue freddo. I dipendenti e i subordinati tedeschi di ogni grado, maldestramente comandati, avranno ben presto uno stato d’animo ostile verso i loro superiori. Ciò significa demoralizzazione in alto ed in basso”. E l’ipotesi che a demoralizzarsi potessero essere gli italiani? Il manuale la dribbla con efficace garbo: “Ci vuole un po’ di coraggio, è vero. Ma anche per sostenere un’incursione aerea massacrante ci vuole una forte dose di coraggio. Non vi sembra?”
(Stefano Ciavatta - Il Riformista)
Sabato scorso, in occasione del 25 aprile e nell’ambito della “Liberation fest” sono stati presentati a Roma due interessantissimi volumi editi dalla Purple Press: La legione romana degli Arditi del Popolo e Il libretto rosso dei partigiani.
I due libri, non a caso collocati dalla casa editrice nella stessa collana, affrontano i due capi di quel filo rosso che ha attraversato la capitale per tutto il ventennio collegando e contaminando espressioni e forme differenti dell’antifascismo popolare romano. Il libretto rosso dei partigiani, come recita il sottotitolo, è in realtà un manuale di sabotaggio redatto da mani anonime nel 1943 e destinato a trasformare ogni semplice cittadino o lavoratore in un potenziale combattente per la libertà capace di sabotare ed ostacolare i nazifascisti. Per favorirne la diffusione fu stampato all’interno dell’orario dei treni dell’epoca e contiene una quantità impressionante di informazioni dettagliate su come bloccare impianti industriali, causare cortocircuiti alla rete elettrica o impedire gli spostamenti dei mezzi nemici attraverso la manomissione della pavimentazione stradale. Dalle pagine di questo vero e proprio vademecum della guerriglia partigiana traspare, a nostro avviso, anche dell’altro. Si percepisce, ad esempio, l’enorme conoscenza e preparazione tecnica di cui era depositaria la classe operaia dell’epoca. Un proletariato la cui composizione sociale ruotava essenzialmente intorno alla figura dell’operaio “di mestiere”, il figlio dell’officina che negli anni ’60 dovrà cedere il passo all’operaio-massa della catena di montaggio fordista.
Altra cosa, invece, è il lavoro di Valerio Gentili, un giovane storico romano (e d’area) che ricostruisce minuziosamente tutta la vicenda degli Arditi del Popolo. Corroborato da un’importante apparato di fonti e citazioni il volume è al tempo stesso opera scientifica e narrazione avvincente degli avvenimenti spesso misconosciuti che scossero Roma e i suoi quartieri popolari tra il 1921 e il 1922. San Lorenzo, Trastevere, Trionfale, Testaccio e migliaia di popolani romani sotto la guida della parte più progressista del combattentismo riuscirono a tenere testa alla violenza squadrista. Una vera e propria milizia proletaria, capace da sola di reggere l’urto del fascismo dando luogo ad un vera e propria epopea, questo almeno fin quando l’arditismo popolare non venne indebolito dalla pochezza e dal settarismo dei partiti operai (elemento che ritorna ciclicamente nella storia d’Italia)che, incapaci di comprenderne le potenzialità e l’importanza, contribuirono a spianare la strada al colpo di stato fascista.
Davide Cesare - «Dax» per gli amici e per il resto del mondo - ha ventisei anni, quando il 16 marzo 2003 viene assassinato sui Navigli a Milano. Lascia una donna, una figlia piccola, un lavoro faticoso consumato sulle strade. A ucciderlo due fratelli: Federico e Mattia Morbi di 28 e 17 anni. Nonostante Dax fosse un militante dell'Orso (Officina di Resistenza Sociale) e i due giovani Morbi fossero soliti scorrazzare per le strade con il loro rottweiler di nome «Rommel», un tributo all'omonimo generale nazista, la stampa e le istituzioni hanno sempre cercato di liquidare l'omicidio come «una rissa tra punk».
Storie di assassini fatti passare per «tragici incidenti o fatalità», rimozioni collettive, morti della non memoria. A tutte queste vittime Armati, nato a Roma nel 1974, dedica pagine e pagine di accurata ricostruzione storica, per «tentare di restituire le lacrime e il sangue a un'asettica lista di contadini, operai, studenti, sindacalisti e militanti che, dopo aver pagato con la vita il prezzo delle proprie idee, sono stati troppo spesso ridotti a un nome che affiora nei verbali degli addetti all'ordine pubblico». Spinto da un criterio di natura emozionale, l'autore parte dagli eccidi di contadini e operai nel dopoguerra come la strage di Portella della Ginestra, ripercorre i sanguinosi anni del '68, con i quei casi che hanno segnato profondamente la storia del nostro Paese, giunge ai giorni nostri, dove per essere picchiati o ammazzati basta veramente poco: partecipare a un concerto a Villa Ada, o presentarsi al mondo con un qualunque segno di apparente diversità (un abbigliamento trasandato, dei capelli lunghi…) rispetto a un modello codificato di feroce ed efferata «normalità».
Più che racconti, originalissimi minireportage in forma di noir che inaugurano la nuova collana curata dall'autore e dedicata alle città italiane. I fatti di cronaca sono riprodotti in una cornice "mitica". Storie maledette in cui si muovono pischelle, ultrà, papponi, uomini-lupo. Memorabili i "bambini virus", imbottiti di ecstasy e con il cranio rasato. Accattone di Pasolini al tempo dei centri commerciali! Belli i disegni di Mauro Balloni che ricordano Diabolik.
Prima uscita della Newton Noir, Roma noir di Cristiano Armati precede i volumi su Napoli, Milano, Bologna che saranno curati dallo stesso Armati, qui anche autore. La tragica vicenda della povera Vanessa uccisa in metropolitana viene rivista in controluce, attraverso il fatto, infinitamente meno celebre, del manovale rumeno buttato giù da un ponteggio dal collega italiano. Quella non meno triste del tifoso Gabriele Sandri è raccontata dalla parte di un ultrà, il suo odio per i poliziotti e quello per i giornalisti. Ma non è un collage di backstage di casi celebri, Roma noir, anzi. La sua crudezza nervosa entra come una sonda nell'anonima periferia senza fine della capitale - una periferia che è anche una condizione dell'anima - seguendo le orme del pappone buono, dei ragazzi che cercano di bucare il vuoto leccando rospi allucinogeni, dei ragazzi di vita del nuovo millennio. Dei quartieri che quando ti ci ritrovi dentro ti chiedi "Ma davvero è sempre Roma questa qui?".