I libri, i reading, le poesie e gli articoli di (e su) Cristiano Armati
Siamo alle solite. Il disegnatore satirico Alessio Spataro dà alle stampe il fumetto "La Ministronza", dedicato al nuovo ministro della gioventù, Giorgia Meloni (alias "Giorgia Mecojoni" nell'opera di Spataro), e si scatena una polemica che - da Rosy Bindi fino a Gianfranco Fini - ha visto tutto l'arco parlamentare unito - nemmeno si discutesse di aumentare lo stipendio dei politici! - nel condannare fermamente la "volgarità" dell'artista catanese...
A giorni sarà in libreria "Berluscoiti. Del maiale non si butta via niente" (Castelvecchi), nuovo libro di Alessio Spataro dedicato alle avventure dell'attuale presidente del Consiglio. La sinistra reale, intanto, è completamente sola. Bisognerà tenerne conto, sia per continuare a scrivere o disegnare in piena autonomia e libertà, sia per continuare a lottare e a sognare.
Il 22 ottobre del 2009, con la morte improvvisa di Stefano Cucchi, è cambiata la storia. Prima che venissero rese pubbliche le fotografie del cadavere del trentunenne romano c’erano soltanto le immagini dei campi di concentramento nazisti a urlare «se questo è un uomo!» contro chi aveva costretto degli esseri umani a finire, ormai ridotti a scheletri, in cataste ammucchiate davanti ai forni crematori o malamente nascoste nelle fosse comuni. Eppure, ancora una volta, «tutto questo è stato». Stefano Cucchi, arrestato al Parco degli Acquedotti della Capitale nella notte del 15 per il possesso di modeste quantità di stupefacenti e, da lì, trascinato come una cosa tra la camera di sicurezza della Stazione “Tor Sapienza” dei carabinieri, i banchi del Tribunale di piazzale Clodio, le celle di Regina Coeli e il reparto detentivo dell’ospedale Sandro Pertini, non è sopravvissuto agli atroci maltrattamenti a cui è andato incontro. Ora è sulle pagine dei giornali che hanno avuto il coraggio di pubblicare le immagini del suo decesso e fissa i lettori con i 37 chili del suo corpo da «Cristo giovinetto», con gli occhi spaccati, la mascella rotta, la spina dorsale fratturata e una papilla fuori dalle orbite. Cosa gli è successo? Davvero, come è stato detto, «è caduto per le scale»? Davvero i suoi poveri resti sono soltanto il frutto dei suoi passati problemi di tossicodipendenza e dell’anoressia? O ha ragione chi ha avuto il coraggio di scrivere che la sua triste fine è da attribuirsi a «presunta morte naturale»?
Chi ha osato vergare queste parole mente sapendo di mentire. La morte «naturale» non si presume, si constata. E se intorno al destino di Stefano può essere presunto qualcosa, questo qualcosa si chiama manganellate in faccia, anfibiate alla schiena o, più semplicemente, violenza becera e insensata compiuta dalle forze di polizia. Non ci credete?
Chiedete a chi ci è passato. Domandate ai ragazzetti fermati con qualche grammo di hashish cosa significa essere spogliati nudi in una caserma, essere costretti a una perquisizione anale o vaginale, essere percossi con gli stracci bagnati e il dorso degli elenchi del telefono… Oppure domandate a chi è finito in carcere per piccoli reati quanto sia facile, in prigione, non riconoscere il codice di comportamento imposto dalla vigilanza e pagare con schiaffi, umiliazioni o peggio anche una semplice parola considerata fuori posto da chi, negli istituti di pena, rappresenta la legge.
Ebbene, se la legge è davvero uguale per tutti, è ora che chi indossa la divisa salga sul banco degli imputati per assumersi, insieme alle responsabilità penali dei singoli, anche la responsabilità di mettere in discussione il sistema dell’ordine pubblico, affrontando un discorso che riguarda – indistintamente – gli agenti penitenziari, i carabinieri e la polizia. Perché, soltanto facendo i conti a partire dal 2005, sull’altare della sicurezza sono state sacrificate decine di vite: persone, spesso giovanissime, assassinate dagli stessi uomini assunti al servizio dello Stato in loro presunta tutela. Quando questo accade, sulla scena del delitto cala una pesante cortina di piombo. E se di processo si parla, questo riguarda in primo luogo le vittime, in genere definite «tossicodipendenti», «sbandate», «malate di mente», «extracomunitarie» o «drogate».
È stato il caso di Federico Aldrovandi, un ragazzino appena maggiorenne massacrato da quattro agenti di polizia a Ferrara, il 25 settembre del 2005. Di lui, chi lo ha ucciso infierendo a calci, pugni e manganellate, ha prima detto «che sembrava un albanese», poi che si era ammazzato da solo prendendo a testate un muro.
In gergo viene definita «crisi psicomotoria»: la stessa che è stata affibbiata anche a Giuseppe Casu, un signore sessantenne di Quartu, in provincia di Cagliari, trascinato via con la forza dalla piazza dove vendeva fichi d’india in quanto ambulante abusivo e da qui, grazie all’intervento di guardie municipali e carabinieri, condotto in Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO) nell’ospedale di Is Mirrionis. Nel nosocomio nessuno fa domande sulla mano gonfia del signor Casu o sulla presenza di sangue nelle sue urine: a nessuno importa scoprire qual è l’origine delle ferite che il “paziente” ha sul corpo. Il venditore di fichi d’India viene semplicemente sedato e legato al letto. Lo stesso letto dove, il 9 ottobre del 2006, Giuseppe Casu muore.
Anche secondo un’inchiesta condotta dalla ASL Giuseppe Casu è stato fatto oggetto di un «trattamento inaccettabile», ma questo non ha impedito alla sua storia di finire nel dimenticatoio. E la stessa cosa rischia di accadere a Riccardo Rasman, 34 anni, di Trieste. Si tratta di un ragazzo affetto da una sindrome schizofrenica contratta nel corso del servizio militare, a causa di ripetuti atti di nonnismo: un problema noto persino alla Corte dei conti, che gli ha riconosciuto l’infermità per cause di servizio, e che gli ha lasciato in eredità una vera e propria fobia nei confronti di chi indossa la divisa. Ebbene, il 27 ottobre del 2006 Riccardo Rasman è felice. Il giorno dopo avrebbe dovuto iniziare a lavorare e festeggia l’avvenimento facendo un po’ di baccano e lanciando qualche innocuo petardo dal balcone. Una sua vicina di casa, però, è spaventata dal trambusto e decide di chiamare la polizia. Sotto casa del ragazzo, poco dopo, si presentano due pattuglie, e quattro agenti, con malagrazia, iniziano a picchiare sulla porta dell’appartamento da cui provengono i rumori. Riccardo Raiman, dallo spioncino, vede quegli uomini in divisa ed ha subito paura. Si guarda bene dall’aprire e si rifugia sul letto, in camera. La sua fine è segnata. La polizia fa intervenire i vigili del fuoco, che sfondano la porta mentre gli agenti irrompono nella casa di Rasman percuotendolo senza pietà e utilizzando allo scopo persino il piede di porco usato per compiere l’effrazione. Quando, ammanettato con i polsi dietro la schiena e immobilizzato con del fil di ferro legato intorno ai piedi, Rasman diventa cianotico è troppo tardi. Alcuni vicini di casa riferiranno di aver sentito dei rantoli fortissimi, poi più nulla: Riccardo è morto; l’ennesimo nome che parenti, amici e persone di buona volontà sono costretti a invocare nella speranza di ottenere una verità e una giustizia che non arriva mai.
Anche per il falegname Aldo Bianzino, 44 anni, di Pietralunga, in provincia di Perugia, i familiari e gli amici invocano verità e giustizia. Come il romano Stefano Cucchi, Bianzino era stato arrestato per il possesso di stupefacenti – nella fattispecie qualche pianta d’erba – e trascinato nel carcere Capanne. Qui, il 14 ottobre del 2007, Bianzino muore in circostanze quantomeno misteriose visto che le lesioni agli organi interni che saranno accertate dall’autopsia lasciano pochi spazi al dubbio e parlano, ancora una volta, di percosse violente subite da un cittadino coinvolto in piccoli reati.
In questa macabra lista è stato iscritto anche Giuseppe Torrisi, 58 anni, un clochard di Milano ucciso a forza di botte da due agenti di polizia ferroviaria alla stazione Centrale, il 6 settembre del 2008. Dopo aver compiuto il misfatto, la coppia di sceriffi ha pensato bene di compilare un falso verbale accusando Torrisi di averli aggrediti con un taglierino.
La circostanza verrà smentita dalle riprese di una videocamera: fotogrammi che la dicono lunga sia sul modus operandi a cui le forze dell’ordine si abbandonano spesso e volentieri, sia sulla facilità con cui diventa possibile inquinare le prove nel momento in cui le figure di chi delinque e di chi indaga arrivano a coincidere. Non si è pensata la stessa cosa in relazione al caso di Gabriele Sandri, classe 1981, il dj romano ucciso da una pallottola esplosa dall’agente Luigi Spaccarotella l’11 novembre del 2007 in prossimità della stazione di servizio di Badia al Pino Est, vicino ad Arezzo?
Anche lì, forse per un malinteso spirito di corpo, un sentimento ai limiti dell’omertà ha accompagnato l’inchiesta che avrebbe dovuto accertare le cause della morte di Sandri, fatto passare per un teppista armato di sassi e bastoni quando, il vero delinquente, era ed è chi gli ha sparato: una persona che ha interpretato come licenza di uccidere l’autorità conferita dalla divisa.
Spaccarotella, è vero, è stato processato. Ma nemmeno la solennità del dibattimento ha scalfito la convinzione di chi è convinto che la legge utilizzi due pesi e due misure quando si tratta di giudicare un membro delle forze dell’ordine o un comune cittadino. Al di là di ogni buonsenso, infatti, Spaccarotella è stato riconosciuto colpevole soltanto di omicidio colposo (tendenzialmente chi estrae la pistola e fa fuoco contro una persona viene giudicato per omicidio volontario): la stessa imputazione per cui sono stati condannati anche i quattro agenti che massacrarono Federico Aldrovandi i quali, come se non fosse abbastanza grave quello che hanno fatto, non sono stati neppure espulsi dal servizio e attualmente indossano ancora la loro brava divisa, con un morto sulla coscienza, liberi di condurre una vita normale e magari di delinquere ancora.
Comunque c’è anche chi, a differenza di Sandri o Aldrovandi, non riesce neppure a sottoporre attraverso un processo – magari dagli esiti scandalosi – il suo caso all’attenzione dell’opinione pubblica. Il discorso vale per il ventiduenne Manuel Eliantonio, un ragazzo di Pinerolo che, la mattina del 23 dicembre del 2007, viene sorpreso dalla polizia alla guida di un auto rubata. Tradotto nel carcere di Marassi, Manuel va incontro a un calvario allucinante: percosso ripetutamente e costretto ad assumere psicofarmaci in grado di trasformare un uomo in una larva, cerca di denunciare le violenze che subisce ai suoi familiari e ai suoi legali. Visitato in carcere, ostenta evidenti segni di maltrattamenti, eppure nessuno riesce a fare nulla finché, il 25 luglio del 2008, la signora Maria non viene messa a conoscenza dell’avvenuto decesso del figlio. Secondo i verbali, e bisogna tenere conto che si tratta di un caso ormai frettolosamente archiviato, Manuel sarebbe morto per un arresto cardiaco sopraggiunto dopo l’inalazione di gas butano prelevato da una bomboletta comunemente utilizzata in carcere per alimentare il fornello ma, come testimonia la signora Maria, il corpo del ragazzo «era gonfio, di tutte le sfumature di colore. La testa sembrava una palla da bowling, aveva il naso rotto, l’occhio livido. Era irriconoscibile».
Una circostanza ancora più atroce se messa in parallelo con le ultime parole di Manuel. Quelle contenute in una lettera spedita a casa e recapitata alla madre lo stesso giorno della morte del figlio. Una lettera straziante dove, nero su bianco, il ragazzo dice: «Carissime bamboline, mi dispiace che non vi ho fatto avere più mie notizie ma anche io ho i miei problemi. Mi ammazzano di botte almeno una volta alla settimana, ora ho solo un occhio nero. Mi riempiono di psicofarmaci, quelli che riesco li sputo ma se non li prendo mi ricattano».
Tutto questo, purtroppo, non è che un frammento di ciò che accade nelle carceri italiane. Se si ha la voglia e il cuore di consultare i dossier compilati con encomiabile sistematicità dalle associazioni per i diritti dei detenuti si scopre che, tra suicidi e morti per cause da chiarire, all’interno dei penitenziari sta andando in scena un olocausto che non sembra in grado neppure di scuotere le coscienza della gente comune, dei cittadini “per bene”. Le colpe dei mass-media, a tal proposito, sono gravissime. Perché quando una nuova persona viene stritolata dagli ingranaggi della giustizia la tendenza è quella di far passare il messaggio che, alla resa dei conti, se chi è stato arrestato o fermato dalle forze di polizia si fosse comportato bene non si sarebbe trovato nella situazione di farsi sparare in testa o massacrare di botte.
La colpa della propria morte, in buona sostanza, ricade sempre sulla vittima. Anche nel caso in cui questa, come il senegalese Chehari Behari Diouf, 42 anni, residente a Civitavecchia, in provincia di Roma, non avesse fatto null’altro di diverso dallo starsene comodamente seduto nel giardino di casa sua. L’ispettore di polizia Paolo Morra ha avuto da ridire e, accusando il signor Diouf di schiamazzi, gli ha scaricato addosso il fucile, uccidendolo il 31 gennaio del 2009.
Dall’esecuzione di Diouf alla fine di Stefano Cucchi, la morale sembra essere sempre la stessa. Persino nel caso in cui le responsabilità vengano accertate, i colpevoli in divisa somo protetti da indagini a dir poco felpate e, mentre chi è caduto sotto i loro colpi viene sbattuto in prima pagina e magari presentato come delinquente o drogato, i membri delle forze dell’ordine conoscono diritti sconosciuti agli altri cittadini, come un devoto rispetto alla privacy che gli risparmia l’onta, obbligatoria per i comuni mortali, di finire con le loro belle facce sulle pagine dei giornali.
Quando, malgrado tutto, non si può evitare di prendere atto della colpevolezza di un carabiniere, una guardia carceraria o un poliziotto, poi, la giustificazione suprema è sempre la stessa. Che si parli di Luigi Spaccarotella (caso Sandri), di Paolo Forlani, Monica Segatto, Enzo Pontani e Luca Pollastri (caso Aldrovandi) o di Paolo Morra (caso Diouf), ecco che la teoria della “mela marcia” prende il sopravvento e i vari pregiudicati in divisa diventano delle semplici, dolorose, ma inevitabili, eccezione in un corpo comunque presentato come sano.
L’evidenza dei fatti se non la nuda statistica, però, afferma il contrario. Esiste in Italia, ed è il caso di sottolinearlo, un serio problema di violenza della polizia: corollario di una più generale crisi del rispetto dei diritti umani. Le stesse politiche dell’ordine pubblico implementate nelle ultime legislature – e ormai estese a ogni ambito della vita civile come testimoniato dai continui provvedimenti presi, di volta in volta, per intensificare i controlli di polizia per le strade, sorvegliare gli stadi o «respingere» gli extracomunitari privi di permesso di soggiorno – (mal)celano la precisa volontà di erodere le garanzie democratiche a tutela del cittadino in nome di un pericoloso concetto di “sicurezza”. Si tratta di un processo involutivo enormemente pericoloso, foriero di sventure inconcepibili come quella in cui è incappato un altro ragazzino di nome Rumesh Rajgama Achrige, un writer diciottenne di Como che, il 29 marzo del 2006, nel corso di un banale controllo, si è ritrovato ridotto in fin di vita da un colpo di pistola sparato contro di lui da uno dei vigili urbani che, negli ultimi anni, si è pensato bene di armare.
Come affermato nell’interrogazione parlamentare degli onorevoli Locatelli e Giordano, i fatti di Como rappresentano: «Il fallimento di una classe politica che, non solo non cerca il dialogo anche attraverso la necessaria e legittima convocazione di un consiglio comunale straordinario, ma utilizza metodi repressivi per affrontare i presunti problemi della città».
Il discorso, più ampio, ha a che fare con un governo centrale particolarmente abile nello scambiare il concetto di “giustizia” con un’ambigua esigenza di legalità, criminalizzando categorie sempre più ampie di soggetti. Persone che la profonda crisi economica in corso rende incompatibili rispetto alle regole non scritte di un “sistema-Paese” ben disposto soltanto nei confronti di chi è pronto ad accettare una vita-coprifuoco, fatta di lavoro (in genere precario e mal pagato) e televisione. Ecco allora che i piccoli spacciatori, i ragazzi dei centri sociali, i migranti, i poveri, i tifosi di calcio e persino i malati psichici si ritrovano, tutti insieme, a vestire la maglia del “nemico”: individui nei confronti dei quali le forze di polizia sembrano combattere anziché, come in ogni caso sarebbe loro compito istituzionale, assistere nel rispetto delle garanzie istituzionali. Stefano Cucchi, massacrato senza pietà, è solo l’ennesimo anello di questa catena: una trama dove le “mele marce” non si trovano soltanto tra gli individui responsabili dei vari reati ma sopratutto nei gangli del potere legislativo, dove non si fa altro che legittimare una cultura della paura, dell’intolleranza e del sospetto in un contesto di progressiva e inesorabile erosione di ogni garanzia sociale.
Ora che le orbite tumefatte ed incavate di Cucchi gridano vendetta al cospetto di ogni residuo di coscienza collettiva sarà possibile operare un cambiamento e rivedere radicalmente le procedure di ordine pubblico in vigore in Italia? Sarà possibile, almeno per una volta, dare un senso a quegli slogan di «verità e giustizia» che comitati sparsi in tutto il Paese chiedono per le numerose vittime innocenti?
(Cristiano Armati - una versione ridotta e rivista di questo articolo è stata pubblicata su "Il Fatto Quotidiano" del 1 novembre 2009)

Focene è un borgo di villette basse costruite nel territorio del comune di Fiumicino lungo un viale schiacciato tra il recinto dell’aeroporto e il mare. Ci vivono poco meno di tremila persone che, come tutti gli abitanti del litorale laziale, conservano la memoria dei tempi in cui la spiaggia non serviva a piantare ombrelloni o ad aprire sedie sdraio ma, per il semplice fatto di trovarsi lontano dal centro, favoriva gli insediamenti abusivi e l’edilizia popolare.
Negli anni Sessanta, quando ne La dolce vita Marcello Mastroianni porta la bella attrice americana al mare, viene a Focene e, sulla pellicola di Fellini, restano impressionate scene di povertà e disagio: lontano dalla scintillante via Veneto, la faccia più vera della capitale.
In anni più recenti, rispetto a Ostia o a Fregene, le altre spiagge di Roma, Focene è restata una zona meno mondana e più popolare. Lentamente, però, accanto al traffico dei pendolari che scendono in città per lavorare, la frazione di Fiumicino ha iniziato timidamente a popolarsi di vetture che, sul portapacchi, ostentano colorate tavole da surf. Da quel momento, soprattutto d’estate, la spiaggia di Focene è diventata più bella e viva di quanto si possa immaginare: flutti da cavalcare durante il giorno e, dopo il tramonto, la musica reggae per ballare.
«Good Vibrations» e «Peace & Love»: potrebbero essere questi gli slogan della serata nella dance hall naturale allestita sulla spiaggia gestita dal “Buena Onda”; senz’altro espressioni che suonano familiari alle orecchie di Renato Biagetti: ventisei anni, laureato da poco ma, almeno per il momento, più interessato a lavorare come tecnico del suono che in qualche branca dell’ingegneria. Il futuro, in fondo, può aspettare… altrimenti che futuro è?
Il presente di Renato – residente nella zona di Grotta Perfetta – è già ricco per conto suo: la passione per il calcio; la frequenza quasi quotidiana del centro sociale Acrobax nato nell’ex cinodromo di Ponte Marconi; il supporto alle iniziative che utilizzano la musica per dire no al razzismo, no al sessismo, no alla guerra, no all’omofobia; l’amore per Laura, la sua fidanzata, e l’amicizia con un numero enorme di “fratelli” e “sorelle” ma, in modo particolare, con Paolo, un ragazzo che Renato conosce da una vita.
Il 27 agosto del 2006, quando Renato, Laura e Paolo prendono la macchina per andare a ballare al Buena Onda ci sono tutti i presupposti per passare insieme una bellissima serata. Il caldo torrido di Roma fa presto a impastarsi nella brezza marina e a sciogliersi insieme a una birra nelle reminiscenze afrogiamaicane del dub e del reggae. Il tempo, sospinto da un ritmo ispirato dai battiti del cuore, vola più in alto dei gabbiani e, quando torna a toccare terra, non è più nemmeno notte visto che l’orologio segna le cinque del mattino.
È facile immaginare i tre ragazzi mentre si preparano a tornare a casa: sembra quasi di sentire le loro battute, le loro risate. Il più allegro di tutti, probabilmente, sarà proprio Renato. Tutti quelli che lo conoscono, facendo mente locale, se lo ricordano sempre con il sorriso sulle labbra e mai incazzato.
Imboccato il viottolo che, dalla spiaggia, riporta alla strada principale, Renato e Paolo si mettono un momento seduti su un muretto mentre Laura recupera la macchina. Immediatamente, però, un’altra vettura si affianca ai ragazzi. La guidano due ragazzotti con la voce grossa: «È finita la festà, sì?!», urlano.
La loro, ovviamente, non è una domanda ma una provocazione: «Allora che cazzo state a fa’ qui? Andatevene a Roma! Merde!».
È così che comincia l’aggressione. Il posto dove colpire non è stato scelto a caso. Lo dicono tutti a Focene che al Buena Onda ci vanno le zecche. Renato e Paolo tentano di impedire ai due di uscire dalla macchina ma non ci riescono e gli aggressori, non appena aprono gli sportelli, hanno già il coltello tra le mani. Paolo viene colpito e anche Laura, quando cerca di intervenire, è presa a pugni. Il più grave di tutti, però, è Renato, anche se lui, quando i vigliacchi che l’hanno aggredito scappano, ha ancora la forza di parlare. Con l’energia che gli è rimasta dice a Paolo e Laura di sentirsi bene, che non c’è bisogno di preoccuparsi, piangere, stare male…
Anche un carabiniere si presenta al capezzale di Renato. Confabula con il ragazzo qualche minuto, quanto basta per raccogliere la deposizione del ferito…
Poi Renato non riesce più a parlare. Il viso dei sanitari che entrano ed escono dalla sala operatoria si fa scuro e a mezzogiorno la notizia diventa ufficiale. Forse alle cure di Renato non è stata dedicata la giusta emergenza – i suoi compagni punteranno il dito contro il ricovero e parleranno di «ritardi inaccettabili» - ma ormai quel ragazzo sempre allegro è morto, non c’è niente da fare.
* * *
Mentre Renato veniva accoltellato sulla spiaggia, diversi testimoni vedono i ragazzi che infieriscono con i coltelli e, quando gli aggressori scappano con la macchina, annotano il numero di targa e il modello della vettura.
Stranamente questi riferimenti non consentono affatto ai carabinieri di mettere immediatamente le mani sugli assassini così gli aggressori riescono a far perdere le loro tracce risultando irreperibili per almeno tre giorni.
Nell’attesa che venga chiarita l’identità di chi ha ucciso Renato, diversi giornalisti iniziano a scrivere di quanto è accaduto mandando in stampa articoli pieni di “certezze” ma avari di riflessioni approfondite oltre che di dubbi.
La morte di Renato, secondo la maggior parte dei giornalisti (si distingue, tra gli altri, Checchino Antonino di «Liberazione»), sarebbe soltanto il tragico epilogo di una rissa. Un episodio di violenza imputabile alla testa calda dei protagonisti o agli scoppi d’ira a cui, com’è noto, possono essere soggette le persone drogate o ubriache…
Le voci dei testimoni, a cominciare da Paolo e Laura, non vengono ascoltate. Quando, dopo settantadue ore di latitanza, i colpevoli vengono finalmente arrestati, il sindaco Walter Veltroni riesce a complimentarsi con le forze dell’ordine per la velocità (!) con cui i responsabili della morte di Renato sono stati intercettati limitandosi a condannare genericamente la “violenza” come se questa non fosse affatto, in questo come in altri casi, politicamente connotata.
Persino dopo l’arresto dei ragazzi che hanno accoltellato Renato, sono davvero pochi quelli che si prendono la briga di sottolineare che, per parlare di rissa, è necessario che tutte le parti coinvolte partecipino attivamente alla colluttazione.
A Focene, invece, le cose sono andate in modo completamente diverso: da una parte ci sono dei ragazzi pacifici che non disturbano nessuno, dall’altra due facinorosi che si presentano davanti al Buena Onda armati di coltello. Come si fa a sostenere che è stata una “rissa” ad uccidere Renato? E come si fa a misconoscere la
L’assassino, nella fattispecie, è il diciannovenne Vittorio Emiliani e a Focene lo conoscono tutti visto che è proprio qui che è cresciuto. Quando è stato portato nella caserma di Ostia è scoppiato a piangere. Insieme al suo complice – ancora minorenne e quindi chiamato dai giornalisti solo con nomi di fantasia – ha confessato agli inquirenti: «Non sapevamo di aver ucciso un uomo, l’abbiamo letto sui giornali».
Emiliani ha ucciso, eppure avere un morto sulla coscienza non basta a fargli ammettere le colpe di cui si è macchiato: «C’è stata la lite, questo lo ricordiamo, ci siamo anche picchiati, ma non ricordiamo della coltellata che ha ucciso il ragazzo».
I carabinieri non insistono e mettono a verbale le di
[…] L’arma del delitto, su indicazione dello stesso Vittorio Emiliani, viene ritrovato seppellita nei giardinetti di Focene. Secondo alcuni testimoni, anche il ragazzo minorenne che era con Emiliani ha partecipato all’aggressione armato di coltello. Questa seconda arma, però, non è mai stata ritrovata. E anche i tre giorni di latitanza degli imputati restano piuttosto oscuri quando si prova a ricostruire l’esatto svolgimento dei fatti. Una mancanza di chiarezza che i più malfidati attribuiscono a un particolare non esattamente irrilevante: a svolgere le indagini non è un corpo di polizia qualunque ma la stessa caserma in cui il signor Giulio Emiliani, padre di Vittorio, presta servizio come brigadiere.
* * *
Il caso di Renato Biagetti è particolarmente tragico ma tutt’altro che isolato. La rete dei centri sociali romani e le associazioni democratiche della capitale si mobilitano al grido di «Verità per Renato». L’Acrobax, a sole quarantotto ore dalla morte del compagno, emette un comunicato nel tentativo di arginare la dis
Non si è trattato di una rissa tra balordi all’uscita di una delle discoteche del litorale ma di uno dei tanti episodi che si iscrive dentro un clima sociale, politico e culturale determinato dalle destre in Italia. Non sappiamo chi sono questi delinquenti ma queste pratiche ci ricordano da vicino le tante aggressioni agli spazi sociali e alle persone che li attraversano che si sono ripetute a Roma e altrove.
La croce celtica tatuata sul braccio di Emiliani, arrestato il giorno dopo l’emissione del comunicato, dimostrerà che gli amici di Renato hanno ragione. E anche quando l’Acrobax sostiene che la morte di Emiliano è soltanto «uno dei tanti episodi che si iscrive dentro un clima sociale, politico e culturale determinato dalle destre», l’affermazione può essere sostenuta da dati reali. Un dossier compilato per l’occasione, infatti, raccoglie
* * *
[…]Diluite negli spazi in genere riservati a reati come furti e rapine, le
tipo di attitudine che, all’ennesima potenza, esplode nel corso del processo agli assassini di Renato: l’attitudine a negare, insieme alle idee, anche la dignità della vittima. Perché morire nel corso di una rissa tra balordi non è assolutamente uguale a essere uccisi in virtù di un’aggressione subita a causa
della propria differenza morale ed esistenziale.
Eppure, da questo punto di vista, neppure il processo ha reso giustizia alla dinamica dei fatti di Focene. In primo grado Vittorio Emiliani è stato riconosciuto colpevole di omicidio volontario e condannato alla pena di quindici anni e otto mesi di reclusione. Nelle motivazioni della sentenza, però, riaffiora lo spettro della «rissa tra balordi» senza alcuna allusione alla matrice politica dell’agguato: degno corollario di un dibattimento in cui gli osservatori non hanno potuto fare a meno di sottolineare alcune circostanze a dir poco strane. La deposizione che, poco prima di morire, Renato rende al carabiniere arrivato a sentirlo all’ospedale Grassi, per esempio, non venne verbalizzata dal militare: come mai?
Si tratta di una dimenticanza o anche questa singolare perdita di memoria è di natura, per così dire, “sociale”?
Perché negli ultimi dieci anni, sembra quasi che condannare la violenza fascista sia diventato politicamente scorretto: un atto capace di far entrare in crisi le ragnatele di un sistema parlamentare che si presenta come moderato quando ha bisogno di conquistare i voti del ceto medio ma che poi, quando si tratta di aggregare la rabbia e il disagio di fasce sempre più ampie di popolazione, è costretto a cedere agli alleati di estrema destra la possibilità di farsi portatori di valori distorti e pericolosi, dalle manie xenofobe all’esaltazione dell’etica dell’attacco fisico che “il guerriero” porta al nemico e al diverso. Finché questa sorta di tacito accordo “regge”, i centri sociali vengono assaltati a colpi di molotov, i “capelloni” picchiati per strada, i gay insultati e aggrediti, i campi rom bruciati, gli attivisti di partiti e organizzazioni di sinistra sprangati, le donne molestate e i luoghi della memoria antifascista profanati.
Il tutto è ampiamente sottovalutato in quanto soltanto tragedie come quella di Renato riescono, per un attimo, a rompere la malcelata regola del silenzio che regola il trattamento della violenza politica… salvo arrivare a negare, anche parlando di ciò che è successo a Focene, la matrice culturalmente destrorsa dell’agguato riconducendo il tutto alla solita «rissa tra balordi»; come dire: la vittima avrebbe fatto meglio a starsene a casa anziché fare le cinque in discoteca!
Non c’è dubbio che un simile modo di pensare sortisca l’effetto di tranquillizzare l’opinione pubblica. Ma i familiari di Biagetti, insieme a tutti i soggetti che hanno dato vita all’associazione che porta il nome del giovane tecnico del suono, non è la “tranquillità” ma la «verità per Renato» quello che chiedono. Per questo, partecipando a manifestazioni, organizzando feste o gestendo il blog http://veritaperrenato.noblogs.org, «non è stata una rissa, è stata un’aggressione» è la cosa che, con più forza, continuano a ripetere gli amici e i compagni di Renato.
(Cristiano Armati, tratto da "Cuori rossi", Newton Compton 2009)

Non mi ricordo più come sono diventato ultrà. A me, allo stadio, non mi ci ha mai portato mio padre: non è per onorare la sua memoria che seguo il calcio.
Il calcio, per me, non è nemmeno tanto un fatto di cori o di bandiere e, se penso al campo da gioco, di colori e di profumi è l’ultima cosa di cui parlo.
Ho una fede, certo. E questa è salda. Credo in dei principi ben precisi ma non ho voglia di dire esattamente quali. Perché ci sono cose di cui si può parlare ed altre per cui le parole non servono a nulla: per capirle occorre esserci. Ma, sopratutto, occorre fare.
È a questo ultimo genere di cose che io appartengo. Domenica dopo domenica le ritrovo negli occhi del compagno che ho accanto ma anche nello sguardo del nemico che ho davanti. Una scintilla che illumina il buio del calcio moderno con gli echi di un principio inderogabile: «preferisco essere sconfitto nudo addosso a un muro che festeggiare la vittoria protetto da uno scudo».
È questo il terreno sul quale io gioco la mia partita. Ed è sempre da questo terreno che io, domenica dopo domenica, torno a casa vincitore.
Su questo terreno gli arbitri non si possono corrompere, i vestiti che hai addosso non hanno nessuna importanza e nemmeno i soldi significano niente. Il coraggio, al contrario, qui non ha prezzo. E la lealtà è la merce più ricercata.
Su questo terreno nessuno è tenuto ad abbassare la testa e non esiste né sì né sissignore; basta un cenno di intesa per rinnovare un accordo mai scritto: «non un passo indietro»; sono questi i termini del patto.
Grazie alla fede, domenica dopo domenica, prima e dopo la partita, diventa possibile sostenere uno scontro impari. Da una parte la legge, con le armi, i cani, le macchine blindate, i lacrimogeni e i manganelli. Dall’altra il cuore: forte anche quando non ha niente.
Non mi vergogno di dirlo perché è vero. Chi indossa una divisa non lo accetto e neppure lo rispetto. Troppe volte ho visto gli uomini della legge caricare i miei fratelli a tradimento. Troppe volte li ho visti, in dieci contro uno, tirare calci fino a spaccare le facce, rompere le costole, spezzare i denti.
La mia lotta, in fondo, è simile a quella delle minoranze oppresse o a quella dei partigiani che combattono nelle zone occupate dagli eserciti: «10, 100, 1000 nassiriya» ero io che lo cantavo. E non avevo certo paura di diventare l’unico a essere considerato delinquente.
Domenica dopo domenica, insieme ai miei fratelli, ho combattuto per l’Iraq, per l’Irlanda del Nord, per il Kurdistan, per il Libano, per la Serbia, per il Delta del Niger e per la Palestina. E nessuno di noi, nel corso della lotta, ha mai preso in considerazione l’opportunità di potersi arrendere.
D’altronde è normale. La principale differenza tra noi e chi indossa una divisa è solo questa: loro agiscono nel nome di un posto fisso e dei soldi; noi lo facciamo per continuare a guardarci in faccia senza vergognarci.
Chi indossa una divisa lo capisce e ci teme. Sa che per partire non abbiamo bisogno di ricevere istruzioni: conosciamo perfettamente la città e i piani che seguiamo non vengono dall’alto ma sono già nella nostra testa. Come avremmo fatto, altrimenti, a ritrovarci tutti nello stesso posto – allo stadio Olimpico – tre ore prima della partita Roma-Cagliari, prevista per le ore venti e trenta?
La notizia, data nella mattinata, parlava di uno scontro tra tifosi dalle parti di Arezzo. Raccontava di una macchina di laziali che incrocia un gruppo di juventini e di un ragazzo ucciso da un colpo di pistola. Cercavano di confondere le acque e di farci credere che i tifosi si fossero uccisi tra di loro… in realtà, quello che era successo, ci era subito chiaro: a sparare e ad uccidere era stato un agente.
C’è solo una categoria di persone che rispetto ancora meno di chi porta una divisa. Ed è la categoria di chi, per professione, mente. Li chiamano giornalisti ma per noi sono tutti pennivendoli. E come correvano! Correvano gettando sull’asfalto le loro telecamere maledette e le loro macchine fotografiche bugiarde. Correvano malgrado le pance cascanti, piene di notizie false e brutti sentimenti. Pensavano di accanirsi su di noi anche in una giornata come questa: di rinchiuderci come le scimmie nelle gabbie dei loro giornaletti, di chiamarci beceri e violenti, di infamarci e insultarci a loro piacimento. In una giornata come questa no, non glielo abbiamo concesso: abbiamo corso più forte di loro, li abbiamo raggiunti e a più di qualcuno abbiamo rotto la macchina fotografica e la telecamera insieme alla testa.
Un nostro fratello era stato ucciso dalla polizia e la nostra rabbia, radunati fuori dai cancelli dello stadio, stava crescendo come il mare in tempesta. Quando a Catania, poco tempo prima, era morto uno di loro, un ispettore, il calcio era stato fermato completamente. Mentre adesso che a uccidere un tifoso era stato un poliziotto che fine avevano fatto i discorsi sul rispetto della vita umana?
Chi comanda non ha ritenuto opportuno sospendere le partite in programma perché per loro i tifosi non sono nient’altro che merce.
Si sbagliano. E lo abbiamo scritto sugli striscioni: «la nostra coscienza non si lava con dieci minuti di ritardo».
Alla pattuglia dei carabinieri fermi a Ponte Milvio glielo abbiamo fatto capire bene. Abbiamo gridato «assassini! assassini!» e li abbiamo fatti fuggire con un fitto lancio di pietre.
In queste circostanze non conviene muoversi tutti insieme. Il grosso del gruppo è restato compatto a presidiare la zona dello stadio mentre, a turno, drappelli più piccoli sono scattati per la caccia al poliziotto. Sul Lungotevere abbiamo usato delle transenne di ferro per bloccare il traffico e, per armarci, abbiamo sradicato dall’asfalto i segnali stradali. In pochi minuti abbiamo distrutto vetrine e rovesciato cassonetti. È servito per guadagnare tempo, seminare il panico e spingerci verso l’interno: «non ne possiamo più delle divise blu – no al governo – no alla pay tv».
In via Flaminia vecchia abbiamo preso a sassate una stazione dei carabinieri e dato fuoco alle vetture parcheggiate all’esterno. «non c’è niente di più bello di una caserma che brucia»: basta una bottiglia piena di benzina per scatenare l’inferno.
In via Guido Reni, all’Accademia di polizia, abbiamo distrutto l’insegna e infranto i vetri antiproiettile e, bruciando ciò che potevamo, abbiamo urlato: «merde! merde!».
Veloci come il vento ci siamo dileguati. E abbiamo portato via lo stendardo del corpo: dato alle fiamme insieme a un’altra macchina della polizia, in piazza dei Giochi Delfici.
La città era nostra. Ma noi siamo diversi, il potere non ci interessa. Noi siamo i lupi che si nascondo tra le pecore: possono braccarci, catturarci, diffidarci o ucciderci… domenica dopo domenica torneremo comunque branco, lo facciamo sempre. Gente come noi, oggi, ha colpito a Roma ma lo ha fatto anche a Milano, a Taranto, a Bergamo… ovunque con la stessa gioia di riscoprirsi ultrà: padroni di niente – chiaro – ma servi di nessuno. Liberi, seppur in fuga, tra i tornanti della panoramica che si arrampica su Monte Mario. Arditi quanto basta per accostare la macchina e, con la vernice azzurra della bomboletta, sfidare chi non crede in niente con uno slogan destinato a durare: «teppismo ultima bandiera».

Disobbedire agli ordini
L'eredità morale degli Arditi del Popolo
Pagina dopo pagina, la lettura de La Legione romana degli Arditi del Popolo di Valerio Gentili mi richiamava alla memoria un’immagine che inizialmente non riuscivo a mettere a fuoco. Catturato dalla prosa asciutta e dal rigore mostrato dal giovanissimo autore di questo libro bello e necessario, approfondivo la conoscenza di uomini e simboli dai contorni leggendari ma, seppur rapito dalle tante informazioni inedite contenute nel volume, continuavo a pensare al luogo e al tempo in cui questa immagine, evidentemente ridotta a un ricordo seppellito nell’inconscio, doveva essersi materializzata forte e chiara davanti ai miei occhi.
Avvincente come un romanzo in cui il lettore capace di rispettare il patto narrativo non può fare a meno di immedesimarsi nelle situazioni descritte dall’autore, La legione romana degli Arditi del Popolo, vale a dire la storia delle prime formazioni armate che strenuamente si opposero al fascismo, mi costringeva ad affrontare in prima persona l’avventura fiumana di Gabriele D’Annunzio e dei suoi legionari insieme al freddo intenso delle trincee della prima guerra mondiale, il clima di povertà e disperazione precedente il periodo di scioperi e repressione noto come “il biennio rosso” e l’avvento della violenza delle camice nere di Mussolini, spalleggiate dagli industriali e coperte dal grosso delle forze di polizia. Talmente è vivido il racconto di Valerio Gentili che, tra le pagine del suo libro, sembra di sentire crepitare le mitragliatrici utilizzate dai fascisti per assaltare le case del popolo, le leghe contadine e le sedi dei giornali dissidenti. Un’aggressione brutale e indiscriminata contro ogni luogo o persona decisi ad opporsi all’ordine voluto dal Duce che, oggi, sarebbe più facilmente scivolata nel dimenticatoio se, ad ostacolarla con più coraggio che mezzi, non ci fosse stata l’abnegazione e spesso il sacrificio estremo di una strana razza di soldati anarchici e comunisti – gli Arditi del Popolo – capaci di non confondere la necessità di obbedire agli ordini propria di qualunque sistema gerarchico con il pericolo di trasformarsi in servi di un potere volgare e assassino: un regime capace, tra le altre cose e al pari del complice nazista, di rinchiudere uomini, donne e bambini in vagoni piombati diretti ai campi di sterminio (ebrei, zingari, omosessuali, oppositori politici… le loro grida continuano a pesare come macigni sulla coscienza di chi ancora oggi si propone come erede di quella stagione sanguinaria) annullando qualunque garanzia democratica con la forza ed il terrore.
Non a caso è stato proprio nei capitoli finali del libro di Valerio Gentili – mentre l’epopea degli Arditi volge al termine e i boia in camicia nera, nelle loro prigioni, innalzano i cavalletti per estorcere con le pinze arroventate e i fili elettrici impossibili confessioni ai loro fieri oppositori – che l’immagine di cui sto parlando, l’immagine a cui affidare il ruolo di scrivere l’introduzione a un libro così importante, ha finalmente assunto una consistenza concreta. All’improvviso, infatti, mi sono ricordato di un sentiero arrampicato tra le montagne della provincia di Cuneo: un tratturo ammorbidito dall’erba, come se la Natura stessa volesse ancora aiutare il suo segreto a sfuggire alla vista del passante occasionale o della spia. In questa località, amena soltanto all’apparenza, la consistenza della terra battuta cede d’un tratto il passo alla solidità della pietra viva, infilzando uno scalino dopo l’altro fino alla sommità di un monte. Qui, dove l’aria è rarefatta dall’alta quota e il cielo perennemente terso, la sacralità del luogo è affidato a un circolo di croci di legno, tese sulla serenità della valle sottostante come sentinelle. Si tratta delle tombe di un gruppo di partigiani caduti nel corso della guerra di Resistenza, come direbbe Piero Calamandrei, uomini «che volontari si adunarono per dignità e non per odio. Decisi a riscattare la vergogna e il terrore del mondo». Tra di loro, ugualmente segnalato da una croce ma a differenza degli altri privo persino del conforto di un nome, c’è un partigiano ricordato da una targa che si limita a dire «tedesco anonimo»: un soldato dell’esercito del male che, evidentemente, non ebbe paura di gettare alle ortiche la sua uniforme per continuare a combattere dalla parte giusta. La sua lezione, affidata a quel sacrario della provincia di Cuneo, andrebbe trasferita nei tribunali di guerra in cui i tanti aguzzini fascisti e nazisti insistono a scrollare le spalle di fronte alle loro responsabilità, continuando a ripetere di avere solo «obbedito agli ordini»; quasi pretendendo, con simili scuse, non soltanto il perdono ma anche il riconoscimento di un’inesistente dignità.
A pensarci bene gli Arditi del Popolo di cui parla Valerio Gentili sono simili al soldato tedesco senza nome venuto a morire tra montagne tanto lontane da casa sua: combattenti che ebbero la capacità e la forza di disobbedire agli ordini rifiutandosi di diventare la manodopera del terrore al servizio di forze antipopolari ma che, malgrado tutto, faticarono a trovare posto in quella tradizione di giustizia e libertà a cui dovrebbe continuare a ispirarsi la Repubblica italiana. Le ragioni del sostanziale silenzio su una simile esperienza, mai valorizzata come avrebbe meritato, sono tante. A Valerio Gentili e al suo La legione romana degli Arditi del Popolo va il plauso di averle ripercorse insieme alle vite e alle avventure degli eroici protagonisti di quell’esperienza. Una storia da conoscere e da fare propria. Affinché nessuno possa ancora pesare di giustificare l’abominio barattando la rettitudine della propria coscienza con l’abiezione di chi si limita ad obbedire agli ordini.
(Cristiano Armati - Introduzione a "La Legione romana degli Arditi del popolo" di Valerio Gentili, Purple Press, Roma 2009)
Se dovessi disegnare la passione inizierei tracciando due cerchi con il compasso e, simulata con quella forma l’idea della ruota, andrei avanti abbozzando con una matita grassa i pneumatici e i raggi, il telaio e il manubrio, i fari e la sella.
Arriverei, in questo modo, a rimirare sulla carta un motorino: magari uno di quelli degli anni Ottanta, esile ma comunque in grado di caricarsi due persone; e, di cilindrata, senz’altro fermo alla taglia cinquanta.
Per questo, sempre nel disegno, dedicherei la massima attenzione al cuore di quel mezzo: la marmitta ad espansione. Ovviamente, per farla rendere al massimo, la sceglierei di fattura artigianale e non trascurerei mai, continuando a correre con la matita sul foglio, di sottolineare, nel carburatore, la dimensione maggiorata del getto. Mi affiderei con fiducia alle mani per recuperare, insieme al ricordo dell’adolescenza, la memoria delle singole parti che compongono l’oggetto. Ma poi, vittima di uno strano scherzo, immaginando di tornare agli anni della scuola, insieme al motorino, su quel foglio, inizierebbero ad apparire nuove cose: lo schema di una gabbia tipografica per esempio; un rettangolo di carta senza pedali o manopole o candele ma, al loro posto, le misure precise del taglio, del piede, della cucitura, della mozza e della testa…
Sulle mani, se dovessi pensarle come erano allora, le macchie lasciate dal grasso dopo aver smontato il carter si confonderebbero con quelle più morbide dell’inchiostro. Segnale inequivocabile di appartenenza a un nuovo mondo: dopo quello dei motorini, della messa a punto e della convergenza, quello dei libri e delle riviste, delle redazioni e della programmazione editoriale; lancio dopo lancio, accuratamente pianificata utilizzando le pagine di un’agenda.
Il foglio su cui tutto il gioco della passione e delle sue forme si è depositato, a questo punto, avrebbe bisogno dello stesso colore rosso delle guance di un meccanico in erba di fronte ai primi sguardi delle ragazze per completare la dimensione strettamente sentimentale di un percorso professionale: il percorso che, dai banchi della scuola, conduce direttamente all’industria editoriale. Quali collegamenti ci sono?
Tantissimi. Motorini e libri, prima di tutto, restano formidabili mezzi di comunicazione. E se i primi servivano principalmente ad andare a trovare le ragazze, i secondi risultavano indispensabili quando si trattava di dedicare loro poesie d’amore…
Motorini e libri, ovviamente, sono una metafora. Ma anche un titolo che prima o poi sarebbe giusto dare a qualche corso di editoria. Magari per sottolineare che anche ai tempi dell’istruzione specialistica e parcellizzata, a fare i libri si impara come si impara ad aggiustare motorini: rubando a qualcuno il mestiere con gli occhi e continuando sempre e comunque a sporcarsi le mani.
Tra libri e motorini, poi, le analogie restano profonde. E applicata all’editoria una famosa canzoncina popolare romana – quella che recita «vengo da Primavalle / col vespino rosso bordeaux. / Di prima mi fa una piotta / di seconda non lo so…» – ne verrebbe fuori un discorso molto divertente su una certa attitudine, da parte dei centauri, ad esagerare fino all’inverosimile le prestazioni del loro motorino; e, da parte degli editori, sulla disinvoltura con cui, per fini pubblicitari, si snocciolano vendite e tirature…
In questo parallelismo mancherebbero soltanto le ragazze.
Ma in fondo non c’erano neppure al bar tanti anni fa. Mentre il centauro prendeva una birra con gli amici e infilava nella stessa storia le pieghe in quarta sulle curve a gomito e un volto da sogno su cui fantasticare incredibili avventure.
Il 7 maggio del 2009, di mattina presto, le scale del Palazzo di Grazia e Giustizia, a Roma, erano presidiate da un nutrito gruppo di uomini in divisa, equipaggiati come se da un momento all’altro desiderassero reprimere un corteo o caricare un gruppo di tifosi allo stadio. I passanti, intimoriti, volgevano lo sguardo verso piazza Cavour e, i più curiosi tra loro, si chiedevano il perché di un simile spiegamento di forze, assolutamente spropositato rispetto a quanto normalmente impiegato per garantire l’ordine pubblico davanti al tribunale. Alla coscienza di quegli stessi passanti, con gli occhi di chi è deciso a far valere le proprie ragioni pur sapendo quanto sia difficile farsi ascoltare, si rivolgeva il presidio di ragazze e ragazzi improvvisato ai lati della severa costruzione ottocentesca, un ottantina di persone in rappresentanza di diversi gruppi politici e centri sociali: Acrobax, Militant, Senza Tregua, Rash Roma, Magazzini Popolari, All Reds, Patria Socialista, Radio Onda Rossa, csoa “32”… tutti uniti per esprimere solidarietà agli imputati costretti dal rituale ad assistere, davanti alla Corte di Cassazione, alla promulgazione di una sentenza già scritta: venti mesi di carcere e oltre centotrentamila euro di ammenda per reati variamente rubricati alla voce “resistenza e oltraggio a pubblico officiale”… il tutto per essersi ritrovati, il 16 marzo del 2003, dalla parte sbagliata della legge nel corso di quella che, da allora, è passata alla storia come “la notte nera di Milano”.
Accadde infatti quella notte che in zona Navigli un ragazzo di ventisei anni ricevesse decine di coltellate in ogni parte del corpo, finendo per annegare nel suo sangue sui marciapiedi del centro del capoluogo lombardo. Si chiamava Davide Cesare, per gli amici e i compagni semplicemente “Dax”: impiegato come camionista presso
Insieme a Dax, raggiunti dai fendenti vibrati dagli aggressori, si accasciano i compagni fz e aa. Intorno a loro il panico: paura e confusione che l’intervento della polizia non contribuisce certo a superare. Al contrario: le volanti che arrivano sul posto si guardano bene dall’agevolare le operazioni di soccorso e finiscono per ostacolare il pronto intervento delle autoambulanze. Alla fine, dopo un’attesa intollerabile, i mezzi del 118 riescono a trasportare i ragazzi all’ospedale San Paolo: il peggio, però, deve ancora venire. Perché è proprio l’interno del pronto soccorso il luogo in cui è destinata a viversi la parte peggiore della notte più nera di Milano. È qui, infatti, che richiamati da un concitato passaparola o allertati da un giro di sms e telefonate, iniziano a radunarsi i primi compagni e la stessa madre di Dax. Nessuno di loro è pienamente consapevole della situazione mentre un gruppo di poliziotti, sogghignando, avvisa i presenti della morte del ragazzo, utilizzando le parole «c’è una merda di meno» per esprimere la propria soddisfazione.
Nasce un tafferuglio sedato quasi immediatamente dalle lacrime e dalla disperazione. I compagni di Dax, ancora nel pronto soccorso, abbracciano la madre del compagno e piangono. Ma nemmeno le loro lacrime sono sufficienti per guadagnare, agli occhi di chi interpreta il mestiere di agente di ps come una guerra personale, un briciolo di dignità e di rispetto. Unite dall’azione che i loro autisti si apprestano a compiere, le macchine della polizia e dei carabinieri ingorgano il parcheggio dell’ospedale San Paolo: nessuno potrà più essere curato quella notte; i locali del pronto soccorso vengono di fatto requisiti e, da questo momento in poi, basterà essere giovani, tatuati o capelloni per diventare il bersaglio di una grottesca caccia all’uomo. Sembra incredibile eppure succede questo: i poliziotti e i carabinieri, con i manganelli e persino con armi personali, portate da casa, come le mazze da baseball, fanno irruzione nel San Paolo spaccando qualsiasi cosa capiti loro a tiro. Il vero obbiettivo, ovviamente, sono i compagni di Dax, come se le intenzioni delle forze dell’ordine coinvolte fossero quelle di far pagare a una parte importante del Movimento milanese il prezzo di anni di lotte, scioperi, cortei ed occupazioni. Così, il San Paolo viene tramutato in un regno di paura, tortura, pestaggi e umiliazioni. Una ragazza, ancora con le lacrime agli occhi, è circondata da chi si appresta a compiere un simile abominio: palpeggiata dappertutto, viene ingiuriata con gli epiteti di «troia» e «puttana», quindi sbattuta ripetutamente addosso allo stipite di una porta di alluminio. Chiunque venga travolto da questo fiume di violenza è perduto. I manganelli spezzano costole, maciullano mandibole e spaccano le teste mentre un grido sovrasta ogni cosa: «Comunisti di merda! Vi ammazziamo tutti!».
Persino i sanitari del San Paolo provano ad opporsi ma non serve a nulla. Fuori dall’ospedale la telecamera di un cineamatore riprende il tutore dell’ordine con la sua mazza da baseball mentre infierisce su un ragazzo immobilizzato a terra e malmenato. Il giorno dopo il linciaggio continua sui principali quotidiani, riducendo l’assassinio di Dax a una “rissa tra balordi” e dando voce al questore Vincenzo Boncoraglio, che rigetta ogni accusa reputando necessario l’intervento dei suoi uomini in quanto – a suo dire – i ragazzi pestati al San Paolo avrebbero voluto trafugare la salma (!!!) dell’amico morto. Anche in Parlamento, l’allora ministro Carlo Giovannardi non ha problemi a dichiarare – persino quando le immagini dell’accaduto iniziano a essere diffuse – che «non emergono comportamenti censurabili del personale delle forze dell’ordine».
Parole false e pesanti: il preludio a una gestione politica di quanto accaduto che, ben presto, dall’ospedale San Paolo si sposta nei tribunali, sottoponendo le persone coinvolte a un nuovo linciaggio, non più fisico ma legale. Mentre i poliziotti saranno rigorosamente amnistiati o assolti, db e oe, due dei ragazzi pestati la notte del 16 marzo, ricevono una condanna pesantissima, ora confermata dalla Cassazione.
db, sceso a Roma per guardare in faccia i giudici che lo stanno condannando, dopo quella notte, pestato dalla polizia, si ritrova con due denti in meno nella bocca ed ha calcolato che, se venisse applicata al suo stipendio (mille euro) la trattenuta del 20% impiegherebbe poco più di mezzo secolo a saldare il tutto… la sua costernazione, rinfrancata dalla nutrita presenza dei compagni che partecipano al presidio, è la stessa che rimbalza a Milano dopo la lettura della sentenza definitiva. Qui, a scendere in piazza e ad organizzare la solidarietà, ci sono le associazioni Dax 16 marzo 2003 e Rozzano Rossa, supportate dal consigliere di rc Luciano Muhlbauer insieme ad altre sigle dell’antagonismo meneghino: Transiti 28, Cantiere, Corsari, Torchiera e Conchetta… la convinzione, a Milano come a Roma, resta la stessa: come già accaduto a Genova con i torturatori della Diaz e di Bolzaneto, anche per i fatti del San Paolo, lo Stato, assolvendo le forze di polizia, assolve prima di tutto se stesso. E in questo modo, mentre quella italiana resta una democrazia incompiuta, i “cuori rossi” continuano a pagare.
(Cristiano Armati - da "Liberazione" del 10 maggio 2009)
Malcolm, un uomo alto e secco con il taglio a due lunghezze per mascherare i capelli già in caduta e due occhi da triglia, nella vita era uno sballato. Però sapeva benissimo che al salone del libro non avrebbe dovuto farsi le canne. Ma che cazzo! Quella fiera era fin troppo celebrale, una noia che non riuscivi a schiodarti di dosso.
Malcolm, aveva chiesto cambio di una mezzora allo stand e poi era uscito dai capannoni del Lingotto. Sotto un sole caldissimo raggiunse in pochi minuti il suo camper nel parcheggio. Dentro era un forno. Quest’anno il suo editore non pagava l’albergo. Finalmente si accese un cannone di Temple Ball. Aveva in mano il libro di Alex Foti, Anarchy in EU in cui aveva trovato degli steakers che ora si divertiva ad attaccare sulle pagine giuste. Un kit da comporre che mandava fuori di testa. La prima parte del libro era una specie di saggio cromatologico sui movimenti nel dopo Noglobal, nella seconda c’erano i diari psichedelici sulle trasferte europee dell’autore all’inseguimento della rivolta. Purtroppo
Come molti amici e colleghi, Malcolm faceva parte di quella nuova professionalità che sta in mezzo tra lo scrittore e lo standista. Il suo editore era una brava persona, gli aveva pubblicato due libri da lui scritti che erano andati anche benino, poi però l’aveva coinvolto in tutto il resto… Da 8 anni si faceva un mazzo bestiale per 6 giorni senza quasi mai dormire. Montare il mercoledì, stand aperto il giovedì. Poi 14 ore filate a vendere, o meglio a tentare. Poi c’era l’obbligo di andare a tutte le feste già dalla prima notte, d'altronde al giovedì sono importanti i contatti, quando si è ancora freschi. Imperativo: essere disinibiti dall’alcol ma non permettersi di biascicare e fare il simpatico con tutti i giornalisti che potrebbero recensire i tuoi libri. A letto ore 4.00, sveglia ore 8.00. Venerdì era il giorno più importante, dove si inizia a sbattersi sul serio. Invece... Che palle! Erano appena le 15.00 doveva fare ancora otto ore di lavoro. Uscendo dal camper si era ricordato che doveva passare allo stand di A Est dell’Equatore, per prendere una copia di Milingo contro tutti, il romanzo più burroghsiano del momento, scritto da Filippo Anniballi. Qualche testo buono c’era ancora per fortuna. Ma intorno a lui sembrava un solo lamento, si vendeva meno, i conti non tornavano, i piccoli imprenditori inseguivano i propri creditori nel tentativo di sfuggire ai loro debiti. L’editoria era un settore nella merda e la vita di Malcom affondava sempre più nello sterco. Quella notte avrebbe dovuto presenziare alla festa della Minimun Fax, la solita affollatissima sala da ballo dove tutti confluivano alle due di notte. Era là che quelli reduci dal raduno d’elite all’Einaudi incrociavano i destini degli sfigati, tra questi gli scrittori/standisti come lui. Non aveva pranzato quindi doveva stare attento pure all’ora, alle
Il sabato era scorso veloce al ritmo di un cannone fumato per ogni due libri venduti. Allo stand arrivavano le notizie sulla manifestazione degli operai della Fiat e la presunta aggressione a Rinaldini da parte dei Cobas. Pensando al G8 di martedì, un po’ di elettricità aveva scosso i nervi di Malcolm. A mezzanotte era passato dal campeggio degli studenti, lo Sherwood camp, per vedere che aria tirava. Aveva bevuto un bicchiere di vino biologico, a 50 centesimi e 50 di cauzione per il bicchiere di plastica, sentendosi un po' meglio. Era una location della madonna. Il campeggio a impatto zero si trovava in un boschetto sulla riva del Po, dall'altra sponda poteva vedere il molo dei Murazzi pieno di locali e la gente che si divertiva. Stava seduto con un paio di amici su panchette di legno autocostruite in mezzo al bar gestito da giovani universitari troskisti e da qualche pink. Malcom aveva cercato l'assemblea per capire le loro intenzioni, ma quegli attivisti sembravano ancora molto impegnati a capire se stessi, poi si faceva tardi e quella notte aveva ancora la testa nell’editoria. Allora via di corsa alla festa di Fandango, dove si era pure divertito, ma sul più bello, quando le danze e le birre gratuite si erano diffuse come un morbo e Malcolm stava scatenandosi in pista con la sua amica Cristina, proprio nel momento in cui stava per battergli i pezzi, gli organizzatori avevano spento la musica e acceso delle orrende luci al neon. Solo un istante prima si sentiva in forma e famoso come Bret Easton Ellis, subito dopo erano affiorati i visi, dei presenti, già segnati dalla stanchezza e dalla dura realtà. La crisi… E chi la paga? Cristina, una giornalista del quotidiano locale di Cremona che una volta gli aveva scritto una bella recensione, gli offrì un passaggio in auto. Giunti davanti al parcheggio del lingotto, non trovando migliore battuta per fare lo splendido, gli disse che il suo look gli ricordava Jane Fonda durante le lezioni di aerobica. Cristina non l'aveva presa troppo bene, ma forse era davvero molto stanca anche lei.
Il bioritmo professionale imponeva quattro ore di sonno. La domenica ci si aspettava il pienone, Malcolm si addormentò pensando alle vendite del suo libro. Ma in fiera, inspiegabilmente, c’era poca gente. Gli editori che contavano su quell’unico giorno per andare a pari con le spese, avevano la bava alla bocca. Gli standisti in paranoia nera. “Qui non ci scappa manco la paga giornaliera…” Alle quattro del pomeriggio, chiese il cambio per due ore e si spostò alla manifestazione fluffy, in macchina con la sua amica Antonella che lavorava come ufficio stampa per un’altra casa editrice. Si congiunsero al piccolo corteo che era appena partito. C’erano solo trecento studenti, più o meno il numero dei campeggiatori. Una delusione, malgrado la trentina di pagliacci della Clown Army che con un ariete di polistirolo tentavano di sfondare gli scudi della polizia, Malcolm aveva capito che bisognava aspettare la manifestazione spiky… Fluffy e spiky, ancora quelle parole assurde inventate da Alex Foti sul libro appena letto. Dopo poco decisero di riprendere l’automobile per tornare ai rispettivi stand. Passando per piazza San Carlo capirono perché al salone c'erano così pochi visitatori. Decine e decine di migliaia di persone invadevano la piazza per le selezioni del Grande Fratello. Il reality televisivo vinceva sulla letteratura e spazzava via saggistica e narrativa, nemmeno il fumetto di Watchmen reggeva al violento impatto, la moltitudine dei teledipendenti aveva disertato il salone del libro. La domenica sera andò a dormire presto nel suo triste camper, le feste erano finite, l'indomani si era preso la mattinata libera per andare al secondo appuntamento anti G8 dell’università.
Le iniziative del lunedì erano state indette dai collettivi universitari autonomi, l'asse portante dell'onda torinese. Alla mattina presto Malcolm uscì dal camper per raggiungere un centinaio di manifestanti che stavano effettuando un blocco stradale davanti la stazione di Porta Nuova. Gli studenti, prima dell'arrivo di Malcolm, erano stati caricati dalla celere comandata da Mortola, uno dei macellai messicani della Diaz. Le guardie avevano ordinato di levare il blocco perché il traffico era paralizzato da più di un'ora. I manifestanti per non subire fermi e per non prendere altre manganellate avevano deciso di mollare il colpo. Ma entrati in via Roma erano stati caricati alle spalle dalla sbirraglia. Altre botte altri fermi, poi avevano proseguito per piazza Castello imboccando via Po per finire con un sit-in sotto il rettorato. Malcolm era per la prima volta dopo anni in mezzo alle cariche della polizia! Aveva corso avanti e indietro senza capirci niente, però sentiva che il fisico reggeva ancora e il fiuto tornava quello di una volta. Sì, la netta sensazione che l'unica difesa possibile, arrivati a quel punto della vita, con la crisi che gli divorava il già misero esistente, sarebbe stata quella di giocare in attacco.
Era ora di abbandonare i manifestanti e recarsi a lavoro. Arrivato al salone per l'ultimo giorno di lavoro, gli editori, persino Feltrinelli e Mondadori, facevano sconti fino al 50 per cento, molti erano i cartelli con le scritte cubitali a pennarello che dicevano: “Tutto a 5 euro”. Svendevano, pur di rimediare qualche monetina, per non spendere troppo con i corrieri che dovevano riportare i libri a casa. Il primo padiglione dove stavano i piccoli editori si era trasformato in un suq. Gli standisti urlavano come pescivendoli o se ne restavano attoniti nella loro depressione, oppure attaccavano pippe sui contenuti fantastici dei loro libri, in breve cercavano disperatamente di racimolare la propria paga. Durò così fino alla chiusura, con un forte mal di testa e le orecchie in preda a un'allucinazione uditiva.
Martedì il gran momento, la mareggiata, finalmente Gran Torino… Si svegliò con un pensiero ossessivo. Oggi o mai più. Era l’ultima spiaggia, da Genova 2001 gli scontri mancavano dall’agenda del movimento. Non cavalcare quest'onda sarebbe stato disertare la vita. Si rendeva conto che peggio di così non si poteva andare, il suo lavoro da standista/scrittore glielo suggeriva, era l'incubo di una vecchiaia simile a quella di un baraccato di Mumbai che lo muoveva. Era giunto il momento di tracciare una linea netta, far saltare tutte le mediazioni: gli amici da una parte, i nemici dall’altra. Malcolm spense il mozzicone del suo cannone e iniziò la vestizione. Pantaloni neri, quelli militari con i tasconi, scarpe nere, etnies da skate, camicia nera, rigorosamente Ben Sherman a maniche corte. Scese dal camper, uscì dal Lingotto e si diresse alla fermata dell’autobus. Mentre viaggiava verso il concentramento, una paranoia lo investì: “Cazzo non ho un fazzoletto per coprirmi la faccia.” Arrivato alla fermata, prima di dirigersi a Palazzo Nuovo, andò in via Po dove c’era un negozio di accessori gotici per darkettoni, lì comprò un’inguardabile bandana. Al concentramento, in attesa della partenza del corteo, pensò di farsi un’altra canna. Se la fumò con Fritz, un vecchio amico di Bologna famoso per la logorrea da THC. “Vedi Malcolm, guarda cosa c'è scritto su questo volantino dell'onda di Camerino. Ci battiamo contro il potere dell’iniquità e della privatizzazione. Senti come gira bene, il linguaggio non è più quello del novecento... Iniquità, capito? Iniquità e privatizzazione…”. “Fritz non ci sto capendo un cazzo, fammi leggere come continua.” Con la canna in mano Malcolm si sforzava di capire più che i linguaggi, i contenuti del nuovo millennio: È scoppiata la crisi. Dall’abbondanza delle merci alla ristrettezza di vedute di ieri, dalla scarsità di merci agli orizzonti che si ampliano oggi. I comportamenti si radicalizzano. Le eresie si concatenano. Le proteste si moltiplicano. In effetti non era male... Fritz tirò fuori un altro volantino con un collage di immagini, sembrava una pagina di una punkzine anni ottanta. “Leggi qui, questo non so nemmeno dove l'ho trovato, si firmano i Surfisti dello Tsunami.” Il testo era po' confuso, quasi situazionista, forse l'aveva scritto uno studente di scienze della comunicazione, ma il finale, per quanto bizzarro, era una bomba: I capitalisti simulano la propria immolazione per evitare la decapitazione. Ci vogliono far diventare protagonisti dei reality per non partecipare all’unico reality che sposta gli assetti di potere, quello del riot! La crisi gliela facciamo pagare noi, questa volta! A Malcolm scappò un sorriso. Dopo aver perso una parte del suo guadagno a causa delle selezioni del Grande Fratello, la metafora sul reality calzava a pennello sulla sua incazzatura. L'entusiasmo contagioso di quasi diecimila manifestanti, il suo completo nero in simbiosi con molti altri e l’ennesima botta di Temple Ball, fece scattare in lui uno strano effetto che creò un vortice d’immagini epiche. Sentì una sensazione simile al mal di mare, come un marinaio di Kronstadt in attesa dell’insurrezione, un brivido bollente come un bolscevico che aspetta il segnale della rivoluzione d’ottobre bevendo vodka.
Il corteo si mosse e si snodò per le vie della città, fino a giungere in via Marconi. Davanti iniziava la zona rossa, con le sue barriere e i suoi cani in difesa del Palazzo del Valentino, la sede del G8 dell’università. Davanti a tenerlo unito c’erano i cordoni del servizio d'ordine con il compito di compattare. Due file di compagni avanzavano, frontali verso la celere, mentre altre due squadre chiudevano le strade laterali fronteggiando polizia e carabinieri. Malcolm stava nei dintorni a guardare. Lo scontro iniziò furioso. Fumogeni, gas lacrimogeni, manganellate, estintorate, ma soprattutto volavano pietre. A lanciarle ragazze e ragazzi, lui era già mezzo intossicato, lo sguardo gli finì proprio sopra un bel mucchietto di sampietrini che sembravamo messi lì apposta. Tra i conati di vomito e il respiro che mancava, Malcolm ne aveva raccolti due, erano perfetti. Il cuore batteva a tremila, il lanciò fu come liberarsi dall’ossessione di voler diventare un nuovo Lucarelli. Che cazzo! È qui la vera paura… Dopo il tentativo di sfondamento i cordoni d’attacco avevano ripiegato dove si era attestato il corteo, che composto li aspettava. La sassaiola non si fermava, nessuno la poteva fermare, si trovavano sassi ovunque e tutti li raccoglievano e li lanciavano, non esistevano più buoni e cattivi, le pietre piovevano sulla polizia. I celerini provarono a entrare dal lato destro, ma non furono abbastanza decisi, arretrarono e infine si ritirarono. I manifestanti si resero conto che non erano imbattibili, li caricarono e quelli fuggirono sotto i colpi dei sassi. La sindrome di Genova era guarita. L'onda li aveva travolti, una mareggiata li aveva spazzati via.
La sua camicia Ben Sherman si era sporcata del miscuglio d’acqua e malox che gli avevano rovesciato addosso per alleviare il bruciore agli occhi, forse era da buttare. Il cuore gli batteva ancora forte e la mancanza d’aria gli tagliava le gambe, ma Malcolm era contento, felice, cammina a testa alta con l’andatura dinoccolata. Dal sound del furgone echeggiavano i Body Count, purtroppo qualcuno s’era messo a cantare Non siam scappati più… “Socmel, ma che cazzo si mettono a cantare, il novecento è finito da un pezzo…” Fritz gli si era di nuovo avvicinato con altri volantini che aveva raccattato durante il corteo. “Leggi questo”. “Ma è in francese.” “Dai Malcolm, te lo traduco io”: L’ondata partita dalla Grecia e dagli atenei europei non si ferma. Il Piombo Fuso su Gaza l’ha radicalizzata e unita alla lotta dei migranti. Le proteste contro il G20 a Londra e
Il mercoledì mattina Malcolm viaggiava sull’Aurelia a bordo del camper, al suo fianco c’era Fritz che gli aveva chiesto un passaggio perché non se la sentiva di terminare in Piemonte quel fantastico viaggio. “Questa nuova generazione, secondo me è proprio estranea al vecchio patto sociale, rivogliono il futuro che la precarietà gli ha portato via. Punto e basta.” Malcolm era stufo di sentire quelle svalvolate, perciò l’aveva stoppato. “A Fritz, il cadavere del futuro gli ritorna indietro...” La giornata era splendida, calda, sembrava già di essere nel pieno dell’estate. La strada correva lungo il litorale tirrenico, il mare laggiù in fondo era calmo e invitante. Decisero di svoltare verso la spiaggia e si fecero un bel bagno. Mentre si asciugavano al sole Malcolm disse: “Ma tu hai visto il film Gran Torino?” “No! So solo che è di Clint.” “Neanch’io l’ho visto, però mi sembra un ottimo titolo per descrivere questi ultimi giorni”. Torino. Gran Torino. In effetti, per una settimana era stata il centro della crisi del mondo. “E adesso cosa si fa?” chiese Fritz… “Non so… Nel volantino di Mille Plateaux dicevano degli altri G8…” Nel pronunciare la parola G8, Malcolm sentì immediatamente lo stimolo per muovere il braccio nel gesto del lancio. Adesso ne era sicuro, si trattava proprio di adrenalina.
Marco Philopat & Duka